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sapere e crisi globale lo spettro del capitale


 

sapere e crisi globale: lo spettro del capitale
di materialiresistenti (19/11/2009 – 17:23)

Sergio Bellucci, Marcello Cini
Lo spettro del capitale
Per una critica dell’economia della conoscenza


Durante gli ultimi vent’anni il capitalismo ha conosciuto un cambiamento epocale: da un’economia prevalentemente materiale, veicolata dalla legge della domanda e dell’offerta e dalla produzione di merci fisiche, si è passati a un’economia dell’immateriale e alla produzione di un bene intangibile e non “mercificabile”: la conoscenza. In questo passaggio si sta verificando però un pericoloso attrito: il capitalismo tende infatti ad assorbire nelle proprie logiche di privatizzazione e mercificazione il processo produttivo della conoscenza, che per sua stessa natura è un bene comune e collettivo, soffocandone così lo sviluppo. Sergio Bellucci e Marcello Cini studiano questo fenomeno da molto tempo; ne Lo spettro del capitale la loro analisi si concretizza in una denuncia e allo stesso tempo in una proposta. La denuncia è rivolta alla politica, soprattutto alla sinistra, incapace oggi di cogliere i segni di quanto sta avvenendo, e per questo di interpretare e farsi carico dei bisogni dei lavoratori. La proposta è quella di promuovere a sistema una nuova logica produttiva, che oggi sta già emergendo autonomamente dal corpo sociale, basata sugli stessi principi su cui si fonda la diffusione della conoscenza: condivisione, cooperazione e democraticità.

Una sinistra senza Rete

di Benedetto Vecchi

«Lo spettro del capitale», un saggio di Marcello Cini e Sergio Bellucci
sull’economia della conoscenza
politica: perché il movimento operaio è
incapace di proporre una visione alternativa a quella dominante? È
attorno a questa domanda che il saggio di Marcello Cini e Sergio
Bellucci Lo spettro del capitale (Codice edizione) si sviluppa,
evidenziando come, anche chi esercita il potere, non dorme sonni molto
tranquilli. Lo testimonia la crisi economica, che da un biennio sta
ridisegnando i rapporti sociali e le relazioni tra Stati a livello
mondiale in una direzione che, più che costituire una soluzione,
rappresenta un problema aggiuntivo rispetto la possibilità di uscire
dalla crisi, perché le dinamiche e i conflitti sociali e geopolitici del
capitalismo contemporaneo non contemplano un esito riformista, come è
stato il New Deal e il welfare state dopo la crisi del ’29 e la seconda
guerra mondiale. Dunque, un saggio ambizioso che concede ben poco allo
stile espositivo e molto, invece, alla radicalità dei problemi che la
sinistra, meglio quello che ne rimane, si trova di fronte.

La tesi dei due autori è presto riassunta. Negli ultimi lustri, il
capitalismo ha conosciuto un mutamento radicale che ha portato al centro
della scena la conoscenza, divenuta fonte primaria nei processi
lavorativi nonché settore trainante della produzione della ricchezza.
Una conoscenza intesa nella sua forma generica, ma tuttavia pervasiva
dell’attività economica. Non solo dunque il sapere tecnico-scientifico,
ma anche l’informazione, l’intrattenimento, l’immaginario collettivo
sono diventati il cuore del capitalismo. Questo non significa ovviamente
che le merci «tangibili» perdano importanza, ma ciò che produce «valore
aggiunto» nella loro vendita è il brand che le accompagna. Un marchio
che significa non solo griffe di successo, ma anche simulacro di uno
stile di vita appettibile. Vendere un’automobile o un paio di sneakers
significa dunque proporre una weltanshauung, nella cui elaborazione è
delegata una forza-lavoro altrettanto significativa di quella che
contribuisce alla produzione «fisica» dell’automobile o delle scarpe da
ginnastica. Altro elemento importante di questa «economia della
conoscenza» è la spasmodica ricerca di innovare tanto i prodotti che i
processi lavorativi.

Cini e Bellucci sono consapevoli dei limiti delle teorie dominanti sulla
«economia della conoscenza» nello spiegare la grande trasformazione che
è alle nostre spalle. Ed è per questo che invitano a fare i conti con
l’analisi marxiana del capitalismo per capire cosa occorra salvare
dell’opera di Karl Marx e cosa invece consegnare alla storia. In un
breve capitolo, ricordano tanto la teoria del valore che le pagine dei
Grundrisse dedicate all’intelletto generale, ma lo fanno per
sottolineare il fatto che non siamo all’anno zero della teoria critica,
ma neppure siamo giunti al termine del necessario lavoro analitico da
compiere.

Dunque la loro è un’analisi critica dellla realtà che si sofferma, ad
esempio, sui processi di appropriazione privata della conoscenza.
Significativa è così la messa a tema della proprietà intellettuale come
terreno di conflitto tra chi ritiene che la conoscenza è un bene comune
e chi la vuole recintare e sfruttarla per fare profitti. È noto che, nel
passato, il possesso di un terreno, di un computer, di un’automobile, un
capo di abbigliamento era esclusivo, ma con la conoscenza questo non
accade: conoscere una formula matematica, leggere un libro, un giornale
non impedisce che altri possano conoscere quella stessa equazione, che
l’informazione possa essere acquisita da molte persone. L’accesso alla
conoscenza e all’informazione non impedisce che altri possano usare
quella stessa conoscenza. Al medesimo tempo, ognuno può arricchirla in
una dimensione accumulativa che non prevede appunto una proprietà
esclusiva. Con le leggi e le norme sulla proprietà intellettuale la
conoscenza viene però ricondotta a un regime di scarsità. Le leggi sui
brevetti, sul copyright, sui marchi altro non sono che gli strumenti per
quel movimento di privatizzazione della conoscenza che gli autori
giustamente paragonano alle enclosures delle terre comuni agli inizi
della rivoluzione industriale.

È però sul crinale delle enclosures della conoscenza che assumono
centralità politica i comportamenti, le esperienze della produzione open
o free dei programmi informatici o dei movimenti sociali contro l’uso di
sementi geneticamente modificati o sottoposti al regime dei brevetti.
Esperienze di cooperazione sociale basate sul riconoscimento della
conoscenza come bene comune non privatizzabile. Ed è proprio facendo
riferimento alla reciprocità, alla condivisione, all’eguaglianza insita
nella cooperazione sociale che, nella parte conclusiva del volume, è
abbozzata la proposta di un «welfare delle relazioni» che preveda, anche
il diritto alla formazione permanente, alla mobilità, a un ambiente non
inquinato e degradato.

Un saggio dunque che prende le distanze da quanto la sinistra politica,
tanto quella cosiddetta di governo che quella «radicale», va declamando
sulla realtà contemporanea. Ed è quindi un libro che ha l’indubbio
merito di presentare una prospettiva «altra» da ciò che un’asfittica
discussione nelle segreterie di partito e del sindacato ci offre da
oltre un decennio sul capitalismo contemporaneo. E altrettanto positiva
è la proposta sul «welfare delle relazioni» avanzata dai due autori,
perché suona come un antidoto alle tesi di chi invoca una riforma dello
stato come riduzione dei diritti sociali di cittadinanza in nome dei
giovani precari. Per Cini e Bellucci, il welfare delle relazioni
aggiunge diritti senza toglierne a nessuno.

Ci sarebbe da discutere se l’«economia della conoscenza» coincida con
l’emergere di un settore e il declino di altri; o se piuttosto la
centralità della conoscenza abbia cambiato il capitalismo en general e,
dunque, anche i processi lavorativi preposti alla produzione delle merci
«tangibili». Oppure, se la produzione artificiale della scarsità della
conoscenza non renda il conflitto sui beni comuni un aspetto dirimente
del conflitto di classe nel capitalismo contemporaneo. Temi e argomenti
da mettere nell’agenda politica. Operazione che trova sicuramente il
consenso dei due autori.

 

 

 

LIBRI: ‘LO SPETTRO DEL CAPITALE’ DI SERGIO BELLUCCI E MARCELLO CINI

ultimo aggiornamento: 12 novembre, ore 10:34
Roma, 12 nov. (Adnkronos) – Sergio Bellucci e Marcello Cini firmano ”Lo spettro del capitale .Per una critica dell’economia della conoscenza”(Codici Edizioni 2009) . Una riflessione lucida e allo stesso tempo appassionata sulla situazione culturale, economica e politica contemporanea, che guarda alle nuove forme di produzione dal basso (cooperative e democratiche) ma che parla alla classe dirigente e ai cittadini. La cassetta degli attrezzi degli autori parte da Marx, attraversa la lunga stagione neoliberista – analizzandone svolte e novita’,modelli e soluzioni, sino alla crisi contemporanea – in un processo che disegna le inefficienze di un modello basato sul mercato e sulla logica della coppia domanda- offerta, incapace di governare il futuro del pianeta. Secondo gli autori per immaginare e costruire i nuovi necessari equilibri occorre superare la logica interna al sistema, puntando non a un riequilibrio interno,ma alla creazione di una nuova analisi che affianchi a quelle esistenti ”altre” logiche.

Occorrono una logica nuova dell’organizzazione del lavoro, una logica nuova delle modalita’ di produzione, logiche che – a differenza delle vecchie forme economiche, che si sono imposte ai corpi sociali – stanno gia’ ”emergendo” come una struttura autocatalitica, co-evolvendo con il corpo sociale, i suoi desideri e comportamenti, ma che la politica deve avere la capacita’ di cogliere e, soprattutto, pensare.Cini e Bellucci lanciano una sfida che stara’ alla politica raccogliere.

Sergio Bellucci e’ giornalista e saggista, specializzato nei temi dell’innovazione tecnologica legata alla comunicazione.E’ uno dei fondatori di Net- Left, un’associazione che si occupa delle frontiere delle liberta’ dell’era digitale. Dal 2006 al 2008 e’ stato presidente del quotidiano ”Liberazione”.

Marcello Cini e’ professore emerito della Sapienza di Roma, dove ha insegnato e svolto attivita’ di ricerca in fisica teorica per 50 anni. Scienziato, docente ma anche intellettuale a tutto campo, nel 2004 ha ricevuto il premio Nonino ”A un maestro del nostro tempo”.

 

lo Spettro del Capitale e i Quotidiani Fotovoltaici

Creato il 26 marzo 2011 da Marcodalpozzo

La ricerca del modello di business per i quotidiani online non può prescindere da un background culturale fatto non soltanto di economia ma anche, ad esempio, di sociologia. Una materia, quest’ultima, così vasta e dalle tante sfaccettature che aiuta a capire le macro-dinamiche che muovono le (forse sarebbe meglio dire “mosse dalle”) persone. Quelle complicate entità che, nella società stessa, ricercano il soddisfacimento di un bisogno.
Tante ed entusiasmanti sono le letture che in questi ultimi tempi sto facendo. Uno dei filoni che sto seguendo è, per l’appunto, quello dell’economia e, in particolare, dell’economia della conoscenza (a dir la verità già intrapreso qualche anno fa].
Con questa nota voglio fissare un concetto (tra i tanti contenuti nel “Lo spettro del Capitale – per una critica dell’economia della conoscenza” di Sergio Bellucci e Marcello Cini) che, [mi] tornerà utile in futuro. Spero di fare cosa gradita anche a voi, sparuto gruppo di anime che seguite le avventure di questo laboratorio; se, invece, avete – comprensibilmente – il morale a terra per aver visto quanta roba ho scritto e siete impazienti – qui vi capirei di meno 🙂 – , vi rinvio alla fine di questo post (o articolo – fate come volete! – che ho messo in colore diverso perchè possiate rintracciarla con maggiore comodità) per un commento su una riflessione venuta fuori alla lettura dell’ultimo capitolo.
lo Spettro del Capitale e i Quotidiani Fotovoltaici
Ho maggiormente interiorizzato, divorando le pagine del saggio, che quella della consocenza è una economia in cui i beni scambiati sono immateriali e, viene da se’, le regole che la governano sono necessariamente diverse. Prendo qui nota del fatto che:

  1. il bene materiale si deteriora con il tempo, il bene immateriale (e.g. conoscenza) no;
  2. nel ciclo produttivo della conoscenza anche l’incapacità di capire è un valore perchè stimola la produzione di senso. Nel ciclo produttivo materiale l’incapacità costa ed è da evitare/eliminare;
  3. in termini di ciclo economico, nella produzione di merci immateriali la novità sta nel fatto che gran parte delle materie prime risiede nel corpo sociale; per i beni materiali le cose non stanno allo stesso modo.

La critica degli autori parte dall’aver individuato nei cicli iterativi che definirei di discussione, non tanto una generazione di senso ma una generazione di consenso al consumo in una deriva capitalistica della conoscenza nei termini di un esproprio della conoscenza stessa e, conseguentemente, delle discussioni intorno ad essa.
Pur non condividendo in pieno questa teoria (ci sono tanti spazi, o in almeno un buon 20% di essi, in cui essa è evidentemente confutabile), non riesco ad essere in disaccordo con l’auspicio degli autori: bisogna discostarsi da una mera logica di domanda/offerta ed avviarsi verso una economia in cui i bisogni da soddisfare non si misurano più soltanto in denaro perchè sempre più contano il benessere spirituale e la felicità in una vera e propria economia relazionale e di scambio. La tecnologia ha abilitato queste dinamiche di relazione e scambio ma – continuano gli autori – invece di utilizzarla (soltanto? – la domanda è mia) per sostenere la domanda/offerta, dovrebbe essere sfruttata per rovesciare completamente il paradigma assecondando una spinta diversa che viene dal basso (come non pensare al ruolo che ha avuto ed ha la Rete nelle rivoluzioni in atto nel Mediterraneo?)
La critica del Capitalismo degli autori sta, quindi, nel suo (del Capitalismo) voler fare proprio ciò che, invece, dovrebbe essere considerato un bene comune e lasciato alla sua naturale evoluzione senza forzatura alcuna (dove per forzatura intendo una manipolazione finalizzata dalla brama del ricavo e del ritorno economico).
Non credo che gli autori auspichino un ritorno al baratto; non credo nemmeno che neghino l’Impresa.
Credo invece che abbiano una visione di lungo respiro che, individuando nella peer-production di beni (materiali e immateriali) la chiave di accesso al nuovo paradigma, restituisca a ciascun individuo, oltre che il diritto alla fruizione dei beni prodotti, anche un ruolo di responsabile apparteneza alla società.
Bellucci e Cini, che richiamano il modello di Capitalismo 3.0 di Barnes secondo il quale i beni comuni andrebbero affidati a dei Trust che poi agirebbero sul mercato, portano come esempio pratico di peer-production quello delle energie rinnovabili e del fotovoltaico (per il quale sappiamo delle sovvenzioni statali per la realizzazione degli impianti domestici e il guadagno riconosciuto per l’immissione in Rete dell’Energia prodotta in eccedenza).
In conclusione: in che termini può essere messa la questione nell’ambito della conoscenza, e quindi anche dei dati/notizia dei quotidiani online? Che tipo di legame si può individuare nella peer-production di un bene materiale quale è l’energia e in quella di un bene immateriale come il dato/notizia (verso la conoscenza)?
Il paragone [mi] sorge sponteneo (l’immagine aiuta più di quanto non si creda!):lo Spettro del Capitale e i Quotidiani Fotovoltaici

  1. così come è ormai garantita (con grosso peso dello Stato) l’infrastruttura “Rete Elettrica Nazionale” e il trasporto del Bene “Energia”, allo stesso modo dovrebbe essere garantita (con grosso peso dello Stato) l’infrastruttura “Rete Internet” e il trasporto del Bene “Dato/Notizia/Conoscenza”;
  2. così come lo Stato incentiva i cittadini all’installazione dei pannelli fotovoltaici, lo Stato dovrebbe incentivare i cittadini all’acquisto di un Dato/Notizia su un Quotidiano Online (che quindi diventerebbe a pagamento) rivedendo di conseguenza le modalità di sovvenzione all’Editoria (su questo parallesismo sono consapevole di aver fatto una forzatura!);
  3. così come viene riconosciuto un “Guadagno” a chi re-immette nella infrastruttura “Rete Elettrica” il Bene “Energia”, allo stesso modo dovrebbe essere riconosciuto un “Guadagno” a chi re-immette nella infrastruttura “Rete Internet” il Bene “Dato/Notizia/Conoscenza” (i.e. microguadagno a chi condivide un articolo online).

Vi torna?

 

il Giornale, ultime notizie

Il fai-da-te della rivolta al capitalismo che uccide la conoscenza

Lo «Spettro del capitalismo», un saggio di Sergio Bellucci e Marcello Cini, analizza il cambio epocale del sistema produttivo: dalle merci fisiche a quelle immateriali. E propone alla sinistra un bagno d’umiltà che sappia ripartire dal «basso» dell’auto-organizzazione

– Gio, 12/11/2009 – 09:19

Durante gli ultimi vent’anni il capitalismo ha conosciuto un cambiamento epocale: da un’economia prevalentemente materiale, veicolata dalla legge della domanda e dell’offerta e dalla produzione delle merci fisiche, si è passati a un’economia dell’immateriale e alla produzione di un bene intangibile e non mercificabile: la conoscenza.
In questo passaggio si sta verificando però un pericoloso attrito: il capitalismo tende infatti ad assorbire nelle proprie logiche di privatizzazione e mercificazione il processo produttivo della conoscenza, che per sua stessa natura è un bene comune e collettivo, soffocandone così lo sviluppo.
Il giornalista Sergio Bellucci, esperto di nuove tecnologie e Marcello Cini, professore emerito della «Sapienza» di Roma, studiano da tempo questo fenomeno. Nel saggio «Lo spettro del capitale» (Codice edizioni 2009, euro 14) la loro analisi si concretizza in una denuncia e nello stesso tempo in una proposta. Una riflessione lucida e allo stesso tempo appassionata sulla situazione culturale, economica e politica contemporanea, che guarda alle nuove forme di produzione dal basso (cooperative e democratiche) ma che parla alla classe dirigente e ai cittadini.
Secondo Cini e Bellucci la ricostruzione della sinistra a livello mondiale potrebbe avere aspetti simili, su scala planetaria, a quelli che hanno assunto in Europa alla fine dell’Ottocento la nascita delle prime organizzazioni degli operai e dei braccianti: società di mutuo soccorso, cooperative, banche popolari e successivamente anche sindacati e partiti.La cassetta degli attrezzi degli autori parte così da Marx, attraversa la lunga stagione neoliberista – analizzandone svolte e novità, modelli e soluzioni, sino alla crisi contemporanea – in un processo che disegna le inefficienze di un modello incapace di governare il futuro del pianeta.
Per immaginare e costruire i nuovi necessari equilibri occorre superare la logica interna al sistema, puntando non a un riequilibrio interno, ma alla creazione di una nuova analisi che affianchi a quelle esistenti «altre» logiche. Occorrono una logica nuova dell’organizzazione del lavoro, una logica nuova delle modalità di produzione; logiche che – a differenza delle vecchieforme economiche, che si sono imposte ai corpi sociali – stanno già emergendo in evoluzione simbiotica con il corpo sociale, i suoi desideri e comportamenti, ma che la politica deve avere la capacità di cogliere e, soprattutto, pensare.

 

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