Partiti di massa, partiti televisivi, partiti on-line

Strutture decisionali, modelli di organizzazione e forme di comunicazione, sono aspetti della  stessa medaglia. Alla modificazione di uno di essi, si modifica, nella sostanza, l’intero assetto. E tutto assume un aspetto frattale.

La campagna elettorale del 2013 sarà ricordata per molto tempo. Non solo per il risultato prodotto. L’impasse post-elettorale, infatti, non deriva soltanto da una scadente legge elettorale. Il dato che emerge è quello di un paese diviso in tre parti sostanzialmente equivalenti.

Tre parti figlie di tendenze di lungo periodo e di forme relazionali ben precise, fondate su forme della rappresentanza (e delle specifiche strutture relazionali della comunicazione) che sono al loro fondo e che le hanno generate in un determinato periodo storico. Tutte e tre le forze, infatti, sono figlie di un rapporto tra rappresentati e rappresentanti che è storicamente determinato. Il più antico è quello del PD, figlio della storia delle grandi narrazioni di massa del Novecento. Le grandi organizzazioni, infatti, erano frutto delle specifiche letture della società e delle relative forme di socializzazione. Non era importante tanto il contenuto (potevano essere, infatti di destra o di sinistra), quanto le modalità relazionali sulle quali si basavano. Le organizzazioni di massa dei movimenti fascisti e nazisti, come quelli presenti poi nelle società democratiche, (la DC, il PSI, il PCI, per restare nel nostro paese), prevedevano un gruppo dirigente stabile e un rapporto di “subordinazione gerarchica organizzata” che manteneva il flusso comunicativo (verso l’alto e verso il basso) con specifiche modalità decisionali generatrici di forme di appartenenza stabili e durature. I partiti di massa erano la forma di comunicazione e di modalità decisionale più avanzate e nello specifico periodo storico.  Quella forma ha mantenuto i propri riti, le proprie “iniziazioni”, le proprie gerarchie. Non è un caso che il PD, l’ultimo erede di tale forma, si sia illuso che la grande partecipazione popolare alle primarie avesse, di fatto, chiuso la propria campagna elettorale. Quel modo di costruire la relazione, in altri tempi, sarebbe stata sufficiente a garantire, nella campagna elettorale, un flusso di scambi comunicativi – da parte degli “attivisti” verso i cittadini – sufficiente all’affermazione del partito che l’aveva generata. Così non è stato. E non solo perché la versione contemporanea della forma di organizzazione di massa mantiene tutte le lentezze, le inefficienze gestionali e le scarse capacità di inclusione di quel modello, ma anche perché le parti buone del vecchio modello, la percezione della condivisione di un obiettivo comune (base ineliminabile per garantire la fedeltà al progetto), ormai funziona solo “contro” l’avversario e poco “per” un obiettivo politico che resta sempre più sfumato sullo sfondo, poco comprensibile e spesso inafferrabile, ridotto, alla fine, al semplice concetto: “meglio che siamo noi a fare ciò che va fatto che il nostro avversario”.

Queste modalità di relazione e di comunicazione (e le forme di selezione e di funzionamento del gruppo dirigente, che spesso prescinde dall’età dei suoi componenti) sono state investite, da oltre un ventennio, dalle novità introdotte dal modello di leadership mediatica. La “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, infatti, portò alla luce modalità già mature nel corpo della società. Queste novità poggiavano nella nuova forma di relazione che era emersa con la “società del consumo”, ed erano veicolate attraverso il modello commerciale dei media specifici della società di massa. Una società basata sul rapporto individualistico dell’atto dell’acquisto e dell’utilizzo della merce. Un rapporto che si esplicitava fortemente con l’ostentazione della merce posseduta e dei relativi marchi. Quello specifico rapporto che si determinò tra la fonte delle informazioni necessarie al vivere (il media televisivo) e la capacità/possibilità di essere inserito all’interno della società, in generale, e del gruppo sociale di appartenenza, in particolare, (garantita dal fatto di essere stato socializzato ai contenuti dei programmi televisivi) determinò un rapporto privilegiato tra il mezzo televisivo e il singolo individuo. Il ruolo di mediazione della tecnologia comunicativa divenne, da quel momento, insostituibile dentro società in forte evoluzione. Berlusconi, il proprietario-simbolo di questa rottura sociale nel nostro paese divenne “spontaneamente” il nuovo riferimento sociale e politico. La possibilità di traslare dal mezzo all’uomo (cosa sempre avvenuta) consentì la nascita di un fenomeno che il nostro paese esportò nel mondo rapidamente.

Quel rapporto tra il “leader televisivo” e il sogno del consumo è durato vent’anni. Le regole di tale transazione erano/sono governate dalle leggi del marketing. Questo costruisce una relazione circolare tra i desideri analizzati e le proposte offerte, che definiscono una spirale permanente o, meglio utilizzando la teoria della complessità, una oscillazione del tipo di quella dell’attrattore strano. Stupisce, per chi non comprende tale novità (e sono molti sul terreno della politica ad ignorare le leggi delle relazioni delle nuove società capitalistiche) la capacità di ri-motivazione del proprio elettorato da parte di Silvio Berlusconi. La potenza del suo messaggio è tutta lì, costruita su due fondamentali pilastri: il sogno del consumo a cui accedere, da un lato, la lotta contro quelli che sono indicati come i negatori del sogno (individuale) del consumo: i comunisti. Tale rapporto è ancora fortissimo, costruito poggiandosi su molte delle stesse cose dette da, o dette su, la sinistra e i comunisti per una larga parte del Novecento.

Per ben due volte i gruppi di analisti delle dinamiche politiche (spesso formatesi durante il primo periodo della repubblica) annunciavano la fine di Berlusconi e per due volte (2006 e 2013) il semplice uso del mezzo televisivo (quello della promessa del “consumo”), ha consentito al cavaliere di riattivare i canali con il proprio popolo e riportandolo al voto. Ma anche la modalità relazionale televisiva, quella “dell’uno che parla e del resto che ascolta”, è giunta al termine. Le forme del “partito azienda”, un ibrido fatto di pezzi della organizzazione di massa, da un lato, e di relazione plebiscitaria e populista con le persone, dall’altro, hanno fatto il loro tempo. L’avvento della rete spinge per nuovi esiti. Anch’essi ibridi e “ambigui”, ma in grado di poggiare su nuove forme che si stanno sedimentando nelle strutture sociali e che le forme precedenti di organizzazione stentano a comprendere per mancanza di analisi e incapacità a modificarsi dal proprio interno.

Quello che è emerso fino ad oggi, infatti, è una versione populista della forma della rete. Il Movimento 5 Stelle, non sarebbe potuto divenire il primo partito d’Italia senza la possibilità di poggiarsi su di una leadership televisivo-spettacolare ma, nel contempo, ha potuto sfruttare le nuove forme di struttura relazionali e decisionali che sono figlie della rete. La fase a cui stiamo assistendo è quella della nascita di un nuovo ibrido, una forma che potrebbe far emergere una nuova epoca di transizione.

Su cosa si basa la nuova forma comunicativa della rete? La novità di questo decennio (diversa costituzionalmente da quella del primo decennio di Internet) è rappresentata dall’avvento dei social network, piattaforme che consentono agli utenti non solo di leggere contenuti, ma di produrli in maniera semplice e di condividerli. Tale forma ha cambiato, in pochi anni, la stessa Internet. Questa modalità, anche se caratterizzata da non pochi elementi narcisistici, ha come elementi di fondo principi significativi per la politica. Oltre a costruire una coscienza di sé molto poco propensa ad essere “guidata” da una leadership tradizionale – in genere statica e autoreferenziale -, richiede alla forma di organizzazione la capacità di ascolto e condivisione, in presenza, però, del mantenimento di autonomia e autogestione. Il tutto fatto in maniera permanente, ove nessuna decisione può essere considerata assunta in via definitiva, come pure nessuna leadership può considerarsi garantita una volta per tutte. La ricontrattazione è permanente (un po’ come si chiedeva ai delegati della prima fase del sindacato dei consigli nel ’68) e, stavolta, agibile proprio in virtù delle potenzialità delle tecnologie digitali. La forma partecipativa, quindi, muta profondamente e le stesse forme decisionali sono stravolte. Non è un caso, infatti, che la campagna elettorale di Grillo si sia svolta: nelle piazze, giocando un rapporto diretto e spettacolare con le persone; nella televisione rinunciando ad esserci direttamente, ma costringendo le TV a parlare permanentemente di M5S; nella rete, attraverso il mantenimento e l’ampliamento della trama partecipativa. Il sistema mediatico tradizionale è stato costretto a raccontare dall’esterno la campagna elettorale che il movimento stava sviluppando, con il risultato di amplificare a dismisura la potenza del messaggio.

La prova del fuoco di questo primissimo tentativo europeo di costruzione di una leadership della rete è davanti ai nostri occhi. La fase che stiamo vivendo è di fortissima transizione. I modelli organizzativi e comunicativi risultano degli ibridi che si modificano permanentemente sotto la spinta delle innovazioni tecnologiche, ma anche sotto quelle delle capacità d’uso e di invenzione che le persone e i partiti risultano capaci di inventare. Il passaggio è epocale e costringerà tutti i soggetti di oggi a mettersi in marcia per non essere travolti dalle novità che la rete mette a disposizione, nostra ma anche degli avversari politici. E la stessa rete subirà pressioni fortissime per essere piegata ad esiti che nascondono interessi commerciali o di potere. Sta a noi indirizzare il cambiamento verso la capacità di autogoverno che la consapevolezza e la libertà di decisione oggi ci mettono a disposizione.

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