In morte di un poeta

Il trenino che mi portava a Spoleto andava lento ma sapeva di libertà.

Non solo perché da pochi giorni era terminato l’anno che, obbligato dal “sistema”, avevo regalato al servizio militare – un anno nel quale, con tutta la potenza dispiegabile, il sistema aveva provato a trasformarmi in un numero, sacrificabile “alla bisogna di altri” – ma perché i miei passi mi stavano portando verso l’appuntamento con uno dei miei miti: Allen Ginsberg. Viaggiavo con Giacomo, un altro sopravvissuto, insieme a me, all’Annus Horribilis  e che diceva di amarmi come nessuna donna al mondo avrebbe mai potuto. E che, dopo quel viaggio, avrei perso per sempre.

La piazza di Spoleto ci accolse con la sua maestosità e un grande regalo. Una piccola fila di tavoli all’aperto ospitava una tavolata di eccezione: Fernanda Pivano, Peter Orlovsky e Allen Ginsberg pranzavano, nell’indifferenza totale della città, come dei ragazzi accampati sulle loro vite. Ci avvicinammo prima timorosi e poi un po’ più decisi, ma il piccolo gruppo seduto ci accolse al tavolo con naturalezza. Furono ore da sogno, trascinati e affascinati dalle discussioni di persone che avevano segnato la storia di quella che veniva ancora chiamata, qui da noi, la “controcultura giovanile” degli anni ‘60. Il mio sguardo rimaneva incantato su Ginsberg (con un po’ di gelosia di Giacomo, mi sembra di ricordare…). Era uno dei miei poeti preferiti. Quando andò via per prepararsi allo spettacolo, disse che quella sera mi avrebbe dedicato “No Smoke”. A quella esibizione, alla sua declamazione, quella volta non arrivò nessun poliziotto ad arrestarlo, con l’accusa di atti osceni, come era accaduto, proprio lì, dieci anni prima.

Il mondo era già cambiato, ma ancora non lo sapeva. Quella era la meraviglia che attraversava gli anni ’70, un decennio di cui dovremmo tornare a parlare per la sua semplicità, potenzialità, irruenza, determinazione, dolcezza, consapevolezza, disincanto e amore. Sul resto, il mainstream si è prodigato di semplificazioni accecanti e distorsioni di cui sono piene le pagine di libri e giornali, semplificazioni che non possono spiegare quella aura che attraversava le relazioni.

Da quella serata magica (e dalla notte passata nella sala d’attesa della stazione per attendere il treno del mattino) ripiombai sulla spiaggia di Castelporziano per i tre giorni di “poesia e amore” del più pazzo festival mai realizzato.

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Avrei avuto modo di rivedere Ginsberg – tra gli ospiti d’onore della serata finale – e, insieme sul palco, un altro dei miei poeti preferiti: Evgenij Evtušenko.

L’atmosfera era di gioia e fu una emozione stupenda anche se la mia speranza di riuscire a passare qualche momento con Evtušenko, così come era capitato con Ginsberg, fu vana. La bolgia totale impediva di avvicinarsi e non riuscii neanche a salutare Ginsberg, come avrei sperato.

Ma questi sono i giorni della scomparsa di Evtušenko, che ebbi modo di conoscere più avanti nella vita. Un poeta che sapeva non rinunciare alla critica feroce restando un amante della sua patria. La sua passione era totale, dirompente, un po’ più vicina a Corso e Orlovsky piuttosto che a Ginsberg. Almeno per me. La sua matrice intrecciava la dimensione dell’impegno, insieme a quella della ricerca del senso della vita. Fu lui, con una affermazione affilata, ad aprire la mia mente e il mio cuore alla comprensione consapevole della realtà umana quando disse: “L’uomo è conoscenza che conosce se stessa”.

Grazie Evgenij.

 

Dalla raccolta di poesia “Il Vento del domani”

di Evgenij Evtušenko

Creazione

E’ terribile il non esprimere
il non dire,
quando sotto la pelle bruciano le schegge
e né estrarle, né scavarle, né placarle
si può in nessun modo.

Eventi murati dentro
gridano disperati: “Siamo dimenticati noi.
Possiamo scomparire dalla storia
facci uscire! facci uscire!”.

Groppo in gola la sofferenza:
“Noi come singhiozzi soffocati.
Così speriamo nella nostra liberazione:
esprimici! esprimici!”

Tutte le costole implorano le idee:
“Stiamo strette dentro.
E’ stato un tormento”.

Parole meravigliose
ma non proferite,
gridano
“Vive siamo sepolte vive”

Imprese ardite,
ma rimandate,
gridano
“Vive siamo congelate”

E tutti gli errori,
le colpe nascoste
si dibattono dentro come epilettici:
“Quello che non esprimi
quello che si dimentica,
accadrà di nuovo”

Rode il rimorso
“Devo svincolarmi.
ero piccolino ora sono cresciuto!”.

La tristezza
non espressa in tempo,
urla nelle tenebre
“Voglio uscir fuori io!”

E piange la gioia
con tristezza:
“Tutti i vostri sentimenti si impoveriscono
quando pensate di mostrare ingegno
col non esprimere le gioie”

E la dolcezza sussurra
“Si vergognano di me,
parlano l’un l’altro brutalmente
perché nascondete, tormentandovi,
non solo le cose peggiori
ma le migliori anche?

Terribili i mali che vengono nascosti,
ineluttabili uccidono,
ma perfino la dolcezza se viene nascosta..”

Iniziate la confessione
anche se a poco a poco.
Cercate di iniziare, provate.
E ci vergogniamo,
come di cosa futile,
non solo di ciò che che è terribile,
ma anche del meraviglioso…..
… …….
quando una banalissima paura di esprimersi
conduce un gioco
di sottile reticenza…

 

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