La società miope

mass media, televisione, TV,

Inforco degli occhiali che aumentano la mia ipermetropia congenita. Il mondo, improvvisamente rallenta.

Gli accadimenti che colpiscono il cuore e il cervello divengono piccoli elementi di una storia umana che ha complessità e urgenze ben più grandi e importanti, che è attraversata da dinamiche profonde i cui esiti possono essere messi in discussione solo da scelte coraggiose e lungimiranti. Esiti e dinamiche che sono, in realtà, le vere motivazioni di quei piccoli accadimenti “a cui siamo interessati” e alle cui radici, vere, nessuno sembra più interessato.

Sembra che nessuno sia più in grado di fare il 2+2. Prendiamo il caso dell’uccisione del ragazzo di Alatri. Tutti sono scandalizzati, ovviamente. I commenti sono unanimi. Il giornalismo si interroga sul dramma personale, in parte a ragione. Poi le cose si sedimentano un po’ e ci si accorge che la vicenda non nasce da un impazzimento “soggettivo”, ma dalle dinamiche di “controllo” di un territorio per lo sfruttamento del mercato della droga. Un giornalista serio dovrebbe interrogare la società, la politica, quella stessa comunità e domandare: cosa pensate si debba fare per eliminare la radice che determina questi drammi? Un politico serio, invece di scandalizzarsi e poi ritornare ad accarezzare il pelo all’esistente, dovrebbe domandarsi: come si può interrompere questo mercato, per evitare tragedie come queste? C’è qualcuno che riesce a mettere insieme, in un ragionamento, quello che dovrebbe essere ovvio: l’effetto di cui discutiamo, da quale causa è determinato? Quelli che oggi si scandalizzano tanto, ad esempio, come pensano di smantellare il mercato delle droghe? Realmente e non a chiacchiere o con la riproposizione di politiche che, nei decenni passati, non solo non hanno scalfito questa “industria”, ma l’hanno addirittura aiutata?

Chiaro che, allora, uno si ferma e si pone una domanda: a cosa dovrebbe servire la politica, oggi? Perché i partiti si dividono sempre e sostanzialmente sul “chi” deve governare e non sul “dove” andare? Perché, ad esempio, dovrei andare a votare per le primarie di un partito che non è il mio? Perché questa massiccia offerta di para-informazione non riesce a distogliere lo sguardo dal micro-evento? Possibile che non ci sia spazio per capire dove stiamo portando il mondo anche con le nostre piccole vite? O è voluto, questo sguardo miope, perché attraverso esso si impedisce alle persone di prendere coscienza di quale “viaggio” stanno percorrendo con i loro passi quotidiani?

Si può far finta di rispondere a quelle micro urgenze, a qui micro accadimenti – tanto urgenti, impellenti e improcrastinabili da essere dimenticati e cancellati in un battibaleno, seppelliti da un’altra valanga di micro urgenze e accadimenti – con risposte, anche apparentemente radicali, ma che lasciano in piedi il meccanismo che ha creato il problema al quale, si dice, si vorrebbe dare una risposta. Ci vorrebbe la semplicità di un bambino con i suoi: “E perché?”.

Ora l’umanità è giunta ad un bivio. Sarebbe troppo lungo (ma semplice) elencare tutti i fattori che rendono questo modello di vita, questo modello economico (e la sua iniqua distribuzione delle risorse), questo meccanismo di produzione di senso della vita, di cultura, di prassi (avrebbe detto il teorico italiano…), incompatibile con se stesso, con la prosecuzione della stessa vita su questo pianeta.

Il polo Nord con temperature estive durante l’inverno, l’Antartide che questo inverno non ha sviluppato la “polinia”, cioè una zona di acqua libera dai ghiacci più vicina al continente, circondata da una cintura di ghiaccio larga decine di chilometri. Minacce di interruzione della corrente del Golfo che garantisce al Nord Europa di tenersi fuori dai ghiacci. Tasso di acidità degli oceani che mette in discussione la vita nei mari e la presenza nel circuito delle acque del mondo di micro-particelle di plastica, frutto di soli 50 anni di produzione industriale delle plastiche. Pesticidi, veleni e inquinamenti delle falde acquifere. Introduzione di piante geneticamente modificate esterne all’evoluzione del pianeta e ai suoi equilibri, riduzione degli insetti per l’impollinazione al punto di sviluppare industrie che stanno pensando all’introduzione di micro-robot per la loro sostituzione. Industrializzazione di tutto il vivente e di tutti gli spazi, eliminando la capacità del pianeta di produrre un equilibrio. Una cosiddetta “impronta umana” che brucia più risorse rinnovabili di quelle che la Terra riesce a riprodurre.

Ma potremmo parlare della concentrazione delle ricchezze nelle mani non di “pochi”, ma di “alcuni” individui. Della potenza delle multinazionali che travalica quella degli Stati e piega le decisioni dei governi. Del sistema di produzione della moneta e del signoraggio. Oppure dell’impatto delle tecnologie digitali nella vita umana, del cambio della struttura cognitiva degli individui, della costruzione di “info-sfere” dentro le quali si racchiudono gli individui e che vengono trasformate, rapidissimamente, in target di riferimento per la produzione di merci. Potremmo accennare al fatto che le nostre società basate sul “Welfare” rischiano il collasso per l’impatto che le tecnologie robotiche e l’Intelligenza artificiale avranno sul lavoro, la struttura sociale sulla quale si è basato, fino ad oggi, la produzione delle ricchezza, la sua distribuzione, la generazione delle risorse statali attraverso le quali pagare pensioni, scuola, università, servizi sociali, polizia e così via.

Potremmo dilungarci nell’elenco (e dovremmo farlo). Dovrebbe essere uno dei lavori di un “vero congresso di partito”: “ricostruire, partendo dagli effetti, le cause e proporre alternative sistemiche allo stato di cose presenti”. Altro che paura della crisi del “sistema”, come emerge costantemente dalle dichiarazioni spaventate di quasi la totalità dei politici. O il tentativo di trovare le “pezze” a questo sistema per farlo continuare ancora un po’. È dalla crisi di questo sistema – ormai cronica e devastante – che dovremmo partire e sentire le proposte di un nuovo modo di vivere, organizzare la vita, le relazioni, i lavori, la distribuzione delle ricchezze.

La cosa bella è che se rimaniamo con gli occhiali che aumentano l’ipermetropia, tutto sembra “semplice”. L’umanità non ha mai avuto tante conoscenze come oggi, tante capacità da mettere in campo per pensare ad una nuova forma di produzione che abbandoni il consumismo sfrenato e apra a forme diverse di produzione e soddisfacimento dei bisogni. Le economie della condivisione, se sviluppate socialmente e non lasciate in mano al capitalismo, possono produrre un salto enorme in avanti. Forme relazionali diverse e rimodulazione delle forme mercantili e di mercificazione della vita. Potremmo ridurre l’impatto della nostra impronta umana sul pianeta, produrre energia in maniera rinnovabile e condivisa. Potremmo basare il lavoro sul ciclo del riuso, del riciclo, del risparmio. Potremmo smettere di pensare che l’economia di oggi si debba basare ancora sul cemento e dovremmo comprendere che si potrebbe basare sulla conoscenza e sull’intelligenza. Potremmo passare dall’idea di proprietà a quella della condivisione, con una rottura totale della cultura del possesso che è una matrice dell’antichità e della scarsità. L’era della soddisfazione dei bisogni orientati verso i beni immateriali potrebbe aprire all’umanità la porta di un nuovo assetto di vita e relazione. La tendenza veloce di questi beni al costo zero, rompe lo schema che il capitale ha imposto alla storia umana negli ultimi quattro secoli. La stessa moneta potrebbe essere pensata in maniera completamente diversa, prodotta e generata dalle stesse relazioni sociali e non dallo scambio mercantile. Oggi ci sono le tecnologie per farlo.

Certo, ci vuole una politica diversa. Ci vuole una capacità di uscire dalle visioni del passato e avere il coraggio di proporre forme di futuro da sperimentare. Dentro questo quadro, nuove forme di uguaglianza, nuove forme di diritti, nuove forme di relazione apriranno all’umanità un grado di Libertà più alto. Una Libertà consapevole, integrata, che sappia garantire, all’individuo, quella libertà individuale reale che questo sistema, oggi, non solo nega, ma impedisce.

 

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