Assemblea Nazionale Sinistra Arcobaleno

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Sergio Bellucci

 

 

Siamo alla soglia di un’ulteriore accelerazione della velocità delle trasformazioni del capitalismo che è stato definito cognitivo. Quel capitalismo che mette a valore (attraverso la versatilità delle tecnologie digitali) prima l’informazione, i flussi finanziari globali e, subito dopo, le forme relazionali per arrivare agli stessi processi vitali. Le forme di resistenza inerziali, che hanno caratterizzato i primi decenni di questa trasformazione, sembrano ormai superate dai processi di alfabetizzazione/socializzazione alle innovazioni di stampo digitale. È sufficiente pensare alle capacità cognitive dei giovanissimi che risultano già totalmente omologate agli schemi delle interfaccia uomo/PC e delle logiche di funzionamento dei software derivanti dalle ubiquità degli apparati digitalizzati (dal computer alla telefonia mobile).

La produzione di contenuti (e quindi di senso) si modifica enormemente attraverso le tecnologie a disposizione. Le tecnologie legate al cosiddetto web 2.0 (il web nel quale i contenuti sono enormemente prodotti dalla utenza in maniera interattiva).

L’idea delle reti che abbiamo avuto nel ‘900 è giunta al capolinea. Radio, TV, Dati, Fonia, che in tutto il secolo scorso avevano avuto tecnologie, apparati e regole separate e differenziate, ora convergono in una solo modalità di costruzione, diffusione, supporto e logica attraverso la convergenza verso il protocollo IP.

Tutti i quadri normativi saltano. Le regole che tengono separati i settori diventano obsolete e dimostrano la loro incapacità di regolamentazione. Molti dei futuri elementi di cittadinanza si definiranno attraverso la definizione delle libertà e dei diritti legati al nostro indirizzo IP.

Tutti gli assetti merceologici e di prodotto si modificano non solo nell’offerta di bouquet specifici e/o multimediali, ma nella struttura stessa della qualità dei prodotti.

Tutti gli assetti proprietari si ridisegnano con elementi contrastanti: da un lato la nascita di strutture nuovissime che assumono (con caratteristiche virali) dimensioni planetarie che fanno impallidire le vecchie idee delle multinazionali, dall’altra tutto si fonda sull’aumento delle capacità microscopiche e individuali di produrre innovazione, contenuti e relazioni.

A questa premessa occorre aggiungere alcuni elementi di analisi.

Primo elemento. Tutto questo quadro non si produce dal nulla, ma da rotture ignorate o sottovalutate dalla sinistra nel ‘900 e in primo luogo la nascita della “Industria di Senso”. Potremmo definire  l’Industria di Senso quell’industria che produce plusvalore nella produzione di senso. È una novità novecentesca quella della produzione di senso sociale non attraverso la dinamica delle interazioni che spontaneamente si produce con le attività delle interazioni umane o in relazione alle attività degli Enti Sociali Superiori (quelle strutture pubbliche o private che svolgevano esplicitamente o meno funzioni pedagogico-sociali e di formazione etico-sociale quali le Istituzioni, i Partiti, i Sindacati, la Scuola, l’Università e la Chiesa), ma attraverso il lavoro costante di una industria dei media con un lavoro volto alla individuazione di target di popolazione da legare alla propria offerta di comunicazione attraverso la proposta di modelli di consumo/vita.

La principale, ma non esclusiva caratteristica della Industria di senso rispetto alla tradizionale industria culturale teorizzata nel ‘900 è la traslazione dalla pura trasformazione del contenuto culturale in merce, prodotta nella prima fase, alla industrializzazione della relazione tra le merci materiali e il senso del loro consumo fatta propria dalla attività del settore del marketing. Dal prodotto culturale alla vendita del modello di vita legato al consumo, con la trasformazione del consumatore da soggetto ad oggetto.

In questi anni si è ignorata una traslazione di campo della attività di produzione di senso. È difficile fare i conti con il fatto che è più significativa una inserzione pubblicitaria che un articolo di fondo. È difficile comprendere che non siamo noi a “comprare” un media da consumare, ma siamo noi ad essere venduti nel mercato dell’advertising planetario. Inutile continuare a parlare di sviluppo della coscienza di classe senza fare i conti con il fatto che esiste una struttura capitalistica che produce senso e produce plusvalore nel farlo. Il tema dei media esce, da ormai un trentennio nel nostro paese, dal semplice ruolo di mediazione sociale, a quello di costruttore di senso e le accelerazioni introdotte dalle tecnologie digitali aumentano a dismisura questa capacità del sistema.

Secondo elemento. La nascita dell’industria di senso ha esteso il processo di mercificazione della conoscenza e introdotto l’avvento di un nuovo modello di ciclo economico legato ad essa, il ciclo immateriale. Il ciclo immateriale si configura con un notevole miglioramento delle capacità pervasive del modello produttivo capitalistico che riesce a mettere in produzione il senso sociale prodotto dalla sua attività e da quella dell’intera umanità con il complesso della sua vita, trasformandolo in una sorta di materia prima, per far ciò ha bisogno di una rete di connessione efficiente fatta di una moltiplicazione delle capacità di scambio (dai voli low cost ad internet) e di una efficiente capacità di memorizzazione/accumulazione di dati. La struttura di produzione si assottiglia e viene dislocata molto di più che nel passato nel corpo sociale. La capacità di estrazione del plusvalore avviene con una capacità, flessibilità e rapidità che in passato era difficile produrre con le merci materiali.

Terzo elemento. Le tecnologie digitali hanno modificato la capacità produttiva anche delle merci materiali. Tutto il ciclo produttivo è oggi asservito alla trama dei computer collegati in rete. La novità delle tecnologie digitali è stata digerita dallo schema produttivo del taylorismo dell’era meccanica (fordismo) e ne ha prodotto una versione che ho definito Taylorismo digitale[1]. Il taylorismo digitale, come e di più del fordismo, è in grado di forgiare, come notava il Gramsci dei Quaderni, un uomo nuovo e più del Panopticon di Jeremy Bentham riesce a far percepire la presenza di un controllo generalizzato e immanente. L’ubiquità della “logica” del digitale (la generalizzazione dello schema logico del flusso di programma dei software e della forma delle interfaccia di tutte le apparecchiature che vanno dal telecomando del televisore alle funzionalità degli sms) tende a rendere omologhe le forme dell’organizzazione del lavoro a quelle delle relazioni  con l’altro, con la conseguente “egemonia” della forma del processo produttivo sulla forma della vita. Questo con una similitudine forte con quanto avveniva con la forma della fabbrica ma con una capacità generalizzatrice ed omologante portata alle estreme conseguenze.

Ma come in altri periodi, la forma della produzione non è esente da potenzialità “altre” che sono esplorate, indagate e praticate dal corpo sciale, prendendo la forma di contraddizioni nel momento in cui i rapporti di produzione ne impediscono il loro sviluppo perché non compatibili con le forme della proprietà e la sua distribuzione. Esistono, cioè, modi di produzione che, utilizzando la struttura delle trasformazioni e delle novità dell’organizzazione, sono state in grado di produrre superando le stesse capacità delle più grandi multinazionali planetarie, rifiutando i rapporti di produzione e di potere esistenti. Penso alle culture degli Open Source e dei Free Software.

È proprio accanto a questi terreni, apparentemente distanti, che si rafforza la necessità della produzione di contenuti “esterni” al ciclo della comunicazione di natura commerciale e si rimotiva l’esistenza dei servizi pubblici radiotelevisivi. Di fronte all’esplosione di senso, che sembra essere inghiottita dalla “Spirale del Silenzio” della comunicazione commerciale, è fondamentale rilanciare una produzione comunicativa di massa sganciata dai condizionamenti pubblicitari. Per questo è necessaria, in questa legislatura, la riforma del sistema che faccia tornare il sistema pubblico centrale e diminuisca il monopolio di un solo soggetto privato.

 

 

 

 



[1]Cfr il mio E-work. Lavoro, rete, innovazione, Roma, Derive e Approdi, 2005

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