Il giornalista digitale, avanguardia di un nuovo umanesimo culturale

Articolo Originale

“La transizione possibile” è un soggetto politico che da tempo lavora all’analisi delle profonde modifiche della nostra società, in particolare quelle accelerate dalla rivoluzione digitale.

Per Venerdì 25 ha organizzato a Milano un incontro dal titolo “La Luna e i Robot” per riflettere sull’impatto che il digitale ha sul lavoro. Milano è stato preceduto da un incontro a Trento per riflettere in maniera specifica sugli effetti che la digitalizzazione ha sull’informazione. Ne abbiamo parlato con Sergio Bellucci, il leader di questa struttura.

Quanti sono oggi i giornalisti solo digitali (o prevalentemente tali)?

“L’impatto delle tecnologie digitali ha trasformato l’intero comparto della comunicazione. Non esiste ambito, infatti, che non sia stato modificato dall’avvento di queste tecnologie sia sotto il profilo della produzione, sia sotto quello della acquisizione delle fonti.

Da questo punto di vista non esiste, oggi, un giornalista che possa essere definito tale che non abbia subito la trasformazione del suo lavoro per merito o per colpa dei mezzi digitali. Che la ricaduta del loro prodotto, in un secondo momento, ricada su mezzi “analogici” o tradizionali (carta stampata, radio o televisione) sembra un elemento “secondario”.

Cosa diversa è, invece, calcolare il modello di business, il sistema di sostegno economico della produzione giornalistica in ambito puramente digitale. La rete ha definitivamente consegnato alle persone l’idea che il flusso di comunicazione debba/possa essere gratuito. Non è una novità assoluta. Il modello di comunicazione di tipo commerciale già si basava su tale assunto: tu guardi i miei contenuti gratuitamente, io ci inserisco la pubblicità, la pubblicità paga me. Questa la logica del modello di comunicazione commerciale che si è consolidato dopo la crisi sistemica del 1929 e, piano piano, ha conquistato l’intero pianeta.

Il punto di crisi della informazione sul web è rappresentato dal sistema di calcolo del costo contatto pubblicitario, ovvero la quantità di soldi che i pubblicitari sono disposti a pagare per ogni singolo cliente. Inoltre il sistema di misurazione del contatto dell’utente è oggi misurabile non in termini statistici come accadeva in passato, ma per ogni singola unità di persone. Questo nuovo meccanismo sta modificando il rapporto tra la pubblicità e l’industria di produzione della comunicazione e dell’informazione.

In ogni caso, in questi anni lo sviluppo dei professionisti dell’informazione che approda nel web offrendo contenuti e ricercando spazi di comunicazione che non sono consentiti dal vecchio sistema editoriale è aumentato enormemente. I numeri sono ufficiali ci dicono che nel nostro paese ci sono più di 29.500 giornalisti professionisti e circa 78.000 pubblicisti. Credo che una parte consistente dei pubblicisti, in un modo o nell’altro, curi uno o più canali di comunicazione che si sostengono quasi sempre attraverso un lavoro volontario.

Il legislatore non ha trovato ancora il modo di intervenire per indicare una nuova strada del sostegno e delle regole per questo settore. Né a livello nazionale, né a livello regionale.”

 

Quanto “vale” oggi questo settore?

“Il valore sociale di tale settore è enorme. Senza questa informazione locale, segmentata, specialistica, di target, l’impoverimento complessivo della nostra società, anche in termini economici, sarebbe enorme. Già il nostro paese risulta in fondo alle graduatorie dei processi di innovazione. Con la riduzione di tali spazi il danno sarebbe strategico. Quello che non si è compreso nel nostro paese è che l’economia, tutta l’economia anche quella “materiale”, poggia sulla capacità di produrre valore e mercato della economia immateriale, della economia della conoscenza. Idee di nuovi prodotti, nuovi usi e costumi, nuove interazioni, nuovi mercati (interni e internazionali) si creano proprio attraverso lo scambio di idee. È questo che sta modificando l’economia. Il nostro paese sta drammaticamente all’interno di una faglia: una piccola parte ha compreso le novità, tenta di aprirsi strade nuove, ma le regole, le forme del fare, i sistemi di garanzia e di servizi ostacolano enormemente il fare e le aspettative di queste persone. Segmenti sociali a cui è stato fatto credere che sia sufficiente ridurre regole, eliminare diritti o ridurre le tasse per garantire lo spazio all’innovazione, stanno comprendendo che quello che serve, in realtà, è un sistema di servizi pubblici di nuova generazione, nuove forme di tutele addirittura più ampie che consentano la sperimentazione senza tutti i danni di un sistema lasciato a se stesso.

Dall’altra parte c’è un pezzo enorme di paese, la maggioranza, che rimane ancorato a modelli produttivi, a sistemi di regole che si stanno sgretolando e non riescono neanche a garantire quello che potevano fino a ieri. Ma tutto il sistema di sostegni, di attenzioni legislative, di garanzie, restano declinate su modelli che stanno scomparendo. Ripeto. Il punto non è quello di ridurre le garanzie e lasciare persone, lavoratori, individui, ma anche piccole attività imprenditoriali, nudi e scalzi di fronte alle trasformazioni epocali. Chi sostiene queste tesi è o in malafede o ha interessi diretti a sfruttare situazioni di precarizzazione. Il tema è quello delle regole di nuova generazione.

Il sistema rappresentato da questo segmento produttivo di informazione, quindi, non vale solo in termini di spazio commerciale per la pubblicità. È, se possiamo fare un esempio un po’ estrapolato, calcolare quanto valore produce il sistema scolastico primario. Sappiamo il costo (docenti, edifici, assistenti scolastici, ecc..) ma possiamo calcolare il valore complessivo prodotto dall’alfabetizzazione di massa?

Stessa cosa vale oggi per l’ambiente informativo digitale. Lo Stato, uno stato lungimirante, dovrebbe sostenere l’informazione di qualità e professionale perché genera, oggi nell’economia della conoscenza, una ricaduta strategica sul futuro del paese. Altro che sostegno a pioggia o a vecchi strumenti superati o solo per garantire caste o corporazioni.

Al di là della ricaduta pubblicitaria, quindi, e che in ogni caso è sottoposta ai meccanismi di dumping prodotti dalle grandi corporation planetarie che svendono i contatti sul mercato pubblicitario, l’importanza del settore è oggi strategica e un governo dell’innovazione dovrebbe esserne consapevole.”

Le prospettive?

“Il nostro paese rappresenta, ancora, un grande crogiolo di cultura, di capacità creativa. Ma questo patrimonio, se non ripensato e rigenerato, si sta rapidamente consumando. Non è un destino divino essere un territorio ricco di esperienze che dicono qualcosa di importante sul futuro dell’umanità, del pianeta, della cultura o del pianeta. L’Italia lo è stato perché nei secoli passati grandi innovatori hanno prodotto una riserva di processi, di cultura, di saper fare, di vita che noi abbiamo sfruttato fino ad oggi.

Lanciare l’idea che il nostro paese sia il luogo ove si possa aprire una nuova stagione, un nuovo umanesimo, dovrebbe essere l’imperativo di chi governa. Le trasformazioni dell’era digitale necessitano di nuove modalità sociali, di una nuova comprensione sociale, di nuove forme di etica, di nuove regole di convivenza. L’Italia deve candidarsi a svolgere questo ruolo. Può farlo perché le viene ancora riconosciuto nel mondo un sedimento, un accumulo.

Il settore dell’informazione digitale deve avere questo indirizzo: aprire una fase nuova, avere una capacità di rilanciare una prospettiva, legare le nostre radici alle novità che attraversano il mondo contemporaneo.

Questo il compito del Principe moderno. Non quello delle trame di palazzo. Il palazzo non esiste più nella forma passata. I ponti di comando si sono sfaldati e spostati.

Dobbiamo rivendicare al settore della comunicazione digitale il ruolo che le spetta: quello di creare le basi sociali per un salto qualitativo nelle prospettive umane, produttive, relazionali e di consumo. La lotta di chi combatte oggi per un nuovo quadro di sostegno al nostro comparto non è solo una rivendicazione corporativa che mira a garantire un po’ di soldi e un po’ di stabilità in un settore attraversato da precarietà e da una destrutturazione enorme.

Dobbiamo avere la visione e la prospettiva che la battaglia che stiamo facendo è per un futuro di qualità per il nostro paese e, in qualche modo e non risulti pretenzioso o superbo, per il mondo intero.”

 

(m.z.)

 

 

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