17 Settembre 2026
Le due traiettorie della Transizione e le condizioni per orientarla
Roma, 17 settembre 2026
Intervento alla Conferenza Scientifica Internazionale «Theory of Noonomy: A New Paradigm of Civilizational Development», nell’ambito del Congresso Annuale della World Association of Noonomy (WAN)
di Sergio Bellucci, Università per la Pace delle Nazioni Unite (UPEACE), Sede italiana
Colleghe e colleghi,
permettetemi di cominciare non con una tesi, ma con una domanda.
Quanti di voi stamattina hanno preso una decisione, qualsiasi decisione, cosa leggere, a chi rispondere, quale notizia è importante, senza che un algoritmo avesse già pre-selezionato l’ambiente in cui quella decisione sembrava avvenire liberamente?
Nessuno. Nessuno di noi.
Questa è la forma elementare, quotidiana, quasi invisibile di ciò che ho chiamato Algocrazia, un modo di esercitare potere che non vieta, non comanda, non minaccia. Configura. Orienta. Costruisce il paesaggio dentro cui le nostre scelte sembrano libere, mentre sono già state architetturalmente orientate da sistemi che nessuno ha eletto, che nessuno può facilmente ispezionare, e che rispondono a un unico imperativo, massimizzare la valorizzazione del capitale conoscitivo di pochi.
Alcuni ricercatori parlano di un concetto preciso, Code is Law.
Viviamo dentro una Transizione. Non una crisi, le crisi finiscono e il sistema si riassesta. Una Transizione è qualcosa di più profondo, un cambiamento del modo in cui una società produce valore, esercita il potere, si riproduce come comunità, genera la percezione del sé.
L’abbiamo vissuta altre volte nella Storia. Il passaggio dal feudalesimo al capitalismo industriale è stato una Transizione. Non ha richiesto decenni, ne ha richiesti secoli di incubazione e decenni di conflitti espliciti, rotture, momenti in cui sembrava che tutto stesse precipitando e nessuno fosse in grado di orientarlo, prese di Bastiglia e congressi di Vienna, per stare nell’800. Stop and go, ma un senso di marcia tendenziale.
La Transizione in cui ci troviamo oggi ha un motore specifico, l’impatto delle tecnologie digitali nella società umana, l’intelligenza artificiale e, con essa, quello che ho chiamato Sussunzione Algoritmica, il processo per cui il sapere cognitivo umano viene progressivamente inglobato nel sistema macchinico, replicato, automatizzato, privatizzato. Non solo il lavoro manuale, come nella Rivoluzione Industriale. Il lavoro della mente, la diagnosi medica, la consulenza legale, la produzione giornalistica, la composizione musicale, la scoperta scientifica.
La macchina-scienziato, come la chiamarono per primi i fisici Guimerà e Sales-Pardo, un sistema bayesiano che nel 2020, già prima della diffusione pubblica dei modelli Transformer di ChatGPT, ha dimostrato di saper dedurre leggi fisiche in forma chiusa dai soli dati sperimentali, è il simbolo più eloquente di questa sussunzione.
Quando l’algoritmo entra nella produzione della conoscenza stessa e non solo della sua applicazione tecnica alla produzione, siamo davanti a qualcosa di strutturalmente nuovo.
Questa Transizione ha due traiettorie possibili. Non è predeterminata. Ha due attrattori, per usare il linguaggio della fisica dei sistemi complessi che attraversa il nostro lavoro teorico, verso uno dei quali il sistema converge a seconda delle scelte che la comunità umana sa o non sa (o vuole) fare.
Il primo attrattore è quello verso cui il sistema tende spontaneamente. Lo chiamo Algocrazia in ossequio allo schema dell’Anaciclosi di Polibio, che descriveva la crisi dei sistemi democratici verso quella che lui chiamava l’Oclocrazia.
Il secondo attrattore possibile è quello verso cui la Transizione può essere orientata con interventi mirati sui nodi critici del sistema. Sergey Bodrunov lo ha chiamato Noociviltà, concetto che riprende la grande intuizione di Vernadsky e che indica una strada per una formazione economico-sociale, come ci indicava anche Papa Francesco.
L’Algocrazia non è il feudalesimo digitale di Varoufakis, anche se quella descrizione coglie qualcosa di reale. Il feudatario esercitava il suo dominio in presenza, attraverso la catena personale del vassallaggio, in un ordine giuridico che riconosceva obblighi reciproci e che poteva essere contestato, conteneva delle “esternità” possibili e praticabili.
L’Algocrazia esercita un dominio senza territorio, senza soggetto visibile, senza norma dichiarata e in perenne ri/contrattazione. Un recinto flessibile dal quale non si può uscire.
Non è nemmeno il capitalismo della sorveglianza di Zuboff, anche se quell’analisi è preziosa. Il capitalismo della sorveglianza descrive un meccanismo di estrazione, ma rimane nell’orizzonte del capitalismo come sistema conosciuto, di cui identifica una “variante perversa”.
L’Algocrazia è qualcosa di più, è la forma politica di un modo di produzione nuovo, il Digitalismo, in cui il capitale conoscitivo algoritmico diventa la forma primaria di una novità ancora inesplorata, la fusione della funzione del capitale, attraverso la sua smaterializzazione, e delle varie forme di potere di indirizzo e di controllo derivanti dal presidio digitale.
Siamo a quella che ho definito come una sorta di Terraformattazione, richiamando l’idea aerospaziale del lavoro della trasformazione di un pianeta extraterrestre a “misura d’uomo” e della “formattazione” dei dischi digitali per il loro utilizzo da parte di un sistema operativo.
Ricondurre il mondo, non solo umano, a un enorme bacino di dati matematizzabili e, il resto della realtà, marginalizzato come residuo.
Le grandi piattaforme digitali non sono imprese. Sono stati, istituzioni, parallele e sostituenti. Hanno PIL comparabili a nazioni medie. Esercitano funzioni un tempo esclusivamente statali, gestiscono identità digitali, regolano transazioni, producono e distribuiscono informazione, organizzano il lavoro su scala planetaria.
E lo fanno senza debiti pubblici, senza responsabilità democratiche, senza il dovere di essere votate per indirizzare le loro traiettorie di sviluppo.
Un dominio che non governa i corpi come il potere disciplinare foucaultiano, né le menti come la propaganda novecentesca. Governa i pattern comportamentali attraverso architetture di incentivo che l’individuo non vede, non conosce, e spesso non può neanche immaginare.
Quello che in Silicon Valley definiscono come Code is Law. L’algoritmo come tecnologia istituente, come l’ha definita il mio amico Cosimo Accoto.
Questa è l’Algocrazia. Ed è, in questo momento, la traiettoria di default della Transizione in atto.
Ma l’Algocrazia porta in sé la propria contraddizione. E qui la teoria della Noonomia incontra la critica dell’economia politica nel modo più preciso.
La nuova forma della società oltre capitalistica, quella che definisco come società Digitalistica, produce una doppia contraddizione strutturale.
La prima è economica. Man mano che il capitale conoscitivo algoritmico sostituisce il lavoro umano nella produzione di valore, erode la base salariale su cui si fonda la domanda aggregata. Il sistema produce sempre più efficacemente e trova sempre meno consumatori con potere d’acquisto sufficiente ad acquistare ciò che produce. Ho formalizzato questa dinamica in un coefficiente di una formula che non ho il tempo di introdurre, δ(t), quando la massa salariale si contrae e il debito cresce per compensarla, δ tende a zero, il sistema si avvicina strutturalmente alla crisi di realizzazione. L’appropriazione di Plusvalore Algoritmico sta facendo accumulare ricchezze immense ai pochi detentori di questa macchina digitale.
La crescita imponente di creazione di debito ha posticipato questa crisi per decenni. Ma il meccanismo ha un limite matematico iscritto nel suo denominatore, non può continuare indefinitamente.
La seconda contraddizione è politica. La concentrazione del capitale conoscitivo in poche entità genera potere che sfugge a qualsiasi forma di governance democratica elaborata nella fase storica delle società industriali. Gli strumenti che abbiamo, le normative antitrust, le regolamentazioni fiscali, le direttive sulla privacy, sono stati pensati per un mondo con beni rivali, costi marginali positivi, mercati nazionali. Non reggono alla logica del winner-takes-most del ciclo digitale.
Le due contraddizioni si alimentano reciprocamente. E il sistema si avvicina al punto di biforcazione, quel momento in cui la dinamica interna non può più mantenere la traiettoria attuale, e il sistema deve saltare, verso una nuova forma di concentrazione autoritaria oppure, se le condizioni sono state preparate, verso la Noociviltà. Ma esiste anche l’ipotesi del collasso, sulla quale, per incapacità elaborativa e per scaramanzia, non posso e non voglio soffermarmi.
La Noonomia non è un’utopia. È la conseguenza logica di una diagnosi rigorosa.
Se il nodo critico del sistema è la struttura di proprietà privata del capitale conoscitivo fondamentale, e la teoria delle reti di Hopfield ci dice con precisione matematica che è quello il “neurone” con i pesi sinaptici più forti dell’intera rete della nuova forma della società umana, allora la perturbazione sistemica efficace è quella che ridefinisce questa struttura di proprietà.
Non nazionalizzazione nel senso tradizionale, che replicherebbe la concentrazione sotto controllo statale. Qualcosa di più sottile e più solido, la riconduzione del “capitale conoscitivo” (c_k) fondamentale, i grandi modelli linguistici addestrati sul patrimonio intellettuale collettivo dell’umanità, le infrastrutture cloud critiche, i dati di interesse pubblico, alla sua natura di bene comune cognitivo.
Come la conoscenza scientifica. Come l’acqua. Come l’aria. Non perché sia bello che sia così, ma perché le proprietà economiche del capitale conoscitivo, la non-rivalità, i rendimenti crescenti, la ricorsività auto-migliorante, rendono la sua privatizzazione strutturalmente inefficiente rispetto al valore d’uso che genererebbe come bene comune.
D’altronde il mondo informatico ha generato un modello, quello dell’open source, che andrebbe generalmente esteso.
Tre condizioni sono necessarie.
La prima, intervenire sul nodo critico, il capitale conoscitivo, con misure strutturali, Data Trust, istituzioni pubbliche per i modelli fondamentali, standard aperti e interoperabilità, e non solo con aggiustamenti fiscali marginali che il sistema ha sempre la capacità di riassorbire.
La seconda, garantire che la redistribuzione del plusvalore algoritmico, attraverso una AI Levy fondata sulla formula del valore e un reddito universale come dividendo digitale, stabilizzi la domanda prima che δ raggiunga la soglia critica.
La terza, costruire istituzioni internazionali nuove per la governance del capitale conoscitivo globale, perché l’Algocrazia è globale e nessuno stato nazionale può affrontarla da solo.
Chiudo con una considerazione che non è retorica.
Il 15 maggio scorso Papa Leone XIV ha firmato la prima enciclica interamente dedicata all’intelligenza artificiale. Ha messo in guardia dalla concentrazione del potere algoritmico nelle mani di pochi. Ha chiesto che la tecnologia serva l’umanità. Ha scelto di datare quel documento al 135° anniversario della Rerum Novarum, il testo che aprì il dialogo tra la Chiesa e la questione sociale nell’era industriale.
Non è un caso.
È il segnale che la domanda di governance del capitale conoscitivo ha raggiunto la coscienza collettiva globale. Che la biforcazione è visibile. Che la finestra per orientare la Transizione è aperta, ma non lo sarà per sempre, e il tempo scorre velocemente, al passo con lo sviluppo dei modelli di AI.
Questa assemblea esiste perché quella finestra è ancora aperta e occorre decidere verso quale esito indirizzare lo sforzo umano.
La Noonomia non è la promessa di un futuro inevitabilmente migliore.
È una mappa del territorio, costruita con rigore teorico, che mostra dove sono i nodi critici, quali perturbazioni possono spostare il sistema verso l’Attrattore B, e cosa rischiamo se lasciamo che il sistema scivoli da solo verso l’Attrattore A.
La rete è in ascolto.
Sta aspettando l’input giusto per completare il pattern.
Grazie.
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