Recensioni E-Work

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E-Work il libro che ha teorizzato il Taylorismo digitale e il lavoro implicito è ora nei libri di scuola

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E-work”: il lavoro che cambia nell’era digitale

di Franco “Bifo” Berardi

09 Feb 2005

da www.reporterassociati.org

 

 

Bologna, 09 Febbraio 2005. Come definire la forma complessiva del processo lavorativo, così come esso si presenta in seguito alle trasformazioni indotte dall’innovazione tecnologica degli ultimi decenni e dopo la integrazione nel circuito connettivo digitale? Le formule che hanno circolato negli ultimi anni sono svariate, e corrispondono ai differenti angoli visuali da cui si è scelto di guardare il processo in corso. Espressioni come “lavoro immateriale”, “lavoro cognitivo”, “info-lavoro”, “lavoro digitale” sembrano essere approssimazioni ad una definizione che sfugge.

 

Ma forse la definizione sfugge perché quello che emerge dopo più di venti anni di sconvolgimenti della struttura produttiva globale, di rivoluzione microelettronica, di flessibilizzazione e di messa in rete, è un mosaico infinito di frammenti eterogenei eppure compatibili, traducibili nel linguaggio universale della valorizzazione capitalistica, ma non riducibili ad una definizione unitaria.

 

Le forme del lavoro postindustriale sono innumerevoli e diverse quanto innumerevoli e diverse sono le forme dell’attività mentale. Qualche anno fa, quando cominciarono a manifestarsi gli effetti socialmente sconvolgenti della rivoluzione microelettronica applicata al processo lavorativo, si diffuse l’espressione “telelavoro”. Ma questa espressione non coglieva né la profondità né la generalità della trasformazione.

 

Essa si limitava a cogliere l’effetto di delocalizzazione delle funzioni produttive, ma non permetteva di apprezzare a pieno la pervasività e la radicalità della metamorfosi in corso.

 

Nel libro che va in libreria in questi giorni per l’editore Deriveapprodi, Sergio Bellucci propone l’espressione E-work per «fotografare una tendenza» che si è aperta da quando la tecnologia elettronica ha messo in moto quel processo di sostituzione del lavoro industriale di tipo meccanico che culmina nella rete. Bellucci si propone di ricostruire la trasformazione in corso cogliendone l’origine nella rivoluzione elettronica, per seguirne poi gli effetti nella cognizione, nella psicologia, nelle forme di socializzazione.

 

Entrando nel merito delle conseguenze e delle manifestazioni di questo processo di trasformazione non definibile perché infinito, Bellucci osserva gli effetti paradossali che la digitalizzazione sta producendo sul piano sociale e psichico. Assistiamo a «un divario crescente tra l’aumento delle potenzialità tecnoscientifiche a disposizione dell’umanità e uno scadimento dei livelli di formazione culturale delle popolazioni anche nei paesi più avanzati».

 

L’accrescimento della conoscenza è stato uno dei fenomeni più profondamente caratterizzanti della modernità, legata alla scolarizzazione di massa e all’egualitarismo sociale dei movimenti progressisti del secolo operaio. Ma oggi questo fenomeno sembra regredire. Non solo perché la scolarizzazione di massa è in regresso con la privatizzazione della scuola e della formazione, ma anche perché la massa di informazione disponibile esplode incontrollabilmente, provocando una riduzione della conoscenza relativa (cioè la massa di conoscenza socialmente diffusa in relazione alla massa di informazioni circolanti nell’infosfera).

 

Questo rende sempre più difficile distinguere tra informazione rilevante e informazione irrilevante. Una conseguenza di questa tendenza è la crisi della democrazia e la cancellazione dell’eredità stessa dell’illuminismo. Si tratta di un effetto che ha le sue radici ad un livello profondo, strutturale.

 

Contrariamente alle previsioni utopiche del ciberpensiero degli anni Novanta (vedi l’ottimismo digital-illuminista di Pierre Levy), le tecnologie elettroniche non producono linearmente un’estensione del sapere sociale e della partecipazione politica. Gli effetti sono molto più complessi e contraddittori, se li osserviamo con attenzione, come Bellucci cerca di fare in questo suo libro utilissimo.

 

La complessità infinita dell’universo digitale, e l’accelerazione della produzione e dell’Infosfera rendono sempre più difficile una conoscenza adeguata della dimensione complessiva del sociale, e soprattutto rendono impossibile un governo razionale degli eventi, delle decisioni, degli spostamenti. A questo si deve aggiungere il paradosso del tempo: l’accelerazione del circuito dell’informazione determina una riduzione del tempo di elaborazione cosciente dei dati e delle stesse esperienze vissute.

 

Questo comporta in primo luogo un aumento costante e illimitato dello sfruttamento delle nostre facoltà linguistiche e produttive. Ma significa anche una crescente impossibilità di valutare criticamente l’informazione che ci raggiunge, una crescente impossibilità di governare razionalmente i processi a cui partecipiamo o piuttosto subiamo. Il paradosso del tempo è implicito nella relazione tra ciberspazio illimitato e il tempo finito dell’organismo umano cosciente, costretto entro limiti organici, emozionali, storici.

 

Il ciberspazio è una dimensione puramente virtuale che risulta dall’interazione tra innumerevoli agenti di senso, e quindi è una dimensione illimitata. Il cibertempo è invece la capacità del cervello umano di elaborare l’informazione che circola nell’infosfera, e questa capacità è limitata per motivi di tipo organico ma anche emozionale, e culturale. Il tempo di elaborazione del cervello umano non può essere illimitatamente accelerato. L’inadeguatezza delle nostre capacità cognitive rispetto alla Tecno-sfera nella quale siamo immersi si manifesta nella percezione quotidiana di un ritardo, di una rincorsa, di un’urgenza, e nelle patologie che gli psichiatri riscontrano con sempre maggior frequenza soprattutto tra i lavoratori coinvolti nei processi dell’ info-lavoro: il panico, reazione dell’organismo cosciente a un sovraccarico incontrollabile di stimoli nervosi, la depressione, effetto di una demotivazione prodotta dall’ansia…

 

Bellucci vede questi fenomeni psicopatologici come un aspetto decisivo della trasformazione del lavoro. «I sistemi operativi tendono a strutturare il lavoro con la tecnologia del multitasking, la capacità di compiere più mansioni contemporaneamente. All’interno delle varie finestre apribili sulllo schermo la macchina sovrappone la sua capacità di fare rendendo paralleli disgiungibili sovrapponibili i processi e rende possibili sdoppiamenti multipli di lavoro. Ricerche scientifiche sul cervello hanno dimostrato che il multitasking è spesso alla radice della sindrome del cosiddetto deficit di attenzione e di altri disagi come ad esempio la stanchezza cronica».

 

«Stiamo passando da una vita nella quale l’operaio era il cervello di una macchina che imponeva ritmi e modalità attitudinali manuali a una vita nella quale l’uomo diviene lo strumento meccanico di un cervello artificiale che richiede di compiere pochi movimenti ma di ragionare con la sua logica».

 

La prospettiva del misticismo liberista della Mente Globale che governa, ormai fuori controllo ogni possibile manifestazione della mente umana, quella prospettiva che Kevin Kelly ha delineato in Out of control, il libro in cui si parla di una civiltà neo-biologica in cui il super-organismo bioinformatico legge l’umano e lo scarta in quanto rumore, si va delineando all’orizzonte.

 

Porsi il problema a questa altezza è un merito del libro di Bellucci.

 

Franco “Bifo” Berardi

 

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E-Work. Lavoro, rete, innovazione. Il libro di Sergio Bellucci sul lavoro nell´era della tecnologia digitale

 

Proponiamo di seguito una sintesi del libro E-Work. Lavoro, rete, innovazione, a cura dell’autore Sergio Bellucci. Il libro, edito da Derive Approdi (Roma), è in distribuzione da oggi 24 gennaio 2005.

Il libro verrà presentato il 4 febbraio a Bologna, alla presenza da Sergio Bellucci e di Franco Berardi (bifo), Antonio Negri, Valerio Monteventi, Vittorio Rieser, Giovanni Russo Spena, Benedetto Vecchi. Coordinerà Enrico Zini.

L’8 febbraio Bellucci sarà invece a Roma, in un doppio appuntamento. Dapprima alla Camera dei deputati, presenti Alfonso Gianni, Alfonso Pecoraro Scanio, Vincenzo Vita, Luciana Castellina, Oscar Marchisio, Sandro Curzi, coordinerà Giulio De Petra.

Mentre nel pomeriggio, l’incontro sarà alla Facoltà di Scienze della Comunicazione, con Fausto Bertinotti, Domenico De Masi. Coordinerà Arturo Di Corinto.

 

 

Per svariati anni la trasformazione è stata annunciata. Ora è in atto senza le remore e le resistenze che ne avevano caratterizzato l’avvio. L’impatto delle tecniche digitali si preannuncia come in grado di modificare la stessa dimensione umana. Da una somministrazione dei primi anni, che potremmo definire omeopatica e riservata agli adepti della nascente “religione informatica”, la medicina digitale viene ora iniettata a dosi crescenti verso il cuore della collettività. La sua caratteristica ubiquità applicativa ne consente un’espansione del dominio oltre i confini tradizionalmente caratteristici delle precedenti tecnologie. Merci, apparati produttivi, mezzi di comunicazione, sistemi di controllo, armi, entità mediologiche, relazioni umane, sono s/travolti dall’avvento della digitalizzazione. L’imponenza dei processi investe ogni individuo, sia esso alfabetizzato alle tecnologie informatiche, sia esso escluso attraverso quello che è stato definito come il digital divide, e lo trasforma, da passivo elemento investito dal cambiamento come nei primi anni d’espansione, ad attore protagonista della sua accelerazione. Molto spesso tutto ciò avviene inconsapevolmente e nei modi più disparati; come attraverso l’acquisto e il consumo di merci o informazioni che mantengono un apparente aspetto tradizionale, ma che al loro interno accumulano dosi crescenti di strumenti e funzioni digitalizzate.

 

Non è solo la relazione tra l’individuo e la società, dunque, a trovare un nuovo ente mediatico attraverso la complessa infosfera comunicativa resa possibile dalle tecniche digitali – ma è lo stesso ruolo dell’uomo nella sfera naturale a mutare profondamente.

Non c’è luogo dell’agire umano che ne venga risparmiato, che risulti “non contaminato” o, per qualche motivo, esterno al processo di mutazione. Dal lavoro all’intrattenimento, dalla casa agli oggetti di consumo più svariati, dai processi formativi alle forme comunicative, fino alle stesse progettazioni (e spesso riprogettazioni) della vita, nulla sembra essere in grado di resistere all’ubiquità tecnologica del digitale. Le cose, gli oggetti, il fare, vengono trasformati, ripensati, investiti da un vento di mutamento in apparenza impalpabile ma, in realtà, costante e imponente, ormai anche nel breve periodo.

 

In questo quadro, i tempi dei cambiamenti sembrano abbreviarsi al punto di imporre uno slittamento della dimensione temporale stessa, con un passaggio dal “vecchio tempo”, quello che era possibile definire come il tempo “della comprensione” ” il tempo nel quale era possibile ricercare i nessi logici, sociali o storici – a quello costruito intorno all’intuizione, che spinge sempre più alla percezione soggettiva, togliendo possibilità al racconto sociale. Sembra svanire il tempo – una volta principe delle relazioni umane – concesso e necessario agli individui e alle collettività, per comprendere, per capire; oggi, per procedere sembra essere necessario e sufficiente, sempre più imprudentemente e inconsciamente, solo l’intuire. La stessa guerra può farsi “preventiva”, cioè in risposta ad un attacco mai sferrato, ma ipotizzabile o esistente in potenza.

 

La scelta di passare dalla “comprensione” all’¿intuizione” apre le porte alle pulsioni e alle paure più profonde, soprattutto se lo scenario “percepito” come quello della propria vita materiale diviene la dimensione mondo, una dimensione troppo complessa e in/conoscibile per essere vissuta come comprensibile. È in questo quadro che l’altro da sé può essere facilmente trasformato (attraverso semplici operazioni mediatiche) in un avversario al quale mostrare rivendicandola in maniera autistica la propria identità. Un’identità che si configura, nella realtà, come un elemento ormai mutante, ma esibita come un valore assoluto.

Inoltre, l’affermarsi delle tecniche della digitalizzazione – o, se si vuole, sul piano tecnologico dei processi di informatizzazione diffusa (e quindi non solo delle attività direttamente connesse al personal computer), ed il loro integrarsi con quasi tutti gli aspetti della vita quotidiana – configura profondamente alcune trasformazioni del rapporto tra il sapere e il potere, tra la consapevolezza individuale e la sua rappresentazione sociale, che stanno caratterizzando l’occidente capitalistico in questa fase storica. È il rapporto tra i singoli individui e le istituzioni collettive, civili e politiche, quindi, che viene ad essere ridisegnato.

 

È l’affermarsi di nuove organizzazioni portatrici di senso, che vanno ad affiancarsi e sovrapporsi a quelle storiche tradizionali e a quelle critiche (costruite dall’avvento della società di massa e che avevano avuto la più alta espressione attraverso le potenti strutture prodotte dal movimento operaio, come il sindacato e il partito) che modificano le percezioni d’appartenenza (ad esempio quelle ad una classe sociale) così come si erano affermate e consolidate nel novecento. È l’intero mondo che, mutando ad una velocità progressiva, lacera non solo il vissuto personale, ma gli stessi tessuti sociali, che erano il frutto della possibilità di “raccontare” e, quindi, tramandare gli accadimenti e la storia all’altro da sé. La condizione soggettiva è oscurata e non sembra più sufficiente il racconto, la sua descrizione, a rigenerare un’identità collettiva. Ecco emergere, allora, processi di traslazione delle relazioni sociali, una sorta di piani semplificati, disponibili e proposti dalle strutture produttrici di senso; l’appartenenza ad un territorio, ad una squadra o ad una comunità virtuale sulla rete. La dimensione collettiva riemerge modellata attraverso frammenti di un discorso sociale, che assumono una dimensione caleidoscopica e multiforme, senza una capacità di ricostruzione del vissuto sociale, ma alla ricerca di una rappresentanza e di una rappresentatività. Gli avversari divengono nemici (come pure lo divengono i vicini più prossimi) procurando una miopia sociale che nasconde la impenetrabilità prodotta dalla complessità alla quale ci si ritrova di fronte.

 

Quello al quale stiamo assistendo, dunque, non è la lotta tra il virtuale e il reale, come ampiamente ci era stato predetto nel decennio scorso, ma l’integrazione, nel vissuto concreto degli individui, di potenzialità comunicative che estendono le capacità/possibilità della propria infosfera, all’interno di una massiccia offerta fatta di tecnologie utili a questo scopo e messaggi sociali prodotti a tal fine.

Siamo in presenza, in altre parole, di quella che potremmo definire come una realtà aumentata, arricchita, cioè, da un di più di relazione tra osservato e osservatore, reso disponibile dall’avvento delle comunicazioni digitalizzate.

Quello che era il reale e quello che è stato chiamato virtuale sono lì concretamente intrecciati a modificare strutturalmente la vita delle persone. La differenza sostanziale, però, è che questo nuovo quadro relazionale, a differenza di quelli del passato, ha sempre dietro una transazione economica. La struttura del nuovo capitalismo avvolge la condizione di vita al punto di porsi come la nuova struttura relazionale, ma ad un costo preciso, quello dell’apparecchiatura necessaria, dei costi del collegamento, del pagamento di un servizio, di imporre un lavoro implicito.

 

Il senso d’appartenenza, ineliminabile dal corpo della società e dalla percezione degli individui, riemerge trattato come una merce sul nuovo mercato dei sensi, caratteristico del cosiddetto capitalismo della conoscenza. Questo nuovo mercato si produce sia a livello individuale sia a livello di gruppo sociale. Sul primo piano la tendenza è quella di produrre in maniera mercantile tutto ciò che è gestibile dai sensi. Questo meccanismo è il cuore del cambiamento di pelle del capitalismo della conoscenza. Infatti, l’innovazione prodotta dalle tecnologie digitali consente la possibilità di gestire, sotto forma d’informazioni, le percezioni dei cinque sensi. Il mercato produce una sfera di informazioni che avrà una caratteristica di complessità sempre più alta.

Ovviamente l’avvento della digitalizzazione non rappresenta il cambiamento esclusivo di questo inizio secolo; ne descrive, però, una sorta di topografia, quasi a rappresentarne una sorta di mappa genetica. Per quanto ciò sia possibile l’analisi dell’impatto e del senso sociale e cognitivo che essa produce, fornisce una forte capacità descrittiva dei mutamenti in atto.

 

Sommandosi a quelle esistenti, le nuove strutture comunicative producono una miscela che contiene, apparentemente, un alto tasso di ambiguità sia dei modelli comunicativi sia dei prodotti della comunicazione stessa, ma che rivela una “tensione”, una linea di tendenza, che mira ad egemonizzare gli esiti sociali ed economici, soprattutto nei vari livelli della percezione individuale, dello scambio comunicativo, tra l’individuo e la società, e nella struttura della conoscenza. Ambiguità sottolineata dalle modalità di affermazione delle tecnologie digitali nella sfera produttiva. L’impatto destrutturante delle forme e dei segni delle modalità produttive precedenti ha offuscato la capacità di lettura del processo. Per i primi periodi, infatti, si parlò della fine del fordismo come dell’ingresso in una nuova fase. In realtà, l’ingresso delle tecnologie digitali nella produzione ha determinato, e continua a determinare ancora oggi, l’estrapolazione più intensa della logica tayloristica, estendendo le capacità della triade della produzione scientifica fino alle più estreme conseguenze. Dovremmo parlare, infatti, del taylorismo nella fase digitale o, meglio ancora, del taylorismo digitale. Le forme della parcellizzazione della cooperazione e del controllo assumono declinazioni nuove attraverso la sussunzione all’interno dei software e della logica della rete. La loro oggettivazione diviene pervasiva quanto impalpabile, frutto di scelte che fanno apparire fantasmi inesistenti i sistemi di potere preesistenti all’interno delle macchine. Il controllore, spesso appare sotto la forma di una finestra di comunicazione sullo schermo a segnalare un comportamento non idoneo o inaccettabile.

 

Tutto ciò, inoltre, allude al modello a rete come nuovo fattore di socializzazione, modello in grado di ridefinire, attraverso la logica della struttura frattale di cui è innervata, l’intero corpo delle relazioni umane. Organizzazioni produttive, scambi comunicazionali, forme della politica, strutture sociali, comunità reali o virtuali, si ridefiniscono attraverso la logica frattale della rete e ri-contrattano le forme di relazione e di appartenenza. La rete definisce uno spazio che non prefigura esternità e determina nuovi rapporti e forme di inclusione/esclusione.

L’onnivoracità del processo connesso all’avvento del digitale risiede nelle sue stesse basi costitutive. L’informatica moderna deve la sua possibilità di sviluppo alla teorizzazione dell’algebra di Boole fondata su una triade, di stampo dialettico-hegeliano, come quella della congiunzione, disgiunzione e negazione che sarà a fondamento dell’avvio di un nuovo processo di razionalità. Qualche decennio più avanti, un nuova disciplina psicologica, il cognitivismo, proporrà una lettura dei processi di relazione umana fondata su una triade non troppo dissimile, conferma, negazione e disconoscimento, che sembra portare a compimento l’¿egemonia” di una razionalità nuova.

 

Per queste ragioni, la digitalizzazione e i processi di mutazione che essa determina, vanno messi sotto osservazione dalle forze critiche e devono divenire un terreno privilegiato di sperimentazione di nuove forme di conflitto e di dialogo.

Le analisi, purtroppo, si sono incentrate spesso sulla novità del singolo impatto e non sul significato complessivo. Ogni analisi era frutto di specialismi esasperati e si soffermava su un singolo aspetto della mutazione introdotta, spesso ritenendola centrale, talvolta quasi esclusiva. Questo approccio, potremmo dire per parti separate, ha prodotto un ritardo nella comprensione della qualità del fenomeno, della sua dimensione sociale e delle trasformazioni del reale quadro della percezione individuale.

Da un lato, in altre parole, c’era chi nell’avvento delle tecnologie digitali vedeva la nascita di nuovi strumenti comunicativi, dall’altro chi analizzava le nuove tecniche sotto il profilo della produzione e riproduzione di linguaggio, dall’altro ancora chi esaminava la nuova struttura produttiva determinata dalle macchine a controllo numerico, talvolta a livello micro (con le conseguenze del lavoro nella singola azienda), talvolta a livello macro, evidenziando quella che è stata chiamata la ricorsività del ciclo, ovvero l’avvento della cosiddetta “automazione ricorsiva”. Pochi i nessi ricercati tra l’affermazione dell’uso di apparecchi digitali (come ad esempio i cellulari o il pc) e il consenso prodotto verso le nuove strutture tecnologiche di lavoro imposte dentro il luogo produttivo. Come contestare al Padrone il ciclo affidato alle stesse macchine usate per il tempo libero, i processi di socializzazione e, talvolta, la produzione di status symbol? Inoltre, che impatto aveva, sul piano sociale, la percezione dell’arrivo dell’automazione ricorsiva?

 

Tutti questi aspetti, però, non erano e non potevano essere disgiunti, né analizzabili separatamente – se non scontando una perdita del vero “senso” delle trasformazioni che stavano iniziando ad attraversare l’intera società capitalistica – rispetto a quelli delle modificazioni della percezione della realtà sociale nella quale si è inseriti. I processi economici (ma anche quelli tecnologici e, soprattutto, quelli legati alle tecnologie della comunicazione) non possono essere de-embedded, cioè disassemblati, divisi, scorporati dalla matrice sociale nella quale emergono; analogamente, ma a questo si è un po” più avvezzi, i processi sociali non possono essere “scorporati” dalle basi materiali e tecnologiche nelle quali essi si ri/producono.

Un nuovo capitolo della storia del pensiero critico si pone come necessaria.

 

© 2005 Key4biz.it

24 Gennaio 2005 – notizia 148641

© 2002-2012 Key4biz

 

 

 

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IL LAVORO NELLA SOCIETÀ DIGITALE (1)

e-work, free software, open source

Antonio Caronia

[http://www.socialpress.it/article.php3?id_article=1048]

Sergio Bellucci, E-work. Lavoro, rete innovazione, DeriveApprodi, pp. 192, € 14,00.

Ippolita, Open non è free. Comunità digitali tra etica hacker e mercato globale,

elèuthera, pp. 128, € 11,00.

http://ippolita.net

Dieci anni fa (1995) Jeremy Rifkin pubblicò un libro dal titolo provocatorio, La fine

del lavoro (da noi uscì da Baldini&Castoldi). La provocazione funzionò sin troppo

bene, e a sinistra Rifkin fu sommerso (almeno qua in Italia) da un coro di proteste e

anche di irrisioni. Ma come, “fine del lavoro”? È vero, la disoccupazione cresce in

Occidente, ma chi lavora lavora sempre di più, come tempo e come intensità. È vero,

il lavoro si decentra, ma appunto nell’Oriente e nel Sud del mondo cresce lo

sfruttamento. Fu soprattutto nella sinistra più radicale che il libro di Rifkin trovò

l’accoglienza peggiore. I filoni riformisti e quelli new global più interni a una

prospettiva “consumerista” erano poco interessati al possibile sostegno che veniva da

una figura così eccentrica e scomoda come la sua. Ma la socialdemocrazia e i filoni

del radicalismo più ancorati a una visione “lavorista” non potevano sopportare che

fosse loro sottratta la contraddizione più ghiotta e ricca di conseguenze, quella tra

capitale e lavoro.

In realtà il libro di Rifkin, tra forzature e passaggi spesso disinvolti come è nello

stile dell’autore, era più che altro un’analisi della fine del lavoro fordista: cominciava

a raccontarci le trasformazioni indotte nel mondo della produzione dalla rivoluzione

digitale, che era già allora abbastanza sviluppata da lasciare tracce vistose e

riconoscibili nell’esperienza di tutti noi. Ma Rifkin si guardava bene

dall’abbandonare il termine “lavoro”, e semmai il suo limite era nel non articolare a

sufficienza l’analisi del nuovo strato di “lavoratori della conoscenza”, quei

knowledge workers che sommariamente egli contrapponeva in blocco ai lavoratori

del terzo e quarto mondo. Comunque, a dieci anni di distanza, l’Hic Rhodus, hic salta

resta quello: “Il ritardo con il quale si è compreso lo slittamento dell’intero scenario

sociale, su terreni non tradizionali per il pensiero critico, evidenzia un’incapacità dei

vecchi apparati, teorici e organizzativi, a comprendere i cambiamenti. Questo ritardo,

talvolta, si è manifestato fino al punto di negare alcune novità che erano eclatanti e ha

segnato un distacco tra la condizione reale delle persone, la percezione della loro vita,

da una parte, e le strutture organizzative e il pensiero critico, dall’altro.”

Ho citato un passo (pag. 137) delle conclusioni di E-work, un complesso e

generoso tentativo di analisi delle trasformazioni indotte nel sistema produttivo

dall’emergere delle tecnologie digitali. L’autore Sergio Bellucci, che è responsabile

per i problemi della comunicazione e delle nuove tecnologie di Rifondazione

comunista, ha ragioni da vendere nel denunciare l’incomprensione della sinistra –

anche della sinistra radicale – nell’analisi della digitalizzazione della produzione, del

lavoro e della vita quotidiana. E individua anche correttamente, mi sembra, i pericoli

maggiori di questo ritardo di comprensione. Questi pericoli egli li vede da un lato

nella parzialità delle analisi sulla digitalizzazione del lavoro e della produzione: ciò

che egli chiama “l’ubiquità applicativa delle tecnologie digitali” non consente di

procedere per settori troppo definiti, o aspetti troppo limitati, proprio per il carattere

complesso e globale delle trasformazioni in corso. Non solo: le stesse caratteristiche

rendono scarsamente utili le analisi che non siano in grado di connettere la

rivoluzione nei saperi con la dimensione del potere.

Parte da qui Bellucci nel cercare di mettere a fuoco le novità del digitale.

L’integrazione nella produzione della comunicazione e del linguaggio è la

caratteristica saliente della nuova fase del sistema produttivo. Il lavoro ha oggi una

componente comunicativa e linguistica preponderante, mediata appunto dalle

tecnologie digitali. Ma le attività linguistiche sono caratterizzate dal fatto che spesso

non producono direttamente effetti od oggetti capaci di sopravvivere all’atto

linguistico: il loro prodotto coincide, per così dire, con l’attività stessa. E quindi,

oggi, una parte del lavoro, pur essendo a pieno titolo “produttivo”, non dà origine a

un prodotto autonomo, che sopravviva alla prestazione lavorativa, ma coincide con

quella prestazione: è “lavoro immateriale”, linguistico, comunicativo, relazionale,

affettivo. Ma anche la produzione materiale dipende sempre di più dal lavoro

immateriale che vi è incorporato: lavoro immateriale che si oggettiva (per esempio

nella produzione del software sempre più necessario al funzionamento delle

macchine “immateriali” e materiali), e che è quindi difficile riportare pienamente alla

dimensione della soggettività. Non si tratta solo della centralità della nuova industria

“culturale” (cioè comunicativa: informatica, televisione, pubblicità, PR) nell’intero

mondo produttivo, ma del fatto, ben più significativo, che il nuovo capitalismo è

capace di valorizzare (di produrre valore economico a partire da) non più soltanto le

merci materiali, ma anche e soprattutto dalle merci immateriali: e quindi

tendenzialmente ogni interazione, ogni attività quotidiana, ogni gesto più o meno

“creativo” compiuto in ogni parte del mondo è valorizzabile dal capitale. Non c’è più

distinzione fra luoghi “produttivi” (la fabbrica) e luoghi improduttivi, fra tempo

libero e tempo di lavoro.

Bellucci ha ben presente tutto ciò, e cerca di ricavarne alcune direzioni di ricerca

per la teoria e per la prassi, sforzandosi per esempio di mettere in relazione l’avvento

del digitale con alcuni snodi del pensiero scientifico e filosofico fra Otto e Novecento

(dall’algebra di Boole alla meccanica quantistica alle teorie del caos e della

complessità). È vero che non tutto ciò che scrive al proposito è convincente, e alcuni

passaggi appaiono forzati e un po’ meccanici. Ma non stanno qui, a mio parere, i

limiti maggiori del suo libro, quanto in una “timidezza” teorica che a volte gli

impedisce di rimettere in discussione punti decisivi della teoria e delle analisi

tradizionali, sì che spesso egli sembra non riuscire a trarre tutte le conseguenze

implicite nelle sue stesse premesse. È ciò che accade su un punto teorico decisivo

come la teoria del valore, che Marx riprese da Ricardo, e che collega il valore di

scambio di una merce al tempo di lavoro necessario per produrla. Bellucci (pag. 62)

sembra ritenerla ancora valida, mentre a me pare che proprio questa sia una delle

parti più caduche del quadro teorico marxiano, tanto più oggi quando (come abbiamo

visto) il processo di valorizzazione non appare più confinato ai tradizionali luoghi

produttivi (la fabbrica), ma si allarga tendenzialmente a tutta la società.

E più in generale Bellucci appare preoccupato di sottolineare la continuità, più

che la discontinuità, dei nuovi processi produttivi rispetto al passato (“vi è,

nell’affermarsi di nuove e più avanzate caratteristiche del modo di produrre, una

continuità più alta di quanto si sia portati a pensare,” pag. 77), col paradossale

risultato che a volte, al di là delle intenzioni, le sue proposte appaiono semplici

rivendicazioni di “spazi di senso slegati dalle logiche della comunicazione di tipo

commerciale” (pag. 134): aspirazione giusta e condivisibile, naturalmente, ma che

resta un po’ astratta se non si precisano le condizioni alle quali ciò può avvenire, e i

processi reali con i quali spazi del genere possono essere costruiti, all’interno di una

situazione caratterizzata dalla pervasività, non solo delle tecnologie, ma dei processi

di valorizzazione. La logica proprietaria appare oggi infatti straordinariamente capace

di utilizzare ai propri fini anche intenzioni e strumenti nati al di fuori, e addirittura

contro, quella logica.

Un caso emblematico in questo senso è proprio la vicenda del “software libero”,

cioè della produzione informatica nata al di fuori della logica commerciale e

proprietaria, basata sulla condivisione dei codici dei programmi e la cooperazione di

comunità di programmatori. Un recente libretto ricostruisce molto opportunamente la

storia di questo singolare e fruttuoso comparto dell’informatica, dalla Free Software

Foundation di Richard Stallman alla nascita di Linux, dal progetto GNU e la licenza

GPL all’emergere dell’Open Source e ai tentativi dei giganti dell’informatica di

venire a patti con questo dirompente fenomeno. Leggendo Open non è Free, anche

chi non ha familiarità con le sigle delle righe precedenti potrà farsi un’idea

abbastanza chiara delle intenzioni dei sostenitori dei modelli free nella scrittura e

nella circolazione del software. “Adottare un modello free,” scrive Ippolita, la

comunità di hacker e scrittori indipendenti che ha prodotto questo libro scaricabile

anche da Internet, “significa scrivere il proprio codice, ma dare la possibilità ad altri

di spiegarlo, nella maniera più condivisa possibile. (…) L’uso del codice implica

l’etica, un certo stile, un certo codice di comportamento: la libertà d’uso implica

l’imprevisto, e la continua rinegoziazione di ciò che significa ‘fare la cosa giusta’ con

quel pezzetto di codice. In ogni caso, vuol dire fiducia negli altri e nelle capacità di

condivisione degli esseri umani, nelle loro capacità di interazione con le macchine,

(…) nella possibilità di cambiare, e divenire Altro.” (pagg. 22-23).

Ci sono quindi dei valori etici (e, non sembri scandaloso, anche estetici) nella

scelta di diffondere non solo le interfacce utenti dei programmi, ma tutto il codice che

li fa vivere e funzionare, e non solo considerazioni pratiche e funzionali. È vero, un

codice liberamente diffuso viene testato, corretto e migliorato più a fondo rispetto al

codice di un programma proprietario (che viene tenuto segreto e a cui lavorano solo i

dipendenti dell’azienda che lo ha creato), perché ogni programmatore che lo desideri

può metterci le mani, ma non è tanto questa la motivazione più importante del codice

libero e condiviso, quanto l’idea che la libera circolazione del sapere è una pratica più

“giusta”, cioè più rispondente ai bisogni dell’intera società, e non solo ai bisogni

contingenti che quel software soddisfa. Ippolita ci spiega così che non è tanto la

scelta dell’“open source”, della diffusione del codice, che conta, quanto il tipo di

licenza con cui quel codice viene diffuso, e quindi delle possibilità che la licenza

consente. Se l’open source consente anche di commerciare – insomma di vendere – il

software condiviso, la licenza GPL (General Public License, nata dal progetto GNU

di Richard Stallman e fondamento del free software), invece non lo consente, e

impone all’utilizzatore di diffondere ciò che ha eventualmente trasformato sempre e

solo sotto la stessa licenza. Il punto, insomma, è la questione del diritto di proprietà

del sapere, inscindibile dalla sua libera circolazione.

E proprio la questione della proprietà è al centro del testo di Wark McKenzie

Un manifesto hacker, che con uno stile a metà fra quello del Manifesto dei comunisti

e quello della Società dello spettacolo di Guy Debord propone insieme una

ricostruzione della storia dell’uomo all’insegna dello “hacking” e una proposta

politico-teorica di ampio respiro per la contemporaneità. Ma a questo punto, data la

rilevanza dell’opera in questione, mi consentirete di fare una pausa e di tornare sui

temi del Manifesto hacker in un articolo successivo.

 

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E-work, il taylorismo digitale

Il Capitale applicato al software per ridimensionare, se non rompere, il grande sogno di una vita digitale che prometteva di colmare le distanze tra il Nord e il Sud del mondo e invece ha reso ancora più profondo il solco del divario. Il pensiero sempreverde del signor Marx per infrangere l’ illusione di un web libero e democratico, la terra promessa di chi teorizzava le Zone temporaneamente autonome e ha dovuto fare i conti con il mercato che tutto produce e tutto controlla. Il taylorismo digitale. “E-work” per dirlo con il titolo del libro di Sergio Bellucci – studioso di tecnologie avanzate – edito da Derive Approdi. Un libro che affronta l’ impatto delle tecnologie digitali sulla vita dell’ individuo a cominciare dal lavoro e senza trascurare la sfera delle relazioni che apparentemente sono favorite da e-mail e sms. A che prezzo? Oggi al Pan di via dei Mille, dalle 17.30, Bellucci discuterà dell’ argomento con Ugo Marani, Gianfranco Pecchinenda, Luigi Amodio e Vittorio Silvestrini. Professor Bellucci è finita un’ illusione? «La grande illusione era pensare che questa tecnologia non fosse lo strumento di produzione avanzato di un nuovo sistema. Lo scambio comunicativo è in realtà uno strumento della produzione di merci. Non si poteva pensare che potesse essere territorio libero e gestito autonomamente dai soggetti». Quindi internet sarà sempre di più conosciuto come uno strumento di lavoro prima che di comunicazione per il tempo libero e la libertà personale ma i media sono gli stessi. Come giudica questa contaminazione tra lavoro e socialità? «Il dato vero è che il lavoro tende a debordare dall’ orario canonico e anche il tempo libero ricade dentro l’ universo lavorativo. C’ è ormai un’ occupazione della sfera della vita che prima era esterna alla produzione. Il modello organizzativo del lavoro diviene invece lo stesso delle relazioni interpersonali. Diventa difficile, allora, mettere a critica una organizzazione del lavoro se il tempo dedicato alla socialità ha la stessa forma del tempo organizzato dalla struttura produttiva. Se sei sempre all’ interno di quella logica, hai maggiori difficoltà di prima di avere un pensiero autonomo e stare fuori dallo schema. Un problema che riguarda anche le strutture sindacali e chi organizza la battaglia politica e culturale contro alcuni modelli». Come si gestisce questa risorsa senza esserne travolti? «Queste tecnologie moltiplicano la capacità comunicativa degli individui e questo è un dato positivo e innegabile. Il problema è essere consapevoli di quelle che sono le strutture che governano questi processi. Il segreto è prendere dalla tecnologia tutto quello che consente di aumentare il grado di liberà, tutti i gradi di libertà che consente vanno occupati sia in termini individuali che sociali, ma non bisogna adeguarsi alla logica delle tecnologie. Ci si innamora della modalità con cui la tecnologia funziona e si rischia di diventare succubi di una logica. L’ importante è rispondersi alla domanda “chi utilizza chi?”». Lei cita spesso Marx dimostrando come le pagine del Capitale non valgono solo per una società di fabbriche ma anche per un mondo economico dominato dai software. «Le pagine di Marx sono attuali e non perché fosse un profeta ma perché analizza un meccanismo di produzione che ha alle spalle una logica che è esattamente la stessa che oggi è alla base del sistema produttivo, anche se le tecnologie sono cambiate tantissimo». A leggere il suo libro però pare che siamo messi peggio rispetto alla classe operaia indagata da Marx. Non crede? «Oggi le tecnologie permettono un controllo più invasivo e questo è grave. Da questo punto di vista siamo messi peggio, non c’ è dubbio». Una minaccia che apparentemente riguarda solo una élite che svolge lavori intellettuali. «Questo sistema riguarda l’ intero corpo della società, quasi tutti i lavoratori sono messi sotto controllo da apparati informativi. Molti in modo assolutamente inconsapevole». E intanto cresce il cosiddetto Digital Divide. «Una storia vecchia. Facciamo un esempio semplice, quello della scrittura: esiste da oltre 5 mila anni ma solo alla fine dell’ 800 abbiamo raggiunto il diritto a saper leggere e scrivere. Per millenni la scrittura è stata un privilegio per pochi. Allo stesso modo la tecnologia di comunicazione: si sta producendo un divario tra chi ha la conoscenza e i mezzi e chi non ha ancora l’ acqua. Un divario che riguarda anche l’ occidente ricco». Con l’ aggravante che se il sistema capitalistico prima era nelle mani di molti, la lobby digitale è ridotta a pochissime multinazionali. «è per questo che bisogna aspirare a strutture aperte non proprietarie tipo Linux, strutture che consentano a chi le usa di avere uno spazio di contrattazione e di decidere come è fatto il software». Lei scrive “L’ uomo diviene lo strumento meccanico di un cervello artificiale”. Cosa stiamo perdendo? «L’ umanità. Per fortuna, però, l’ uomo è difficilmente riducibile solo alla logica della macchina. In ogni azione emerge un atto poetico, uno sguardo di passione, di alterità. L’ umanità è piena di queste cose. Sono fiducioso».

DANIELA D’ ANTONIO

 

 

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Il lavoro al tempo dei computer: un saggio sui cambiamenti dell’era digitale

 

 

Il lavoro nell’epoca delle tecnologie digitali: se ne parlerà mercoledì 1 febbraio (ore 16:30) a Roma, nella Sala del Carroccio in Campidoglio, dove verrà presentato il libro E-Work – Lavoro, rete, innovazione (Derive/Approdi) di Sergio Bellucci, saggista, massmediologo e responsabile per la comunicazione di Rifondazione Comunista.

Ne discuteranno con l’autore l’inviato della Rai Ennio Remondino, il direttore dell’Università Luiss Pier Luigi Celli, Patrizia Sentinelli (segreteria nazionale Prc), e l’assessore comunale alle politiche per la semplificazione e la comunicazione Mariella Gramaglia.

Il tema è scottante, perché se il rumore mediatico sulla rivoluzione delle tecnologie digitali ha ormai raggiunto anche le orecchie più distratte, quasi nessuno è stato in grado di spiegare con chiarezza quali ne saranno le conseguenze sulla società. E soprattutto sul mondo del lavoro che, con l’ingresso in un regime economico di cui non sono ancora state comprese appieno le regole, si è ritrovato immerso in un vero e proprio “taylorismo digitale”. Un sistema, cioè in cui, scrive Bellucci, «le forme della parcellizzazione della cooperazione e del controllo assumono declinazioni nuove attraverso la sussunzione all’interno dei software e della logica della rete».

E-Work affronta la rivoluzione digitale partendo dalle sue radici teorico-matematiche, per arrivare a discutere l’intreccio tra reale e virtuale che fa ormai parte della nostra quotidianità.
Secondo Bellucci è proprio quest’ultimo, con la sua acquisita naturalezza, a nasconderci le transazioni economiche che ne sono all’origine e imponendoci in questo modo un nuovo tipo di lavoro: il “lavoro implicito”, ossia quello svolto inconsapevolmente dall’utente attraverso l’uso quotidiano di apparati digitali. Un utente che, in questo modo, diviene anche un lavoratore che svolge (in modo inconsapevole e non retribuito) compiti che un tempo facevano parte di varie fasi del ciclo produttivo industriale.

Puntando il dito sulla mancata contrattazione sociale dell’ingresso delle nuove tecnologie nel mondo del lavoro, dovuta anche a un sistema sindacale che sa tutto delle fabbriche ma molto poco delle nuove realtà produttive, Bellucci avverte: bisogna svelare i meccanismi nascosti che regolano il gioco per non subirne soltanto le conseguenze.
Il libro è corredato da un’ariosa prefazione del sociologo Domenico De Masi, che con piglio divulgativo riconduce la discussione teorica nell’alveo della vita quotidiana e della prassi; mentre trova un sigillo ideologico nella postfazione di Fausto Bertinotti, che ne conferma la profonda analisi politica e sociale, le ascendenze marxiane e al tempo stesso la sconcertante attualità e veggenza.

(inserito il 30/01/2006)

 

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Ex Libris
Il lavoro al tempo del computer
Il pane, le rose, l’inchiesta. Per uno statuto dei nuovi lavori
Arturo Di Corinto

L’avvento del digitale rimescola le carte in tavola del capitalismo. Con il digitale, non cambia solo il modo di informarsi e socializzare ma cambia il modo stesso di produrre e di consumare l’informazione e la socialità. Cambiano i luoghi, gli istituti e le forme del lavoro contemporaneo.
Con il digitale, il lavoro che si reifica nelle reti di relazione connesse dalle interfacce macchiniche scavalca le mura della fabbrica e si generalizza alla società tutta, investendo non solo le relazioni interne ai luoghi della produzione e la tradizionale suddivisione del lavoro ma ne stravolge le sovrastrutture – gli ambiti della socialità, della riproduzione, gli scopi dell’agire socialmente orientato, la produzione di senso – causando un’accentuata frammentazione delle identità sociali e un senso di precarietà diffuso. Cosa è accaduto?
A dispetto delle premesse, l’abbondanza della merce informazione e la riappropriazione dei mezzi di produzione, il linguaggio e le capacità cognitive necessarie a manipolare l’infosfera digitale, non hanno generato maggiore ricchezza, nuove libertà, ma precarietà, subordinazione e alienazione diffuse. Il capitale deve trasformare la conoscenza per renderla produttiva e attraverso la sua astrazione, renderla misurabile e accumulabile, e quindi necessita di irrigidire il suo comando sulla forma fluida della merce informazione con leggi draconiane che ne vincolano la diffusione, sia attraverso la retorica mediatica, con la riprogettazione del mercato del lavoro e la delegittimazione delle tradizionali forme di rappresentanza.Se il digitale ha avviato una trasformazione dei luoghi produttivi e dell’ontologia del lavoro inglobando le porzioni di attività umana che prima erano esterne alla fabbrica mettendo a lavoro la nuda vita, cioè i bisogni, le aspirazioni, le amicizie, i network sociali e degli affetti, trasformandoli in lavoro implicito e non remunerato, che spazio c’è per la rappresentanza del lavoro che si declina in queste nuove forme del lavoro e quali sono i luoghi e gli agenti del conflitto in grado di ricontrattare a proprio favore le istanze di comando e di controllo del taylorismo digitale?A queste domande prova a rispondere il libro “E-work, lavoro rete, innovazione”, pubblicato da Derive Approdi in cui l’autore Sergio Bellucci ci racconta di una mutazione antropologica che investe non solo il mondo del lavoro ma l’idea stessa di società in cui però il lavoro – per il suo significato simbolico e normativo – continua a occupare un posto di rilievo nella definizione delle identità e delle progettualità comuni. Perciò è quello il fulcro della sua analisi che spazia dai temi dell’operaismo alle teorizzazioni del cognitivismo, affronta il problema della comunicazione, della pubblicità e del consumo, per descrivere la percezione che i singoli hanno della loro collocazione sociale raccontando come il lavoro declinato alla voce comunicazione diventa lo spettro di se stesso. Una premessa teorica la sua volta ad affermare l’inusabilità delle categorie interpretative passate per riannodare i fili di una teoria critica che tenga conto del cambiamento mentre si trova al centro del suo vortice.Un’aspirazione importante perché, come sostiene l’autore, lo stesso uso di categorie interpretative del reale modifica la percezione diretta e indiretta che l’uomo ha del suo ”saper fare’’ e del ”poter fare’’ ed evoca immancabilmente il ruolo che gli istituti della vita associata hanno nel modificare, indirizzare e valorizzare tale percezione. Per questo a Bellucci non sfugge che mentre nuovi soggetti sociali mettono in scena bisogni e desideri, non viene meno l’importanza di istituti organizzativi e di rappresentanza per promuoverne le istanze: come i partiti ‘’operai’’ e il nuovo sindacato, ipotizzando uno statuto dei nuovi lavori per il lavoro nell’era del computer, a patto che questi siano in grado di ripensarsi e cogliere le nuove istanze del conflitto e perciò, ca va sans dire, il rinnovato ruolo che la pratica dell’inchiesta – qualcuno direbbe la conricerca – può avere per i ”nuovi lavoratori’’, e che potrebbe anche rivelarsi l’antidoto alla crisi dei luoghi di mediazione tradizionali.————–
Il libro viene presentato oggi in due luoghi, alla Camera e all’Università, come da agendadi aprile.

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