Digitalismo

Data center, la fabbrica. Chi decide e chi paga

25 Settembre 2026

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Sergio Bellucci Data center, la fabbrica. Chi decide e chi paga 2026
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Data center, la fabbrica. Chi decide e chi paga

Legge delega e norme regionali provano a mettere ordine, ma il nodo resta fuori

Scritto per Nuova Verde Ambiente, bimestrale di Verdi Ambiente e Società, settembre 2026

di Sergio Bellucci

Le richieste di autorizzazione per nuovi data center si moltiplicano e la politica prova a mettere ordine. A febbraio la Camera ha approvato all’unanimità una legge delega che punta a un iter unico nazionale, alla priorità per le aree dismesse e al contenimento dei consumi d’acqua; il testo è ora al Senato. A giugno la Lombardia ha varato la prima legge regionale del settore, con soglie di potenza, recupero del calore e uso di acque non potabili. È un passo avanti, ma entrambe le norme trattano il data center come un problema urbanistico da semplificare, non per ciò che è, la fabbrica dell’epoca digitale. È come regolare l’altezza dei camini senza chiedersi chi possiede la fabbrica e a chi va ciò che produce.

I numeri dicono che la questione non è tecnica. Nel 2024 i data center hanno consumato nel mondo circa 415 TWh, più dell’intero fabbisogno elettrico italiano. Secondo l’Università delle Nazioni Unite supereranno i 900 TWh entro il 2030, con migliaia di miliardi di litri d’acqua per il raffreddamento e un’impronta di suolo pari alla Campania. La sola provincia di Milano assorbe oltre il 40 per cento dei consumi nazionali del settore, e la capacità installata in Lombardia è destinata a crescere di dieci volte in cinque anni. Energia, acqua e suolo vanno valutati insieme, perché ridurre le emissioni non riduce il prelievo idrico né il consumo di territorio.

Dichiarare queste opere di pubblica utilità significa caricare sulla collettività reti, acqua e territorio senza un ritorno proporzionato. È la vecchia formula della socializzazione dei costi e della privatizzazione dei benefici. Non a caso negli Stati Uniti crescono le proteste delle comunità contro rumore, consumi e bollette, e segnali analoghi arrivano dall’hinterland milanese. Né è casuale che il Senato abbia appena approvato il ritorno al nucleare, scelta più ideologica che efficiente, perché tempi e costi dell’atomo non reggono la curva della domanda, mentre rinnovabili, accumuli e carichi flessibili rispondono subito.

Serve trasformare la semplificazione in condizionalità. Autorizzazioni rapide solo con energia rinnovabile aggiuntiva, recupero obbligatorio del calore, carichi spostati nelle ore di abbondanza energetica, trasparenza sui consumi reali, coinvolgimento vincolante delle comunità e una quota di calcolo riservata a ricerca, scuola e pubblica amministrazione.

Dietro le infrastrutture c’è una rendita che non si consuma. Effetto di rete, dipendenza tecnica e circuito dei dati la rafforzano a ogni uso, alimentata dal lavoro implicito di miliardi di persone che producono gratuitamente i dati. Il reddito si sposta dal lavoro al capitale senza che cresca la produttività, ed è appropriazione, non efficienza. Reti, archivi e capacità di calcolo vanno trattati come acquedotti, beni comuni essenziali, e i modelli addestrati sul sapere collettivo devono essere aperti. Scegliere tra un modello centralizzato e chiuso e uno decentrato, cooperativo e legato alle comunità energetiche è una decisione politica, non tecnica.

Poi c’è Singapore. Ad agosto è stato presentato il prototipo di un data center biologico, sedici milioni di neuroni umani coltivati da cellule staminali in venti unità di calcolo, con un consumo intorno al chilowatt. Colture che vivono sei mesi e non gestiscono ancora calcoli complessi. Nessuna obsolescenza imminente del silicio, dunque, ma un monito sì. Il cervello umano lavora con venti watt, i grandi modelli con centinaia di megawatt. Ogni salto di efficienza, biologico, neuromorfico o algoritmico, rischia di lasciare campus e centrali costruiti per una domanda mai arrivata, con territori impegnati e conti pagati dalla collettività. Pianificare con prudenza, con clausole di reversibilità, è oggi la prima forma di tutela ambientale.

Resta una domanda che precede l’etica. Se il tessuto umano diventa mezzo di produzione, a chi appartiene il valore che genera?

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