Nel 2005, nel libro E-work. Lavoro, rete, innovazione (DeriveApprodi), Sergio Bellucci propone una lettura poco frequentata dell’origine della logica digitale. L’algebra che George Boole fonda nel 1847 con The Mathematical Analysis of Logic non nasce nel vuoto matematico, sostiene l’autore, ma traduce in termini algebrici la logica dialettica di Georg Wilhelm Friedrich Hegel.
Il punto di partenza del libro è il codice binario stesso. Zero e uno, acceso e spento, sono per Bellucci le uniche lettere di un nuovo linguaggio universale, quello che già Galileo immaginava come lingua matematica del mondo. Ma la struttura logica che regge questo linguaggio, sostiene l’autore, ha una genealogia filosofica precisa. Hegel pubblica la sua Scienza della logica fra il 1812 e il 1816, in un contesto scientifico attraversato dalle prime ricerche di Sadi Carnot sulla termodinamica e dalle grandi leggi sulla fondazione simbolica della matematica. È in quel contesto, non fuori da esso, che Boole costruisce la propria algebra.
La tesi centrale del libro si può riassumere così. Boole prende la triade hegeliana, tesi, antitesi, sintesi, e la traduce in un’altra triade, congiunzione, disgiunzione, negazione, le tre relazioni su cui si fonda l’algebra booleana. Il cambiamento non è solo di linguaggio. Da quel momento l’algebra può essere scritta non più a partire dai numeri ma da due soli elementi antagonisti e irriducibili. Come scrive Bellucci, «Boole incarna, dal punto di vista matematico, l’interpretazione progressista della tesi hegeliana secondo la quale la filosofia e il suo metodo sono una presa di coscienza della realtà».
Un universo matematico parallelo e distinto da quello numerico, un universo che non solo è indagabile attraverso una triade di stampo hegeliano, ma dove essa è a suo stesso fondamento.
Il libro non ferma qui il filo. Nella seconda metà del Novecento, la triade conferma, rifiuto, disconferma con cui Paul Watzlawick descrive la pragmatica della comunicazione umana viene letta come un’eco diretta di quella struttura, «un diagramma di flusso sintetizzabile in uno schema booleano e calcolabile attraverso una macchina di Turing». Ed è la stessa razionalità triadica che, poche pagine dopo, il libro rintraccia nell’incontro fra la parcellizzazione tayloristica del lavoro e la logica digitale, la genesi di quello che E-work chiama già nel 2005 il taylorismo digitale.
La lettura di Boole attraverso Hegel non è un semplice aneddoto di storia della logica. È la prima traccia, nel corpus di Bellucci, di un’idea che diventerà centrale nel Digitalismo maturo. La razionalità digitale non è un dato neutro o naturale, ma una struttura storica e filosofica precisa, che porta dentro di sé un metodo dialettico tradotto in calcolo. Comprendere questa origine aiuta a leggere con più consapevolezza il presente, un mondo in cui quella stessa logica binaria, ereditata da Hegel attraverso Boole, regge oggi gli algoritmi e i modelli linguistici che stanno ridisegnando lavoro e società.
Il testo è tratto da E-work. Lavoro, rete, innovazione (DeriveApprodi, Roma, 2005), capitolo La qualità tecnologica del digitale, sezione Algebre booleane, il lavoro del nuovo linguaggio universale, con prefazione di Domenico De Masi e postfazione di Fausto Bertinotti.
Cosa lega Boole e Hegel?
Secondo Bellucci, l’algebra logica fondata da Boole nel 1847 traduce in termini matematici la triade dialettica di Hegel, tesi, antitesi, sintesi, riscritta come congiunzione, disgiunzione, negazione.
In quale libro compare questa lettura?
In E-work. Lavoro, rete, innovazione (DeriveApprodi, 2005), nel capitolo La qualità tecnologica del digitale.
Perché è importante per il Digitalismo?
Perché è la prima traccia di un’idea poi centrale nel Digitalismo, la razionalità digitale non è neutra ma porta dentro di sé una struttura filosofica precisa.
Concetto del 2005, non ancora collegato ad articoli dell’archivio storico. La genealogia si potrà arricchire con interventi e testi futuri sul tema.
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