Ciao Amore!

Giornale sulla morte di Tenco

Ciao Amore!

Non avevo ancora occhi e cuore utili a capire, ma quella notizia trafisse la carne come se la consapevolezza fosse più grande delle mie gambe. Era una perturbazione dell’anima che attraversava lo schermo e arrivava tra le persone. A quel tempo non era usuale vedere “cattive” notizie attraverso quel piccolo schermo che veniva acceso solo alcune ore e neanche tutti i giorni. La violenza cruda della vita, la “nuda vita” – così come l’aveva appellata il “novelliere italiano” allievo di Unamumo – si trasformava sotto i miei occhi in “vita nuda”, ombra spogliata dell’essenza e che fuggiva dalla vita attraverso un ultimo atto: la dichiarazione, sconfortata, sconsolata, quasi umiliata, della potenza dell’Amore.

Difficile parlarne oggi per chi in quelle giornate era solo poco più di un bambino che si affacciava al mondo con la voglia di voler “ingoiare” notizie su ciò che fosse la vita. Luigi Tenco andò via con un gesto di rottura che oscillava tra il “personale e il politico”, come si sarebbe detto da lì a poco in mille piazze piene di una generazione che voleva conquistare il mondo; una conquista che non significava voler prendere il posto di quelli che erano al comando – semplice sostituzione di un establishment con un altro “in dolce stil renziano”, come sembra essere ora lo sport più frequentato tra i venti-trentenni di oggi– ma per cambiare le relazioni, i fatti, la vita, l’amore. Il mondo. Un illusione concreta che metteva in movimento cuori, occhi, gambe; spesso, con grandi ingenuità ma che, proprio perché ripetute e ripetute milioni di volte, diventarono un’onda concreta che chiuse con il mondo passato. Nulla sarebbe stato più come prima.

Luigi Tenco ci diceva, a noi piccoli uomini che dovevano crescere, che l’Amore era, ed è, la potenza in atto, il divenire necessario dell’umanità, il punto di fuga verso cui lo sguardo deve convergere. Certo, i rapporti sociali, economici, le abitudini e le consuetudini, lo avevano costretto entro legami di interessi materiali, entro schemi sociali; e quelli andavano abbattuti per far posto “all’amore libero”. L’intenzione, in realtà, era quello di un Amore “liberato” dai vincoli sociali per essere più puro, più intenso, più generale; non quello trasformato, come accade oggi sotto la pressione che tutto trasforma in merce, in mera consuetudine di “relazioni a bassa intensità”, “merci relazionali” che debbano sollevare, a comando, dal peso di una “ambita solitudine del consumatore”. Una condizione che tenta di trasformare in mera merce anche l’essenza più alta dell’umanità, quella potenza dell’Amore cantata dal tempo dei tempi da poeti e musici e non a caso. Meta obbligata della vera liberazione.

Luigi Tenco ci sottolineò, con quel gesto estremo, la potenza rivoluzionaria dell’Amore. A me insegnò che non esiste altro a cui tendere e che tutto il resto sia “obbligato” a questa sua potenza. Si può fuggire, certo. Si può avere paura, umano. Ma, come cantava lui, “lontano, lontano nel tempo….”

Luigi ci impose, con il suo suicidio, di non abbassare mai la guardia sull’Amore. Per questo lo ricordo, per questo lo ringrazio. Per questo ancora ascoltiamo le sue parole in musica.

Grazie Luigi!

Immagine anteprima YouTube

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  1. Ero bambino anch’io, ai tempi del suicidio di Tenco. Mi affacciavo alla vita pieno di fiducia e di speranza: era tutto molto chiaro. C’era la guerra nel Vietnam, i Beatles avevano cambiato la musica e stavano operando una rivoluzione culturale. Non c’era ancora stato il ’68, ma era chiaro che di lì a poco il mondo sarebbe dovuto cambiare. Questo suicidio, però, venne proposto dalla stampa e dalla TV come il gesto di un disadattato, uno che non vuole perdere, e io, ragazzino, fui molto impressionato da quella manifestazione di pessimismo cosmico che sempre si collega alla morte per suicidio. Dopo scoprimmo quanto fosse grande il suo talento; solo dopo pochi anni, in Italia ci fu il boom dei cantautori di protesta e sicuramente Tenco avrebbe potuto trovare lo spazio e il successo che meritava. L’amore di cui parla Tenco non è quello sdolcinato e pieno di ottimismo delle canzoni dell’epoca: è un amore fatto di sofferenza, di conflitto, di asperità, ma forse proprio per questo più sincero, più profondo e, in definitiva, più vero. L’impossibilità di vivere l’amore e la vita fino in fondo, probabilmente, gli ha suggerito che fosse il caso di farla finita. Ho grande rispetto per lui e quando ho scoperto che De André è stato ispirato dalla sua morte per la sua canzone che amo di più, “Preghiera in Gennaio”, questo è aumentato ancora di più. https://www.youtube.com/watch?v=LPKSubavxtE

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