Daniela D'Antonio — la Repubblica, edizione Napoli, 9 febbraio 2006
Il Capitale applicato al software per ridimensionare, se non rompere, il grande sogno di una vita digitale che prometteva di colmare le distanze tra il Nord e il Sud del mondo e invece ha reso ancora più profondo il solco del divario. Il pensiero sempreverde del signor Marx per infrangere l'illusione di un web libero e democratico, la terra promessa di chi teorizzava le Zone temporaneamente autonome e ha dovuto fare i conti con il mercato che tutto produce e tutto controlla. Il taylorismo digitale. “E-work” per dirlo con il titolo del libro di Sergio Bellucci -- studioso di tecnologie avanzate -- edito da Derive Approdi. Un libro che affronta l'impatto delle tecnologie digitali sulla vita dell'individuo a cominciare dal lavoro e senza trascurare la sfera delle relazioni che apparentemente sono favorite da e-mail e sms. A che prezzo? Oggi al Pan di via dei Mille, dalle 17.30, Bellucci discuterà dell'argomento con Ugo Marani, Gianfranco Pecchinenda, Luigi Amodio e Vittorio Silvestrini. Professor Bellucci è finita un'illusione? «La grande illusione era pensare che questa tecnologia non fosse lo strumento di produzione avanzato di un nuovo sistema. Lo scambio comunicativo è in realtà uno strumento della produzione di merci. Non si poteva pensare che potesse essere territorio libero e gestito autonomamente dai soggetti». Quindi internet sarà sempre di più conosciuto come uno strumento di lavoro prima che di comunicazione per il tempo libero e la libertà personale ma i media sono gli stessi. Come giudica questa contaminazione tra lavoro e socialità? «Il dato vero è che il lavoro tende a debordare dall'orario canonico e anche il tempo libero ricade dentro l'universo lavorativo. C'è ormai un'occupazione della sfera della vita che prima era esterna alla produzione. Il modello organizzativo del lavoro diviene invece lo stesso delle relazioni interpersonali. Diventa difficile, allora, mettere a critica una organizzazione del lavoro se il tempo dedicato alla socialità ha la stessa forma del tempo organizzato dalla struttura produttiva. Se sei sempre all'interno di quella logica, hai maggiori difficoltà di prima di avere un pensiero autonomo e stare fuori dallo schema. Un problema che riguarda anche le strutture sindacali e chi organizza la battaglia politica e culturale contro alcuni modelli». Come si gestisce questa risorsa senza esserne travolti? «Queste tecnologie moltiplicano la capacità comunicativa degli individui e questo è un dato positivo e innegabile. Il problema è essere consapevoli di quelle che sono le strutture che governano questi processi. Il segreto è prendere dalla tecnologia tutto quello che consente di aumentare il grado di liberà, tutti i gradi di libertà che consente vanno occupati sia in termini individuali che sociali, ma non bisogna adeguarsi alla logica delle tecnologie. Ci si innamora della modalità con cui la tecnologia funziona e si rischia di diventare succubi di una logica. L'importante è rispondersi alla domanda “chi utilizza chi?”». Lei cita spesso Marx dimostrando come le pagine del Capitale non valgono solo per una società di fabbriche ma anche per un mondo economico dominato dai software. «Le pagine di Marx sono attuali e non perché fosse un profeta ma perché analizza un meccanismo di produzione che ha alle spalle una logica che è esattamente la stessa che oggi è alla base del sistema produttivo, anche se le tecnologie sono cambiate tantissimo». A leggere il suo libro però pare che siamo messi peggio rispetto alla classe operaia indagata da Marx. Non crede? «Oggi le tecnologie permettono un controllo più invasivo e questo è grave. Da questo punto di vista siamo messi peggio, non c'è dubbio». Una minaccia che apparentemente riguarda solo una élite che svolge lavori intellettuali. «Questo sistema riguarda l'intero corpo della società, quasi tutti i lavoratori sono messi sotto controllo da apparati informativi. Molti in modo assolutamente inconsapevole». E intanto cresce il cosiddetto Digital Divide. «Una storia vecchia. Facciamo un esempio semplice, quello della scrittura: esiste da oltre 5 mila anni ma solo alla fine dell'800 abbiamo raggiunto il diritto a saper leggere e scrivere. Per millenni la scrittura è stata un privilegio per pochi. Allo stesso modo la tecnologia di comunicazione: si sta producendo un divario tra chi ha la conoscenza e i mezzi e chi non ha ancora l'acqua. Un divario che riguarda anche l'occidente ricco». Con l'aggravante che se il sistema capitalistico prima era nelle mani di molti, la lobby digitale è ridotta a pochissime multinazionali. «è per questo che bisogna aspirare a strutture aperte non proprietarie tipo Linux, strutture che consentano a chi le usa di avere uno spazio di contrattazione e di decidere come è fatto il software». Lei scrive “L'uomo diviene lo strumento meccanico di un cervello artificiale”. Cosa stiamo perdendo? «L'umanità. Per fortuna, però, l'uomo è difficilmente riducibile solo alla logica della macchina. In ogni azione emerge un atto poetico, uno sguardo di passione, di alterità. L'umanità è piena di queste cose. Sono fiducioso».