Il pensiero

NOW – No Robot War

NOW – No Robot War è l’associazione internazionale contro le armi robotiche nata a Roma il 4 novembre 2010, da un’idea di Sergio Bellucci, con l’appello omonimo alle Nazioni Unite per la messa al bando dei robot da guerra.

Che cos’è

NOW – No Robot War nasce a Roma il 4 novembre 2010 come appello internazionale contro l’uso delle tecnologie robotiche nei conflitti armati. L’associazione che ne discende porta lo stesso nome e promuove da allora la richiesta, rivolta alle Nazioni Unite, di una moratoria universale sullo sviluppo e sull’uso dei robot da guerra, in vista della loro totale abolizione.

L’appello nasce da un’idea di Sergio Bellucci, che lo promuove insieme a Simonetta Carrarini, Andrea Amato, Antonella Giulia Pizzaleo e Roberto Di Giovan Paolo, e diventa presidente dell’associazione che ne nasce. Raccoglie alcune migliaia di firme in Italia e in altri paesi, tra cui il Pakistan e il Regno Unito.

“No Robot War” è la parola d’ordine di chi crede che la Pace non può essere costruita con un ulteriore passo verso la totale disumanizzazione.

L’appello di Roma, 4 novembre 2010

Il testo integrale dell’appello, così come fu diffuso e sottoscritto.

Noi sottoscritti ci appelliamo alle donne e agli uomini che hanno in mano i destini della umanità.

Noi crediamo che la tecnologia possa alleviare molto le fatiche e i disagi del vivere, contribuire a costruire una sicurezza più alta, aumentare le potenzialità e le possibilità culturali, sia degli individui, sia delle comunità. Ma le tecnologie, per noi, devono essere tecnologie di Pace, includenti e non invadenti, in grado di aumentare le possibilità senza ridurre gli spazi di libertà, individuali e collettivi.

Non tutti i segnali, però, ci confortano sulla consapevolezza delle ricadute nell’estensione dell’uso di tecnologie avanzate in ambiti e con finalità fino ad ora inedite. Pensiamo, in primo luogo, alla guerra. Già da anni lo sviluppo tecnologico consente di condurre guerre senza la definizione di un vero e proprio campo di battaglia, con conseguenze devastanti sia sotto il profilo delle perdite di vite umane civili, sia sotto il profilo di rendere apparentemente «asettici», armi nucleari o batteriologiche in grado di sterminare molte delle specie viventi sul pianeta.

Già oggi è possibile la creazione di robot capaci di apprendere in maniera autonoma o di assumere decisioni non previste da chi ha pensato e prodotto tali apparati tecnologici.

La scarsità delle risorse, lo squilibrio immorale della distribuzione di quelle disponibili, le differenze tecnologiche e scientifiche tra i popoli, consentono a poche oligarchie politiche, economiche e tecno-scientifiche di controllare l’umanità e il mondo. Di fronte a questo scenario, dobbiamo impedire una nuova corsa agli armamenti che rendano la guerra e il potere definitivamente dis-umani.

Stiamo assistendo, nella totale assenza di comprensione dei più, alla introduzione di androidi da combattimento per tutti gli scenari di guerra. La spesa mondiale per tali tecnologie, antropomorfe o meno, ammonta a molte centinaia di miliardi di dollari e sta già trasformando gli scenari delle decisioni e dello svolgimento delle guerre in maniera irreparabile.

Questo significa che in ogni futura guerra potrebbe essere possibile impiegare armi tecnologiche che renderebbero sempre più artefatto, ma non meno crudele, il rapporto tra chi uccide e chi è ucciso. Tali armi renderebbero le decisioni di uccidere sempre più automatiche, fino ad ipotizzare che, attraverso il loro controllo remoto, si possa trasformare il campo di battaglia in una rappresentazione analoga ad un videogame, al punto di portare la guerra in un territorio dove decidono le macchine.

Tutti noi oggi siamo in pericolo. Se è ancora vivo l’incubo delle armi nucleari, di vecchia o nuova generazione, è proprio perché l’umanità non arrivò in tempo a comprendere i rischi di quella folle corsa agli armamenti. Oggi, come nel 1955 domandarono al mondo intero Albert Einstein e Bertrand Russell nel loro Manifesto per la Pace, i nuovi scenari ci impongono di riprendere la domanda che l’umanità ha dovuto imparare con la bomba atomica, «quali passi possono essere compiuti per impedire una competizione militare il cui esito sarebbe disastroso per tutte le parti». Oggi, a differenza del passato, siamo ancora in tempo per bloccare il nuovo pericolo e scongiurare un salto qualitativo, sia nella corsa agli armamenti, sia nella logica della guerra.

Noi rivolgiamo un pressante appello ai governi di tutto il mondo affinché si rendano conto e riconoscano pubblicamente che i loro obiettivi non possono essere perseguiti mediante guerre affidate a tali tecnologie, e li invitiamo a promuovere la messa al bando di tutte le armi robotiche. «No Robot War» è la parola d’ordine di chi crede che la Pace non può essere costruita con un ulteriore passo verso la totale disumanizzazione.

Noi chiediamo alle donne e agli uomini che hanno a cuore i destini dell’umanità, agli scienziati, alle persone impegnate sul fronte della produzione tecnologica, agli uomini che dirigono imprese militari e multinazionali, ai governi e i parlamenti, alle Nazioni Unite, di promuovere un patto mondiale per bloccare lo sviluppo di queste tecnologie e mettere al bando il loro utilizzo su scenari di guerra dichiarati o meno.

Noi non facciamo appello a ciò che possa fare il vantaggio dell’uno o dell’altro, ma vogliamo che si produca uno spazio libero da nuove, devastanti e imprevedibili forme di guerra, che renderebbero ancora più disumano chi le produce o le sostiene e potrebbero rappresentare un salto definitivo nel dominio di alcuni uomini sul resto dell’umanità e sul futuro di tutte le specie viventi che si sono evolute sul nostro pianeta.

Pertanto, noi sottoscritti chiediamo alle Nazioni Unite di deliberare la messa al bando dell’uso dei robot di guerra e di istituire, nell’immediato, una moratoria universale sullo sviluppo e sull’uso di queste tecnologie, in vista della loro totale abolizione.

Roma, 4 novembre 2010

Perché conta oggi

Quindici anni dopo, l’appello del 2010 anticipa un dibattito che oggi è diventato centrale. Le stesse domande, chi decide quando una macchina può togliere una vita, come si evita che il controllo delle tecnologie belliche resti nelle mani di poche potenze, tornano al centro della discussione pubblica con l’arrivo dei sistemi d’arma autonomi e dell’intelligenza artificiale applicata alla guerra. Il filo che lega NOW – No Robot War al resto del corpus teorico di Bellucci è lo stesso interrogativo posto da Algocrazia e da L’Era degli Agenti AI, chi governa le decisioni quando i sistemi automatici acquisiscono margini crescenti di autonomia, e con quali garanzie democratiche.

Stato attuale

L’associazione è oggi ferma, ma il suo rilancio è allo studio.

In breve, domande e risposte

Chi ha ideato e fondato NOW – No Robot War?
Sergio Bellucci, insieme a Simonetta Carrarini, Andrea Amato, Antonella Giulia Pizzaleo e Roberto Di Giovan Paolo. Bellucci ne è poi diventato presidente.

Che cosa chiedeva l’appello del 2010?
Alle Nazioni Unite, di deliberare la messa al bando dei robot da guerra e di istituire una moratoria universale sullo sviluppo e sull’uso di queste tecnologie, in vista della loro totale abolizione.

Quante firme ha raccolto?
Alcune migliaia, in Italia e in altri paesi, tra cui il Pakistan e il Regno Unito.

L’associazione è ancora attiva?
È ferma al momento. Il suo rilancio è allo studio.

Concetto storico, con una sola voce d’archivio, l’appello originale del 4 novembre 2010, qui riportato integralmente in questa pagina.

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