Lettura integrale

E-work: il lavoro che cambia nell'era digitale

Franco "Bifo" Berardi — da reporterassociati.org, 9 febbraio 2005

Bologna, 09 Febbraio 2005. Come definire la forma complessiva del processo lavorativo, così come esso si presenta in seguito alle trasformazioni indotte dall'innovazione tecnologica degli ultimi decenni e dopo la integrazione nel circuito connettivo digitale? Le formule che hanno circolato negli ultimi anni sono svariate, e corrispondono ai differenti angoli visuali da cui si è scelto di guardare il processo in corso. Espressioni come “lavoro immateriale”, “lavoro cognitivo”, “info-lavoro”, “lavoro digitale” sembrano essere approssimazioni ad una definizione che sfugge.

Ma forse la definizione sfugge perché quello che emerge dopo più di venti anni di sconvolgimenti della struttura produttiva globale, di rivoluzione microelettronica, di flessibilizzazione e di messa in rete, è un mosaico infinito di frammenti eterogenei eppure compatibili, traducibili nel linguaggio universale della valorizzazione capitalistica, ma non riducibili ad una definizione unitaria.

Le forme del lavoro postindustriale sono innumerevoli e diverse quanto innumerevoli e diverse sono le forme dell'attività mentale. Qualche anno fa, quando cominciarono a manifestarsi gli effetti socialmente sconvolgenti della rivoluzione microelettronica applicata al processo lavorativo, si diffuse l'espressione “telelavoro”. Ma questa espressione non coglieva né la profondità né la generalità della trasformazione.

Essa si limitava a cogliere l'effetto di delocalizzazione delle funzioni produttive, ma non permetteva di apprezzare a pieno la pervasività e la radicalità della metamorfosi in corso.

Nel libro che va in libreria in questi giorni per l'editore Deriveapprodi, Sergio Bellucci propone l'espressione E-work per «fotografare una tendenza» che si è aperta da quando la tecnologia elettronica ha messo in moto quel processo di sostituzione del lavoro industriale di tipo meccanico che culmina nella rete. Bellucci si propone di ricostruire la trasformazione in corso cogliendone l'origine nella rivoluzione elettronica, per seguirne poi gli effetti nella cognizione, nella psicologia, nelle forme di socializzazione.

Entrando nel merito delle conseguenze e delle manifestazioni di questo processo di trasformazione non definibile perché infinito, Bellucci osserva gli effetti paradossali che la digitalizzazione sta producendo sul piano sociale e psichico. Assistiamo a «un divario crescente tra l'aumento delle potenzialità tecnoscientifiche a disposizione dell'umanità e uno scadimento dei livelli di formazione culturale delle popolazioni anche nei paesi più avanzati».

L'accrescimento della conoscenza è stato uno dei fenomeni più profondamente caratterizzanti della modernità, legata alla scolarizzazione di massa e all'egualitarismo sociale dei movimenti progressisti del secolo operaio. Ma oggi questo fenomeno sembra regredire. Non solo perché la scolarizzazione di massa è in regresso con la privatizzazione della scuola e della formazione, ma anche perché la massa di informazione disponibile esplode incontrollabilmente, provocando una riduzione della conoscenza relativa (cioè la massa di conoscenza socialmente diffusa in relazione alla massa di informazioni circolanti nell'infosfera).

Questo rende sempre più difficile distinguere tra informazione rilevante e informazione irrilevante. Una conseguenza di questa tendenza è la crisi della democrazia e la cancellazione dell'eredità stessa dell'illuminismo. Si tratta di un effetto che ha le sue radici ad un livello profondo, strutturale.

Contrariamente alle previsioni utopiche del ciberpensiero degli anni Novanta (vedi l'ottimismo digital-illuminista di Pierre Levy), le tecnologie elettroniche non producono linearmente un'estensione del sapere sociale e della partecipazione politica. Gli effetti sono molto più complessi e contraddittori, se li osserviamo con attenzione, come Bellucci cerca di fare in questo suo libro utilissimo.

La complessità infinita dell'universo digitale, e l'accelerazione della produzione e dell'Infosfera rendono sempre più difficile una conoscenza adeguata della dimensione complessiva del sociale, e soprattutto rendono impossibile un governo razionale degli eventi, delle decisioni, degli spostamenti. A questo si deve aggiungere il paradosso del tempo: l'accelerazione del circuito dell'informazione determina una riduzione del tempo di elaborazione cosciente dei dati e delle stesse esperienze vissute.

Questo comporta in primo luogo un aumento costante e illimitato dello sfruttamento delle nostre facoltà linguistiche e produttive. Ma significa anche una crescente impossibilità di valutare criticamente l'informazione che ci raggiunge, una crescente impossibilità di governare razionalmente i processi a cui partecipiamo o piuttosto subiamo. Il paradosso del tempo è implicito nella relazione tra ciberspazio illimitato e il tempo finito dell'organismo umano cosciente, costretto entro limiti organici, emozionali, storici.

Il ciberspazio è una dimensione puramente virtuale che risulta dall'interazione tra innumerevoli agenti di senso, e quindi è una dimensione illimitata. Il cibertempo è invece la capacità del cervello umano di elaborare l'informazione che circola nell'infosfera, e questa capacità è limitata per motivi di tipo organico ma anche emozionale, e culturale. Il tempo di elaborazione del cervello umano non può essere illimitatamente accelerato. L'inadeguatezza delle nostre capacità cognitive rispetto alla Tecno-sfera nella quale siamo immersi si manifesta nella percezione quotidiana di un ritardo, di una rincorsa, di un'urgenza, e nelle patologie che gli psichiatri riscontrano con sempre maggior frequenza soprattutto tra i lavoratori coinvolti nei processi dell'info-lavoro: il panico, reazione dell'organismo cosciente a un sovraccarico incontrollabile di stimoli nervosi, la depressione, effetto di una demotivazione prodotta dall'ansia...

Bellucci vede questi fenomeni psicopatologici come un aspetto decisivo della trasformazione del lavoro. «I sistemi operativi tendono a strutturare il lavoro con la tecnologia del multitasking, la capacità di compiere più mansioni contemporaneamente. All'interno delle varie finestre apribili sulllo schermo la macchina sovrappone la sua capacità di fare rendendo paralleli disgiungibili sovrapponibili i processi e rende possibili sdoppiamenti multipli di lavoro. Ricerche scientifiche sul cervello hanno dimostrato che il multitasking è spesso alla radice della sindrome del cosiddetto deficit di attenzione e di altri disagi come ad esempio la stanchezza cronica».

«Stiamo passando da una vita nella quale l'operaio era il cervello di una macchina che imponeva ritmi e modalità attitudinali manuali a una vita nella quale l'uomo diviene lo strumento meccanico di un cervello artificiale che richiede di compiere pochi movimenti ma di ragionare con la sua logica».

La prospettiva del misticismo liberista della Mente Globale che governa, ormai fuori controllo ogni possibile manifestazione della mente umana, quella prospettiva che Kevin Kelly ha delineato in Out of control, il libro in cui si parla di una civiltà neo-biologica in cui il super-organismo bioinformatico legge l'umano e lo scarta in quanto rumore, si va delineando all'orizzonte.

Porsi il problema a questa altezza è un merito del libro di Bellucci.

Franco “Bifo” Berardi

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