Una lettura critica del programma progressista sull’intelligenza artificiale di Joseph Stiglitz
di Sergio Bellucci
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Il testo commentato è l’editoriale di Joseph Stiglitz apparso sul Financial Times il 12 settembre 2026, dal titolo attribuito «Joseph Stiglitz spiega come costruire un’economia dell’IA migliore».
Va detto con chiarezza, prima di ogni obiezione, che l’editoriale di Stiglitz individua correttamente i sintomi della crisi che il Digitalismo1 descrive a livello di struttura. Tre osservazioni, in particolare, meritano di essere riconosciute come corrette e sono difficilmente contestabili.
La prima è la denuncia dell’assenza, nel discorso dominante sull’intelligenza artificiale, di una teoria della transizione occupazionale. Stiglitz nota che nelle rivoluzioni tecnologiche precedenti la distruzione di lavoro in un settore veniva compensata, sia pure con costi sociali enormi, dalla creazione di occupazione in un settore nuovo (ricorsività tecnologica), mentre questa volta tale compensazione non è garantita. È un’osservazione empiricamente fondata, e trova conferma, come si dirà più avanti, in una categoria che il Digitalismo formalizza con precisione maggiore.
La seconda è l’identificazione della domanda aggregata, e non della sola offerta o della sola produttività, come variabile critica della sostenibilità del sistema. Stiglitz chiede esplicitamente come un’economia priva di lavoro possa dirsi florida, spostando così l’attenzione dal lato della produzione, dove si concentra la retorica dell’abbondanza algoritmica, al lato della realizzazione commerciale di quel valore. È lo stesso spostamento che il Digitalismo compie attraverso il coefficiente di sostenibilità della domanda, di cui si parlerà nel paragrafo quarto.
La terza è la messa in discussione del regime giuridico della proprietà intellettuale, in particolare del criterio del fair use, come meccanismo che consente alle imprese di intelligenza artificiale di appropriarsi di un patrimonio cognitivo collettivo senza remunerarlo. Su questo punto, come si vedrà nel paragrafo sesto, la convergenza con il Digitalismo è quasi totale, e costituisce, dal mio punto di vista, probabilmente il contributo più utile dell’intero editoriale.
Fissati questi meriti, la critica che segue non intende negarli, ma mostrare che l’impianto teorico in cui Stiglitz li colloca resta insufficiente a spiegarli, e che questa insufficienza ha conseguenze pratiche precise sul programma politico che egli propone.
Il primo pilastro del «programma progressivo per l’IA» di Stiglitz è la politica della concorrenza. L’argomento è impeccabile nei suoi termini, Google e Meta realizzano profitti costanti non perché il mercato funzioni secondo i manuali, ma perché il possesso dei dati genera un vantaggio competitivo naturale che l’assenza di un’applicazione efficace delle norme antitrust lascia intatto. Se la concorrenza fosse ripristinata, conclude Stiglitz, i profitti scenderebbero verso lo zero previsto dai modelli concorrenziali e i benefici dell’innovazione si trasferirebbero ai consumatori.
Questa diagnosi appartiene per intero all’economia della rendita di posizione. Il problema, in questa lettura, è che la concorrenza è insufficiente, e la soluzione, coerentemente, è restaurarla. Ma il Digitalismo formalizza una categoria diversa, il plusvalore algoritmico, che non è definita dal grado di concorrenza del mercato in cui si manifesta.
La formula del valore digitalista, C’ = [c_f + c_k] + [v_h + v_a] + [p_h + p_a], individua nel peso sinaptico W(c_k → p_a), il legame tra capitale conoscitivo e plusvalore algoritmico, la relazione più forte del sistema, e questa relazione resta positiva anche in un regime di concorrenza perfetta, perché la sua fonte non è la posizione di mercato ma la natura stessa del capitale conoscitivo, un bene non rivale la cui produttività non decresce con l’uso e la cui origine è il lavoro cognitivo sociale accumulato, quello che Marx chiamava nei Grundrisse il General Intellect.
In altri termini, anche se domani un numero maggiore di imprese competesse sullo stesso mercato dei modelli fondazionali, come in parte già avviene con l’ingresso di attori cinesi che Stiglitz stesso cita come prova che le barriere all’ingresso sono più basse del previsto, il problema del plusvalore algoritmico non sarebbe risolto, sarebbe solo distribuito fra un numero più alto, ma limitatissimo, di detentori privati di capitale conoscitivo. La concorrenza abbasserebbe i prezzi al consumo, non risponderebbe alla domanda politica di fondo, e cioè a chi appartiene un capitale prodotto dalla collettività intera attraverso secoli e secoli di conoscenza accumulata, decenni di ricerca pubblica, e la produzione quotidiana e non retribuita di miliardi di utenti. Stiglitz tratta questa domanda come se fosse implicitamente risolta dalla concorrenza, il Digitalismo la tratta come irriducibile alla concorrenza, perché riguarda la proprietà del nodo critico c_k, non la struttura del mercato in cui i suoi prodotti vengono venduti.
Quando Stiglitz osserva che questa volta è diverso, e che i lavori sostitutivi promessi ai lavoratori dequalificati, i «baristi altamente qualificati», i servizi per la nuova élite tecnologica, non bastano a compensare quanto viene distrutto, descrive con precisione empirica un fenomeno per cui il Digitalismo dispone di un nome e di un meccanismo, la sussunzione algoritmica.
Il punto decisivo, che l’editoriale non sviluppa, è la discontinuità qualitativa rispetto alle rivoluzioni tecnologiche precedenti evocate dallo stesso Stiglitz, quella agricola in testa. Le automazioni del passato colpivano il lavoro manuale e routinario, lasciando relativamente intatto il lavoro cognitivo non routinario, quello che si riteneva al riparo per definizione. L’intelligenza artificiale generativa colpisce esattamente quelle funzioni, l’analisi, la scrittura, la programmazione, la diagnosi, che si consideravano la nuova frontiera sicura del lavoro umano dopo l’automazione industriale. Non è una nuova ondata della stessa onda, è la terza fase di un processo storico di sussunzione del sapere umano sotto il capitale, dopo la sussunzione formale dell’artigiano salariato e la sussunzione reale meccanica del taylorismo novecentesco.
Questo permette anche di rispondere a una domanda che l’articolo lascia aperta senza fornire una spiegazione strutturale, perché questa volta la compensazione occupazionale automatica non si verifica. La risposta del Digitalismo è che il capitale conoscitivo privato appropriato monopolisticamente non genera la redistribuzione necessaria a finanziare la transizione, e che il meccanismo compensativo temporaneo che tiene in piedi la domanda nel frattempo è l’espansione del debito aggregato, una soluzione per definizione instabile, perché il suo contributo positivo alla domanda decresce mentre lo stock di debito cresce senza limite.
Un dato che rafforza questa lettura, e che l’editoriale ignora, riguarda proprio i lavoratori dell’informazione di cui Stiglitz si preoccupa nel paragrafo sull’ecosistema informativo, quello che il Digitalismo chiama il paradosso del training, il lavoro cognitivo umano pregresso, testi, articoli, codice, ragionamenti prodotti da generazioni di autori, è la materia prima gratuita con cui si addestrano i sistemi che poi competono con chi quei testi ha scritto. Il giornalista, il redattore, il programmatore contribuisce, involontariamente e senza compenso, alla costruzione del proprio sostituto. È lo stesso meccanismo che erode l’ecosistema informativo denunciato da Stiglitz, portato però alla sua radice strutturale, e non presentato come un effetto collaterale evitabile con regole migliori sulla proprietà intellettuale, ma come il funzionamento normale del sistema attuale.
Il punto in cui la distanza fra le due letture si fa più netta riguarda lo statuto teorico della crisi di domanda. Stiglitz tratta la debolezza macroeconomica come un rischio gestibile, a condizione di utilizzare, cita testualmente, «l’intero arsenale di strumenti macroeconomici». È un rischio serio, ammette, e la storia recente, la bolla tecnologica del 2000, la crisi immobiliare del 2007, non incoraggia a un facile ottimismo sulle capacità dei governi. Resta però, nell’impianto dell’articolo, una variabile ciclica, un possibile scoppio di bolla seguito da una gestione macroeconomica più o meno riuscita.
Il Digitalismo formalizza questa stessa preoccupazione in termini diversi, e la conclusione a cui arriva è più severa. Il coefficiente di sostenibilità della domanda, δ(t), è legato al capitale conoscitivo da una relazione di derivate parziali, ∂p_a/∂c_k maggiore di zero, e ∂δ/∂c_k minore di zero, il cui limite, per c_k che tende a crescere indefinitamente, è δ(t) che tende a zero. Non si tratta di due effetti indipendenti di cui uno sia correggibile lasciando intatto l’altro, sono due facce della stessa derivata.
Questo significa che la compressione della domanda aggregata non è un incidente di percorso rimediabile con una politica macroeconomica più accorta, per quanto necessaria quella politica resti nel breve periodo, ma una proprietà strutturale dell’attrattore verso cui il sistema si muove finché il capitale conoscitivo resta privato e concentrato. Usare tutti gli strumenti macroeconomici disponibili, nel linguaggio della teoria dei sistemi complessi a cui il Digitalismo fa riferimento attraverso il modello di Hopfield, equivale a intervenire su variabili periferiche della rete, un’operazione che il sistema riassorbe tornando verso lo stesso attrattore, a meno che la perturbazione non colpisca il nodo critico, cioè la proprietà del capitale conoscitivo stesso.
Questa differenza non è accademica. Ha una conseguenza pratica immediata sul primo pilastro del programma di Stiglitz, quello della concorrenza. Se la crisi di domanda fosse davvero ciclica, ripristinare la concorrenza e gestire bene la macroeconomia potrebbe bastare. Se è invece, come il Digitalismo sostiene, una proprietà strutturale della relazione fra capitale conoscitivo e domanda aggregata, allora nessuna combinazione di concorrenza e politica macroeconomica la risolve, e serve una politica diversa, quella che il paragrafo successivo esamina nel punto di massima frizione tra le due impostazioni.
Stiglitz respinge il reddito di base universale con un argomento politico, non tecnico, toglie dignità al lavoro, e con un argomento pratico, dato che il settore tecnologico si oppone alla tassazione necessaria a finanziarlo, gli assegni sarebbero comunque irrisori. È un argomento che merita di essere preso sul serio, e non liquidato come conservatorismo, perché individua un rischio reale, quello di una soluzione che normalizza l’esclusione dal lavoro anziché correggerne le cause.
Qui però occorre una precisione che la fedeltà intellettuale impone, anche a costo di evidenziare una tensione nel proprio impianto teorico piuttosto che nasconderla. Il programma politico della Noociviltà, l’alternativa che il Digitalismo elabora, include tra i suoi tre pilastri esplicitamente un reddito di base universale come dividendo sociale, finanziato dalla tassazione del plusvalore algoritmico. Sul piano lessicale, dunque, Stiglitz e il Digitalismo sembrano collidere frontalmente.
Sul piano concettuale la collisione si attenua, ma non scompare del tutto, ed è onesto dirlo. Il dividendo algoritmico del Digitalismo non nasce come sussidio caritatevole a chi è escluso dal lavoro, nasce come riconoscimento retroattivo di un contributo produttivo già dato e non retribuito, quello che la formula del valore chiama lavoro implicito, v_a, la variabile che oggi vale approssimativamente zero pur descrivendo un’attività, i dati comportamentali, il tempo, l’attenzione e le correzioni che ogni utente fornisce gratuitamente ai sistemi che poi lo sostituiscono, che ha prodotto valore reale. In questa cornice il dividendo non è un assegno che sostituisce la dignità del lavoro con un sussidio, è un salario arretrato per un lavoro già svolto e mai pagato. È una distinzione che risponde, almeno in parte, all’obiezione di Stiglitz sulla dignità, perché sposta il fondamento del trasferimento dalla compassione al diritto.
Detto questo, l’obiezione pratica di Stiglitz resta in piedi anche contro questa versione più sofisticata, e qui la critica onesta deve valere anche contro l’impianto che si sta usando per criticarlo. Se il settore tecnologico dispone del potere politico per erodere la tassazione dei propri profitti, come Stiglitz documenta con l’esempio della resistenza fiscale delle grandi piattaforme, allora il dividendo algoritmico rischia lo stesso destino previsto per il reddito di base universale generico, un trasferimento sistematicamente sottofinanziato rispetto al valore che dovrebbe compensare. Il Digitalismo risponde a questo rischio collocando la tassazione del plusvalore algoritmico all’interno di una politica più ampia sulla proprietà del capitale conoscitivo, e non come misura isolata, ma resta un punto aperto, non risolto, della propria stessa teoria, e va segnalato come tale piuttosto che dato per acquisito.
Il punto in cui l’editoriale di Stiglitz e il Digitalismo si toccano più da vicino, senza tensioni residue, è la critica al regime della proprietà intellettuale. Quando Stiglitz osserva che il criterio del fair use, con cui le imprese di intelligenza artificiale rivendicano il diritto di addestrare i propri modelli su opere protette, rischia di deteriorare l’ecosistema informativo se non viene riformato, e cita l’accordo Anthropic da un miliardo e mezzo di dollari come prova che il sistema giuridico attuale non è pensato per governare l’intelligenza artificiale, formula in linguaggio giuridico esattamente ciò che il Digitalismo formula in linguaggio economico attraverso il paradosso del training già richiamato al paragrafo terzo.
La differenza è di scala esplicativa, non di direzione. Stiglitz tratta il problema come un difetto normativo puntuale, un criterio giuridico mal calibrato che va corretto con nuove leggi sulla proprietà intellettuale e nuovi quadri di responsabilità per le piattaforme. Il Digitalismo lo tratta come manifestazione di un meccanismo generale, la sussunzione algoritmica del sapere sociale accumulato, general intellect nel linguaggio di Marx, capitale conoscitivo in quello del Digitalismo, di cui il caso specifico degli autori e degli editori è una istanza, non l’unico terreno. Su questo punto specifico l’editoriale di Stiglitz offre al Digitalismo qualcosa che la teoria da sola non può dare, un aggancio giuridico ed empirico verificabile, la giurisprudenza reale su cui la categoria teorica del paradosso del training può essere misurata e argomentata in sede pubblica.
Il programma progressivo che Stiglitz propone, politica della concorrenza, regolamentazione, uso della sovrabbondanza per finanziare servizi pubblici migliori attraverso una tassazione più alta di chi beneficia del boom dell’intelligenza artificiale, non è sbagliato. È incompleto, e lo è in un modo preciso, tratta come riformabile attraverso politiche settoriali un sistema che il Digitalismo descrive come stabilizzato attorno a un attrattore che quelle stesse politiche, prese isolatamente, tendono a riassorbire.
Nel linguaggio della teoria dei sistemi complessi a cui il Digitalismo fa riferimento, tassare i profitti digitali, regolamentare una piattaforma, correggere un criterio di fair use sono perturbazioni di variabili periferiche della rete, ciascuna necessaria, nessuna sufficiente a spostare il sistema verso un attrattore diverso, se il nodo critico, la proprietà del capitale conoscitivo, resta intatto.
Questo non significa che i tre pilastri di Stiglitz siano da scartare. Significa che vanno collocati, per essere davvero efficaci, dentro una politica dei nodi critici che li includa e li superi, una politica che tratti la proprietà dei modelli fondazionali addestrati su dati pubblici, dei dataset di addestramento e dell’infrastruttura cognitiva dell’intelligenza artificiale come questione decisiva almeno quanto la concorrenza tra le imprese che li possiedono. Stiglitz chiede giustamente chi beneficerà dell’economia della sovrabbondanza, pochi miliardari o la collettività attraverso prezzi più bassi. Il Digitalismo suggerisce che la domanda corretta viene prima, a chi deve appartenere il capitale che genera quell’abbondanza perché la collettività l’ha prodotto, prima ancora di chiedersi come distribuirne i frutti attraverso il mercato o la fiscalità.
Sergio Bellucci, Roma, settembre 2026
1. Il termine Digitalismo designa qui una categoria teorica originale, elaborata dall’autore per descrivere la formazione storico-sociale emergente in cui il capitale conoscitivo algoritmico, indicato nella formula del valore digitalista con la variabile c_k, si sostituisce al lavoro vivente come fonte primaria di plusvalore. La teoria nasce dalla sintesi di tre tradizioni intellettuali distinte, la critica marxiana dell’economia politica, nella linea che va da Marx a Sraffa e Romer, la fisica dei sistemi complessi, attraverso il modello delle reti di Hopfield impiegato come euristica e non come modello formale, e la filosofia della noosfera, nella linea che da Vernadsky giunge fino all’elaborazione contemporanea di Sergei Bodrunov. Su questa base la teoria formalizza il plusvalore algoritmico, p_a, come categoria distinta dalla rendita monopolistica di posizione, e ne deriva sia la diagnosi di una crisi di domanda aggregata strutturale, non ciclica, sia la proposta politica della Noociviltà come esito non regressivo delle contraddizioni del sistema. (Bellucci, 2025)
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