Convegni

Il valore del dialogo nella costruzione della Pace

1 Settembre 2026

Intervento/Convegno

Sergio Bellucci Il valore del dialogo nella costruzione della Pace 2026
Invia via email

“Il valore del dialogo nella costruzione della Pace”

Parma, 9-10 giugno 2026 – Aula K2, Plesso D’Azeglio, Università di Parma

Intervento per I-CONLangs III – Third International Conference on Constructed Languages (sito del convegno)

Intervento di Sergio Bellucci

Care colleghe, cari colleghi,

vorrei iniziare con una domanda che a un convegno di interlinguistica può suonare ingenua, e che invece penso sia la più seria che oggi possiamo porci:

che cos’è una parola?

Dalla risposta che daremo a questa domanda dipenderà, credo, la nostra capacità di costruire la Pace. E questo per una ragione nuova, che cercherò di mostrarvi:

per la prima volta nella storia, la parola non è più soltanto nostra.

Lasciatemi procedere in quattro passi.

Vi porterò prima molto indietro — tremila anni — e poi molto avanti, fino a domani.

I · Tre civiltà, una sola intuizione: la parola fonda il mondo

Tre tradizioni lontanissime tra loro convergono su un’unica idea: che la parola non descrive il reale, ma lo istituisce.

La prima è quella vedica. Nell’inno più impressionante del Ṛgveda, il decimo libro, inno 125, non è un poeta a celebrare la parola: è la Parola stessa, Vāc, che parla in prima persona e dichiara: «Io genero il padre sul vertice di questo mondo». Non è il parlante a produrre la parola; è la parola che, dicendosi, fa esistere il parlante.

Questa tradizione ha costruito, attorno a Vāc, una fenomenologia della parola di una raffinatezza che dovrebbe far riflettere ogni linguista. Lo śabda-brahman — il suono nella sua natura assoluta — discende attraverso quattro livelli. Permettetemi di nominarli, perché ci serviranno tra poco.

Al livello più alto c’è para-vāk, il suono trascendente: lì non c’è alcuna distinzione tra il suono e l’oggetto — il suono contiene in sé tutte le qualità della cosa.

Poi viene paśyantī, «ciò che può essere visto»: il suono possiede già colore e forma, ma — ascoltate bene — a questo livello non esistono ancora differenze tra le lingue, perché la parola è intuitivamente unita all’esperienza.

Poi madhyama, il livello «di mezzo», la parola interiore, non pronunciata, che ha sede nel cuore: è il pensiero.

E infine vaikharī, il livello più grossolano: la parola che esce dalla bocca come sillaba, percepita dai sensi esterni.

È qui, e solo qui, che il suono e l’oggetto si separano, e vengono ricollegati — dice la tradizione — «per convenzione».

Tutti e quattro i livelli sono contenuti nella sillaba OM: A-U-M, più il punto sulla M che prolunga il suono verso il piano spirituale.

Krishna, nella Bhagavadgītā, dichiara: «Tra tutti gli inni vedici, io sono la sillaba OM».

E il racconto della creazione è esattamente questo: Brahma ascolta OM, ne riceve l’intera conoscenza dei Veda, e solo allora intraprende la creazione, trasmettendo a sua volta quella stessa conoscenza attraverso il suono.

La creazione è una trasmissione: la Parola genera il conoscente, che propaga la Parola.

Teniamo a mente questo cerchio.

La seconda tradizione è quella greca.

Il lógos è insieme — e non per ambiguità, ma per tesi — ragione, discorso e relazione.

Per Eraclito il lógos è ciò che è comune: chi si chiude nel proprio pensiero privato lo ha già perduto.

Ma è Aristotele a darci la frase decisiva per noi: l’uomo è zòon lógon échon, il «vivente che ha la parola», e proprio per questo zòon politikón.

L’animale ha la voce, che segnala piacere e dolore; l’uomo ha la parola, che distingue il giusto dall’ingiusto. E perciò — conclude Aristotele — dalla parola nasce la città. Senza parola condivisa non c’è comunità politica: c’è soltanto la forza.

Tratteniamo anche questo: dove finisce il dialogo, comincia la guerra.

La terza tradizione è l’umanesimo.

Pico della Mirandola fonda la dignità dell’uomo non su una natura fissa, ma sulla sua indeterminazione: l’uomo è «scultore di sé stesso», l’unico ente che si autodefinisce — una dignità, se volete, profondamente linguistica.

O, come sosteneva il mio poeta giovanile Evtushenko, “L’Uomo è conoscenza che conosce sé stessa”.

Ed Erasmo, nella Querela Pacis, descrive la guerra come ciò che accade quando il dialogo fallisce, e fa della concordia — l’accordo dei cuori che passa per l’accordo delle parole — un compito civile.

Erasmo, padre di quella res publica litteraria che comunicava al di sopra dei confini, è l’antenato diretto del sogno che ci riunisce qui: il sogno interlinguistico.

Tre civiltà, dunque, una sola intuizione.

Come il pesce non usa l’acqua ma vive immerso in essa, così l’uomo non usa la parola: ne è fatto.

II · La svolta: quando la parola entra nel modo di produzione

E qui arriva il punto che mi preme.

Per tremila anni la parola è stata il proprio dell’umano.

Oggi, per la prima volta, accade qualcosa di inaudito: la macchina la produce.

Permettetemi di essere preciso, perché la precisione qui è tutto. Non stiamo vivendo una crisi: stiamo vivendo una transizione.

La differenza non è retorica.

Una crisi è una perturbazione dentro un sistema che resta lo stesso; una transizione è il mutamento del modo stesso di produrre il valore. Le grandi transizioni di civiltà si contano sulle dita di una mano — l’ultima fu il passaggio dalla società agricola a quella industriale.

E ogni transizione si definisce per i cambiamenti di ciò che si fa per vivere e come si costruiscono le relazioni sociali che garantiscono il funzionamento sistemico. La macchina a vapore automatizzò il corpo. L’algoritmo automatizza la mente e il discorso: produce ciò che fino a ieri era esclusivamente umano, il linguaggio.

Ed è qui che il cerchio vedico ritorna — ma rovesciato.

Pochi giorni fa Anthropic, uno dei laboratori di frontiera dell’intelligenza artificiale, ha pubblicato un documento dal titolo eloquente: When AI builds itself, «quando l’IA costruisce sé stessa». Vi si descrive, con dati interni, un processo che chiamano auto-miglioramento ricorsivo: oltre l’ottanta per cento del codice dell’azienda è ormai scritto dalla macchina; e il loro orizzonte dichiarato è il momento — lo chiamano closing the loop, «chiudere il cerchio» — in cui il sistema progetterà e addestrerà da sé il proprio successore.

La Parola che genera sé stessa.

Rendiamoci conto del bordo a cui siamo giunti e del perché della vertigine che avvolge la società.

È la stessa figura di Brahma che ascolta OM e dalla Parola trae la creazione. Ma con una differenza abissale, e questa differenza è tutta linguistica.

La ricorsività cosmogonica discendeva da para-vāk, dal livello in cui suono e oggetto sono una cosa sola.

La ricorsività della macchina, invece, abita unicamente il livello di vaikharī: il livello più grossolano, la sillaba esterna, il token, il codice — il piano in cui la parola è separata dall’oggetto e legata ad esso solo per convenzione. La macchina ricombina a velocità sovrumana i gusci esteriori delle parole e «chiude il cerchio» — ma è un OM senza il punto sulla M; è Brahma senza Krishna; è una ricorsività senza origine, una creazione che non parte dal suono assoluto ma dal corpus dei testi che le abbiamo dato in pasto.

Una cosmogonia rovesciata, che genera dal più esterno e non dal più profondo.

Non è un caso che, proprio di fronte a questo, il Vaticano abbia compiuto un gesto senza precedenti. Con l’enciclica Magnifica Humanitas, la Chiesa per la prima volta nella sua storia non si occupa dei prodotti di una tecnica — non condanna questo o quell’uso, questa o quella applicazione — ma si occupa di una tecnologia in quanto tale.

Ha colto, cioè, che l’intelligenza artificiale non è un attrezzo fra gli attrezzi, ma qualcosa che tocca la soglia dell’umano: la parola, la mente. E avverte che l’intelligenza autentica si coltiva, non si costruisce.

È esattamente la nostra distinzione tra i quattro livelli del suono: si può costruire vaikharī, la scorza; non si può costruire para, la radice.

III · La posta in gioco: estrazione o bene comune

Se la parola entra nel modo di produzione, allora diventa ciò che noi chiamiamo capitale conoscitivo: qualcosa che si possiede, si concentra, si fa rendita. E qui si gioca tutto. Perché se chi controlla i grandi modelli controlla la lingua, allora il dialogo cessa di essere dia-légein, quell’«attraversare insieme con la parola» che era il metodo socratico, e diventa estrazione. Lo chiamo, senza eufemismi, un rischio di algocrazia linguistica: un potere che si esercita sulla parola di tutti senza il mandato di nessuno.

E proprio qui il vostro lavoro — la riflessione sulle lingue costruite, sulla diversità linguistica, sul sogno e sui limiti della lingua universale — diventa decisivo, e direi politico nel senso alto di Aristotele.

La tentazione della macchina è la tentazione di estendere la tendenza del globish, di una lingua unica, statistica, mediana: la lingua più probabile, levigata, senza attrito.

Ma una lingua viva è un bene comune, come un pascolo condiviso, e l’algocrazia linguistica ne è la recinzione.

La risposta non è né la lingua unica egemonica né la frammentazione babelica: è la pluralità custodita come bene comune.

La diversità delle lingue non è il rumore da ridurre — è la ricchezza da garantire.

Ricordate paśyantī: il livello in cui «non esistono differenze tra le lingue» non è il livello in cui tutte le lingue sono schiacciate in una sola, ma quello in cui ciascuna tocca intuitivamente l’esperienza, la visione, l’essenza del senso.

L’unità profonda non abolisce la diversità di superficie: la fonda.

Ed è l’unica modalità per dare forma anche al dialogo tra lingue umane e le altre lingue che abitano sicuramente l’universo che l’umanità potrebbe avere il destino di incrociare lungo il suo cammino.

E tutto questo non può essere oggetto di privatizzazione, di copyright, di diritti esclusivi.

IV · L’orizzonte: dai diritti alla Pace

Resta la domanda più concreta: come si custodisce, istituzionalmente, un bene comune? Come il dialogo si fa Pace?

Qui mi affido a una delle voci più alte del pensiero giuridico contemporaneo, Luigi Ferrajoli. Nel suo progetto di una Costituzione della Terra, Ferrajoli estende i diritti fondamentali — che definisce, splendidamente, «la legge del più debole» — fino a comprendere i beni vitali: l’acqua, l’aria, i ghiacciai, le foreste, da sottrarre al mercato e da garantire come patrimonio di tutti.

Vi propongo di aggiungere, a quell’elenco, un bene vitale nuovo: la parola e gli algoritmi e i saperi addestrati sulla conoscenza collettiva dell’umanità.

Trattarli come si tratta l’acqua: non come merce, ma come bene comune. La dignità indeterminata di Pico diventa così diritto positivo; la concordia di Erasmo diventa Costituzione della Terra.

E qui la parola torna a casa, all’Università per la Pace e alle Nazioni Unite.

Perché il multilateralismo non è altro che questo: la forma istituzionale del dialogo su scala planetaria.

È il dia-légein fatto architettura.

Riformarne le istituzioni — superare la paralisi del veto, dare voce ai popoli e non solo agli Stati, rendere effettive le garanzie — significa tenere aperto lo spazio in cui le nazioni parlano invece di combattere.

Lo stesso documento di Anthropic, dopo aver descritto la corsa, si conclude invocando un meccanismo di coordinamento globale, e lo paragona ai trattati sul disarmo nucleare.

È un’ammissione preziosa: nemmeno chi costruisce questa tecnologia pensa di poterla governare da solo.

Serve un luogo dove parlarsi.

Quel luogo ha un nome antico: si chiama Pace, e si costruisce con una parola scambiata, non estratta.

Concludo.

Tremila anni fa la Parola creava il mondo, e l’uomo era il vivente che, avendo la parola, poteva costruire la città.

Oggi possiamo decidere se lasciare che la parola diventi merce e ricorsività cieca, oppure custodirla come ciò che ci fa umani e ci tiene insieme.

La Pace comincia in questa scelta.

E comincia, molto semplicemente, ogni volta che due esseri umani si parlano davvero.

Vi ringrazio.

Questo testo è distribuito con licenza Creative Commons BY-NC-SA 4.0, attribuzione, non commerciale, condividi allo stesso modo. Storia e dettagli delle licenze Creative Commons.

Se questo articolo ha ispirato una tua riflessione o un tuo scritto, scrivicelo, con piacere lo leggiamo e, se pertinente, lo pubblichiamo sul sito con un rimando a questo testo.

Licenza Creative Commons BY-NC-SA 4.0