L’occhio, l’orecchio e la bocca.

Convegno Nazionale del PRC

 

L’occhio, l’orecchio e la bocca.

La riforma del sistema radiotelevisivo e il ruolo del servizio pubblico

 

Roma, 11 gennaio 2002 – Sala del Cenacolo, vicolo Valdina 3/a.

 

Relazione introduttiva

 

Venticinque anni senza un progetto, senza un’idea.

 

Sentenze dalla Corte Costituzionale stravolte o aggirate. Una legislazione che insegue, normando ex-post, gli esiti degli scontri commerciali, a volte tra aziende italiane, a volte tra aziende straniere. Separazioni incomprensibili tra produttori di contenuti che impediscono dimensioni multimediali, ma il mantenimento della possibilità di essere, al tempo stesso, operatori di rete e produttori di contenuti. Uno slittamento, nei comportamenti sociali, verso l’assolutizzazione del mezzo televisivo come unico strumento produttore di senso, che spinge alla marginalizzazione del ruolo della carta stampata e della lettura, con il conseguente indebolimento della struttura cognitiva collettiva. Una sostanziale mancanza di politica economica che impedisce la collocazione internazionale dei nostri contenuti sul mercato mondiale.

 

Questa è la concreta realtà del nostro mondo della comunicazione. Un sistema nel quale il continuismo e la stagnazione sono divenuti ormai i fattori prevalenti, con un rischio fortissimo di perdita di una sovranità in sfere sempre più significative, come sta a dimostrare il totale controllo straniero sulla TV a pagamento nazionale e l’assenza, pressoché totale, sulla scena internazionale di produttori di contenuti italiani.

 

Un quarto di secolo che ha prodotto un sistema solo in apparenza ricco, ma in realtà una costruzione statica, che perde ruolo, ascoltatori, prestigio. Un sistema che gli operatori da tempo sentono stretto e sempre più spesso mortificante. Privo della possibilità di dar corpo ad innovazioni, a nuovi linguaggi e a nuovi bisogni comunicativi. Un sistema intriso di continuismo e lobby che si ripercuotono in palinsesti e programmi sempre più uguali a loro stessi. Un sistema della comunicazione che tende ad espellere, come altro da sé, tutto quello che di nuovo la società produce, marginalizzandone o omologandone gli aspetti più vivi.

Un sistema che in realtà ha letteralmente bruciato una quantità gigantesca di risorse senza una reale sedimentazione né di apparati industriali, né di capacità di produzione di linguaggi e contenuti, perdendo, nel contempo, una capacità di ricerca tecnologica che era caratterizzata da vere punte di eccellenza. Chi si ricorda, ad esempio, che la codifica digitale del segnale televisivo – che ha aperto le porte all’idea stessa di multimedialità dodici anni or sono – è un’invenzione di ingegneri e tecnici italiani, di ingegneri e tecnici del nostro servizio pubblico?

Oppure, per comprendere le cifre di una incapacità strategica, sarebbe sufficiente contare i format italiani che sono stati venduti nel mondo in questi venticinque anni e metterli a confronto con tutti quelli che abbiamo importato. Oppure confrontare realmente le percentuali di film e telefilm o fiction straniere che hanno attraversato per un quarto di secolo i nostri schermi rispetto a quelli prodotti dalla nostra industria o dell’industria europea.

È come se Mirafiori avesse continuato a sfornare auto, ma modelli americani o giapponesi o tedeschi attraverso licenza e il trasferimento della vera ricchezza fosse stato fatto verso l’industria di altri paesi, magari veicolando la pubblicità di merci fatte in altri territori e indebolendo, nella competizione, le aziende strategiche nazionali.

Un’industria in realtà povera e, se potessimo usare un ossimoro, al tempo stesso autarchica e dipendente. Autarchica verso la società nazionale, nella separatezza della auto-rappresentazione e auto-celebrazione del proprio mondo. Dipendente nel senso che né il modello, né i contenuti osano “volare” al di sopra delle linee guida delle grandi concentrazioni economico-pubblicitarie nazionali e internazionali, degli interessi diretti o indiretti delle proprietà, della produzione di contenuti necessari alla cloroformizzazione sociale.

D’altronde quando manca la politica, quando il progetto resta affidato alla sola competizione aziendale e alla concorrenza, il mercato produce prima concentrazione, poi omologazione e poca innovazione e, infine, staticità e indebolimento e, quindi, declino culturale. Nel caso della comunicazione anche sordità e lontananze sociali che socializzano, sul piano culturale generale, una sconfitta di un settore produttivo che dovrebbe rappresentare, invece, il sistema nervoso di un paese moderno.

Un sistema della comunicazione, quello di oggi, più lontano che nel passato da quello che la società realmente produce.

Ora occorre una svolta.

Occorre che la politica produca uno scarto, una discontinuità. E lo faccia, paradossalmente, prescindendo dal fattore B rappresentato dal Presidente del Consiglio attuale. Occorre un progetto per il futuro, una idea per il nostro domani. Allora bisogna partire dalle grandi opzioni, dalle discriminanti di fondo.

L’idea che il mercato possa produrre da solo la soddisfazione di tutti i bisogni, e in particolare di quelli comunicativi, è divenuta oramai una impasse strategica sia del centro-sinistra, sia del Polo. Una impasse che l’intero paese paga con un’arretramento sociale ed economico proprio in settore strategico per il futuro industriale del paese e per la stessa qualità democratica delle sue istituzioni.

Occorrono nuove opzioni di fondo in grado di produrre un sistema più aperto, più ricco e più libero. Più aperto nel senso che sia più fedele alle molteplicità delle voci esistenti nel paese, un sistema meno vincolato dagli interessi diretti o indiretti dei gruppi industriali più forti.

Un sistema più ricco nel senso che le risorse che la collettività mette a disposizione del sistema, che non sono poche, producano un pluralismo di voci più alto, una più ampia pluralità di soggetti industriali e una convivenza diversa tra essi e chi vuole fare comunicazione per semplice voglia di comunicare un’idea, un contenuto, una storia.

Un sistema più libero nel senso che sappia offrire alle generazioni future un confronto culturale, di produzione di immaginari, di riconoscimento sociale, scevro sia dai monopoli del sapere e della conoscenza oggi esistenti, sia dalla sola comunicazione di natura commerciale dalle grandi concentrazioni internazionali.

Non solo, quindi, un’informazione più pluralistica, più attenta alle articolazioni politiche e sociali reali che attraversano la nostra società, ma un sistema della comunicazione che sappia agire, su tutti i livelli dei prodotti, una rottura generale rispetto ai contenuti e alle modalità imposte dai modelli comunicativi dominanti.

In altre parole, occorre una grande svolta di libertà.

Genova, anche da questo punto di vista, è stata una prova generale, una piccola anticipazione di futuro. La diffusione delle tecnologie sta producendo un fenomeno nuovo, per ora ancora puntiforme e ancora causale, ma che se compreso bene evidenzia una tendenza, nuovi bisogni sociali e nuove insoddisfazioni individuali e collettive. Riemerge un bisogno di autoproduzione del proprio racconto, di una propria storia da raccontare, da socializzare. La rappresentazione mediatica ufficiale è vissuta come insufficiente, screditata, spesso avversaria, rigettando sugli apparati della comunicazione la stessa indifferenza che loro rivolgono alla vita reale delle persone. Una sorta di superamento di quegli approcci post-moderni nei quali veniva negata la possibilità stessa di un racconto sociale che, invece, riemerge in forme tecnologicamente innovative e autogestite.

Lo stesso ruolo dei media ufficiali e in particolare di quello del servizio pubblico radiotelevisivo perdono la percezione sociale della loro centralità anche a prescindere dal lavoro buono e importante che molti singoli giornalisti hanno prodotto in quelle ore. È il contesto, che non può essere mai slegato al contenuto, che inficia realmente un ruolo innovativo e percepito come vero. È la trasformazione verso la spettacolarizzazione che alimenta non la partecipazione consapevole, ma il tifo sociale.

Da una parte, quindi una società attraversata da un bisogno nuovo e gigantesco di fare comunicazione, semplicemente di parlare con e attraverso le tecnologie a disposizione, con le loro capacità e possibilità di linguaggio e, dall’altra, il collo di bottiglia delle strutture pubbliche e private strette nella rappresentazione di eventi che non sono in grado di raccontare se non attraverso la loro spettacolarizzazione.

Qui è il gap che abbiamo di fronte, qui il compito della politica di produrre un quadro di movimento e d’avanzamento, del resto tutto interno al nostro dettato costituzionale.

È proprio l’incarnazione del nostro articolo 21 della Costituzione, quel diritto a comunicare che è sempre di più una necessità sociale, alla quale occorre dare una risposta.

Genova, con i mille occhi elettronici pronti a raccontare, anche se nella rudimentalità della rappresentazione diretta o con i racconti colti delle decine di autori che si sono associati in varie forme fino a quella alta dei registi italiani, è lì a dimostrare che alcuni argini sono non solo superabili, ma già arrembati.

Al massimo si può produrre un ritardo nel loro superamento, non eluderlo.

Genova, però, evidenzia non solo la necessità d’auto-documentazione degli eventi, la necessità di offrire una testimonianza diretta, un proprio racconto, ma la necessità palpabile e concreta di poter costruire un nuovo immaginario collettivo e di renderlo fruibile all’intera collettività. Offrire alle orecchie e agli occhi che non erano presenti una lettura degli eventi con una soggettività e al tempo stesso una dimensione collettiva, totalmente nuove.

È questo un bisogno cui occorre dare una risposta, un’esigenza che la politica d’alternativa deve avere la capacità di incarnare in un quadro di regole che ci faccia uscire dall’attuale inerzia.

L’11 settembre, infatti, è lì a dimostrare che il patrimonio di cambiamento espresso può essere narcotizzato dalla violenza distruttrice della guerra e dalla potenza degli establishment informativi nazionali e internazionali. Che il sistema riesce ad essere ancora abbastanza efficiente nei momenti di crisi nei quali non siano protagonisti diretti i movimenti. Ma non sufficientemente efficiente da impedire l’allargarsi dello spazio tra le emozioni, i pensieri delle persone e la realtà rappresentata astrattamente dai media ufficiali. Il 50% dei cittadini contro la guerra, infatti, non trovava spazio se non in pochissimi contraddittori e giornali.

Una realtà che evidenzia, più di quanto non sia stato raccontato, il rapporto reale che esiste oggi tra gli individui e le strutture della comunicazione.

Occorre liberare energie, mettere in sintonia la vita reale con la rappresentazione sociale, produrre una discontinuità anche nel dibattito culturale e nella proposta politica. Una sconfitta a tale ipotesi politica attraverso la prosecuzione della costruzione degli immaginari secondo gli stereotipi adottati negli ultimi venticinque anni imporrebbe all’intera società un taglio delle sue aspirazioni, produrrebbe un paese senza riconoscimento, un paese privo di capacità di riconoscersi, una collettività autistica rispetto agli altri popoli.

 

Gli errori del centro-sinistra

 

Questo lo scarto necessario e questa la cartina di tornasole delle opzioni politiche.

Certo in questi anni si è inseguita solo l’idea che attraverso la privatizzazione della RAI si sarebbe normalizzato il caso italiano, controbilanciato il fattore B. La definitiva deriva commerciale della storia del servizio pubblico radiotelevisivo vista non come la sconfitta di un modello di autonomia nazionale, di autonomia della produzione di contenuti dai meri interessi commerciali, di possibilità di sperimentare linguaggi e contenuti, ma come l’esito necessario alla battaglia commerciale contro un’altra azienda.

La necessità di un’idea generale soffocata dalla miopia neo-liberista.

L’illusione del centro-sinistra, che ha inseguito la privatizzazione del servizio pubblico come contro bilanciamento della forza comunicativa delle televisioni del presidente del consiglio, necessitava dell’occupazione spropositata dei luoghi e il restringimento delle articolazioni pluralistiche con l’omologazione delle direzioni, degli incarichi e della gestione degli spazi.

Forse qualcuno sperava che l’acquirente potesse schierarsi e divenire il nuovo paladino del centro-sinistra. Come se il pluralismo nella comunicazione potesse vivere di uno scontro bipolare, incurante della realtà complessa e delle dinamiche di fondo della società.

La vendita Telecom dello scorso luglio deve essere stato un brusco risveglio per chi si era illuso di tale strategia. Un amaro calice per chi aveva costruito l’assioma secondo il quale pluralismo comunicativo uguale competizione aziendale.  Non esiste nessuna scorciatoia che possa essere costruita attraverso la costruzione di Poli Comunicativi Amici che ripercorrano, sul piano imprenditoriale, il bipolarismo istituzionale, oggi del resto profondamente in crisi.

Semplicemente non dura, non tiene. La società è più ricca  e vitale e, alla fine, riemerge.

Come miope è risultato tenere aperta la questione del conflitto d’interessi, con la speranza di costringere Berlusconi in un angolo. O, ancora, con il tentativo di varare una normativa anti-trust sulla pubblicità con l’accordo del trust. Al gruppo Mediaset vanno offerte possibilità di sviluppo fuori della raccolta pubblicitaria televisiva, che va riequilibrata e ricondotta in quadro di compatibilità antitrust degno di un paese avanzato. La vicenda di La7 di questi mesi è lì a dimostrare la necessità di sciogliere un nodo, una concentrazione che impedisce anche un semplice pluralismo concorrenziale. D’altronde questo è il mercato.

Forti sono le responsabilità della stagione del centro-sinistra per la mancata approvazione di un quadro legislativo di rottura con le concentrazioni di potere dell’informazione e di rilancio democratico del ruolo del sistema della comunicazione.

No. Occorre voltare pagina.

Occorre lanciare un’idea del pubblico che forse nel nostro paese non è mai stata presente, schiacciato come è stato dai decenni democristiani e dalle illusioni maggioritarie, con i loro ipotetici spoil system. Occorre varare una normativa che renda incompatibile, realmente e non solo per il presidente del consiglio, chi ha interessi personali ingenti dalla difesa degli interessi collettivi. Occorre produrre un sistema aperto nel quale trovi spazio una comunicazione sociale che sia svincolata dagli interessi degli investitori pubblicitari e, nel contempo, offrire un mercato per le aziende che trovano oggi situazioni di monopolio che impediscono il decollo di nuove esperienze imprenditoriali.

Questo il terreno per la nuova stagione d’opposizione reale al governo delle destre.

Questo è il terreno per un nuovo fronte di lotta che sappia mettere in moto nuove energie culturali e sociali.

 

L’opposizione al governo delle destre.

 

La battaglia democratica e il ruolo del servizio pubblico

 

Il terreno, quindi, deve essere caratterizzato direttamente sul piano politico. Su questo punto si misurano le reali differenze tra una battaglia di destra e una di sinistra. Da un lato, infatti, c’è l’idea che il pubblico debba essere o cancellato o ridotto ad un ruolo marginale e subalterno. Dall’altra che esso possa divenire, forse per la prima volta, un fattore d’innovazione, di garanzia, di sperimentazione.

Il movimento democratico ha subito, in questi anni, un forte smarrimento proprio su questo terreno. Troppe volte c’è stato raccontato che la ricerca consapevole dell’omologazione e della competizione sullo stesso terreno con le attività private, era un fattore di modernizzazione.

Quando si smarriscono i principi di fondo, le regole che devono presiedere al funzionamento d’istituzioni pubbliche, si producono guasti che vanno al di là dei bilanci in rosso o del calo di qualche punto di share.

Per questo occorre che la scelta politica sia chiara: il ruolo del servizio pubblico non può essere sminuito, anzi esso va tolto dalla disponibilità del dibattito politico e rilanciato. Occorre rifiutare con nettezza l’idea che il servizio pubblico possa essere definito, nel caso italiano, come unico concorrente del polo privato e, quindi, necessariamente schierato con il centro sinistra. Due errori in una sola scelta: primo perché è impensabile il mantenimento del quadro esistente come assetto istituzionale; secondo perché come è ampiamente dimostrato dalla vita politico-sociale di questi anni, oggi esistono due opposizioni, con pari dignità politica e con progetti politici assai differenti.

Del resto non ci si può più celare dietro la dimensione europea per giustificare le proprie ipotesi di privatizzazione. È proprio l’Europa, oggi, che ridefinisce un nuovo quadro per i servizi pubblici, e in particolare per quelli radiotelevisivi, e affida agli stati nazionali la definizione degli obblighi di servizio pubblico, la loro organizzazione e le modalità di finanziamento. Fino al punto di ipotizzare l’istituzione di monopoli e di diritti esclusivi.

Occorre, quindi, dare certezza all’idea dell’esistenza del servizio pubblico, aprire una stagione nuova di rivitalizzazione delle sue strutture, dei suoi uomini, dello spirito. Aprire ad una nuova leva di professionisti, lavoratori, giornalisti, produttori, ideatori e personaggi che individuino uno spirito che sia in sintonia con la scelta di lavorare per la collettività e non per questa o quella cordata. Questa nuova scelta ha bisogno di più politica e non di meno. Ma di una politica altra, che sappia innalzarsi oltre l’orizzonte ottico.

 

L’azienda RAI

 

In primo luogo deve essere esplicito il mandato affidato al gruppo dirigente. Non è più ammissibile che questo elemento di conoscenza sia oscurato ai cittadini, che sono proprietari due volte del servizio pubblico, prima come cittadini, poi come abbonati.

Proprio per questi motivi la scadenza del mandato del consiglio nel prossimo febbraio riveste una importanza decisiva per il futuro della RAI. Occorre un gruppo dirigente che sia in grado di lavorare su un progetto nuovo e rappresentativo delle più importanti articolazioni della società italiana. Un progetto che renda autonomo il servizio pubblico dalle forze politiche, dalle gabbie delle logiche di mercato, dalla prigione delle articolazioni esistenti nel Pensiero unico.

Sarebbe un fatto innovativo e altamente significativo, ad esempio, se quel mondo che si è affacciato a Genova potesse non essere escluso, messo alla porta, ma chiamato a produrre, all’interno della vita dell’azienda, un confronto su discriminanti programmatiche, amplificando il tasso del suo confronto pluralistico interno e producendo un’innovazione di linguaggi e contenuti.

Un C.d.A. cioè, fatto di tendenze, non di rappresentanze dirette, un C.d.A che anticipi, in qualche misura, l’idea di un ordinamento, di uno statuto autonomo per il servizio pubblico.

Parafrasando lo slogan del movimento, possiamo dire che un’altra televisione è possibile, qui ed ora.

Non sarebbe scandaloso, ad esempio, che i Presidenti delle Camere scegliessero, per il rinnovo del prossimo mese, rinnovo che per noi non può essere rinviabile, di anticipare lo spirito di una tale riforma. Sarebbe un’indicazione importante e una prima reale fuoriuscita dalle logiche spartitorie.

È in questo quadro che va riaperta la discussione sulla riforma della legge di nomina dei vertici della tv pubblica. Noi crediamo che sia necessario un vero e proprio processo di svelamento, di esplicitazione e trasparenza del mandato.

Per questo avanziamo la proposta che lo statuto autonomo del servizio pubblico radiotelevisivo garantisca agli utenti e agli operatori della comunicazione la possibilità di scelta autonoma del gruppo dirigente. Il presidente eletto su un chiaro mandato programmatico, sarebbe garantito nella sua autonomia rispetto alle pressioni dei partiti politici. Analogamente, un comitato di gestione ampiamente rappresentativo, ma non della geografia dei partiti, né della pura e semplice dialettica maggioranza-opposizione, bensì della dialettica reale che attraversa una società, quella sulle grandi discriminanti, come quelle tra pace e guerra o liberismo e antiliberismo. In altre parole, la rappresentanza dialettica tra la cultura prevalente e la cultura critica.

Insomma una svolta di fondo.

 

Nello stesso tempo, la struttura aziendale deve essere finalizzata al raggiungimento delle finalità di servizio pubblico. Per fare ciò occorre superare la divisionalizzazione che abbiamo conosciuto in questi anni, costruita per il processo di privatizzazione, e riprogettare un’azienda pubblica con un modello a rete. Non spetta certo ad un partito definire la struttura aziendale, ma vogliamo fare solo un esempio di quanta innovazione sia possibile e di quanta autonomia potrebbe produrre.

Proprio per la sua natura di servizio pubblico la RAI non può limitarsi a riproporre format acquistati in contesti culturali che non hanno nulla in comune con il nostro.

Un servizio pubblico non si legittima esclusivamente per la quantità dell’audience, ma persegue il successo d’ascolti attraverso una programmazione intelligente e coerente alle diversità culturali del paese.

La struttura della RAI potrebbe essere di tipo a matrice, prevedendo gruppi di lavoro con il compito di individuare gli obiettivi della comunicazione audiovisiva e di perseguirli attraverso una progettazione che superi la vecchia suddivisione in generi.

I macro obiettivi resterebbero quelli di informare (in maniera completa), di intrattenere (in modo intelligente), di educare (non con spirito pedagogico, ma

fornendo spunti di riflessione e provocazioni culturali).

Ogni gruppo di progetto potrebbe puntare a uno o più obiettivi contemporaneamente utilizzando tutti i “tasti” della comunicazione audiovisiva, dalla fiction al reportage al varietà. Risulterebbero superate le tradizionali divisioni in aree – programmi televisivi, radiofonici, informativi, ecc. – e in generi di spettacolo – poliziesco, sentimentale, giornalistico, ecc -.

Ogni gruppo di progetto dovrebbe dichiarare gli obiettivi della comunicazione e le caratteristiche culturali della fascia di utenti alla quale è destinata la comunicazione audiovisiva. Dovrebbe, inoltre, documentare la coerenza fa i codici culturali adottati per la confezione della comunicazione stessa e quelli di cui dispone il destinatario per la decodifica.

Le funzioni di staff verrebbero svolte da strutture snelle che avrebbero soltanto il compito di tracciare la normativa e di svolgere una attività di monitoraggio per garantire il rispetto delle regole. Nell’ambito dì tali regole, che dovrebbero essere improntate alla semplicità, alla chiarezza e alla trasparenza verso gli utenti, ogni gruppo di progetto godrebbe di totale autonomia. Anche il ruolo delle Sedi Regionali, in questa impostazione, potrebbe essere rilanciato e in maniera non competitiva con quello svolto dall’emittenza locale.

È necessario, in altre parole, sfidare su questo versante l’inerzia dei vecchi modelli, producendo un’innovazione in grado di generare un modello sperimentale d’azienda, un laboratorio che sappia essere anche come nuovo punto d’orientamento per la produzione di comunicazione del futuro. Bisogna chiamare le menti più aperte e innovative a sperimentarsi con questo nuovo cimento, un cimento che deve avere le fondamenta su un nuovo quadro di dignità del lavoro. Di qui passa, infatti, anche una nuova autonomia professionale e la dignità di un progetto alto. Chiudere con la precarietà, rendere trasparenti i meccanismi d’assunzione, riportare all’interno le produzioni attraverso una nuova stagione d’ideazione e programmazione, è non solo possibile, ma compatibile con le esigenze che il paese segnala.

Tutto ciò passa attraverso un quadro di risorse certe. Il canone deve divenire un nuovo patto con l’abbonato, ma occorre ripensare l’intero rapporto tra la risorse pubblicitaria e quella del canone, come pure l’interesse della collettività per un processo di profonda innovazione e sperimentazione.

Una RAI così ripensata, un servizio pubblico così innovativo, sarebbe sicuramente negli interessi di molti operatori nazionali e internazionali che potrebbero essere chiamati a contribuire alla sua vita con forma inedite che escludano processi di privatizzazione o di collocazione sul mercato di una parte del pacchetto azionario.

Anche la vicenda che ha appassionato il dibattito degli ultimi mesi, quella intorno alla vendita della società RAIWAY, potrebbe essere collocata in un quadro inedito.

Noi crediamo che una nuova collocazione di RAIWAY nel sistema sia il primo passo della riforma futura.

Nel 2006 il sistema della radiotelevisione passerà comunque alla diffusione digitale. Pertanto quella data vedrà la nascita di un assetto nuovo e occorre pensare a quella scadenza con qualcosa di più innovativo di quello che è stato fatto fino ad oggi dal legislatore.

Con la delibera 435 del 2001 l’Autorità Garante ha predisposto le condizioni per la trasformazione in digitale del sistema della comunicazione radiotelevisiva. Essa trasformerà non solo questi due fondamentali strumenti, ma influenzerà l’intero sistema della comunicazione. La produzione di servizi e di informazioni che sarà direttamente legata alla trasformazione digitale del sistema ridisegnerà profondamente l’intero scenario. È da questo punto che occorrerà concretizzare le opzioni di fondo che la politica deve assumere in queste ore e che devono divenire il terreno di lotta politica dell’opposizione al governo delle destre.

In primo luogo la necessità di una dorsale di comunicazione e diffusione pubblica. Questa esigenza è direttamente correlata ai compiti del servizio pubblico. Produrre contenuti senza avere la possibilità della loro fruizione, infatti, non avrebbe senso. Ma la RAI potrebbe essere svincolata dall’obbligo di diffondere i segnali e lo Stato potrebbe assegnare ad una nuova azienda pubblica questa importante missione. Accanto a questo, la nuova Azienda di diffusione potrebbe svolgere altre funzioni: dalla garanzia dei servizi di collegamento alle strutture della protezione civile, passando per quelle delle forze dell’ordine e arrivando fino alla garanzia della diffusione di una vera e propria nuova forma televisiva diretta attraverso un diritto d’accesso di nuova concezione, reso possibile dalla innovazione digitale.

Occorre che la politica si faccia garante di un passaggio fondamentale: quello di incarnare lo spirito dell’articolo 21 e che le nuove tecnologie mettono in condizione di realizzare in maniera più compiuta che in passato. Occorre che ci sia la possibilità per tutti di costruire una comunicazione più orizzontale. Allora serve una rete, una infrastruttura, che garantisca questo principio. Serve che la azienda RAI WAY sia il primo tassello di una sostanziale inversione di rotta nel campo delle reti. Gli analisti più attenti ci dicono che la rete sta diventando un business debole, incerto e che la vera battaglia si produrrà sui servizi a valore aggiunto, su ciò che si offrirà all’interno della rete. Allora anticipiamo questa tendenza e ricollochiamo il nostro sistema informativo sullo scenario europeo ed internazionale.

Lo stato acquisti la rete della RAI e ne faccia il primo tassello dell’ammodernamento digitale delle infrastrutture; offra la possibilità a tutti quegli imprenditori di comunicazione che vogliono fare contenuti di sgravarsi degli oneri di trasformazione degli impianti e, anzi, siano incentivati a dismettere il possesso degli impianti per occuparsi dei contenuti. Fornirebbe in questo modo anche risorse fresche al rilancio della produzione di contenuti senza svendere un patrimonio della collettività ad aziende straniere o imprenditori privati.

La presenza di un’azienda pubblica di radiodiffusione, inoltre, potrebbe contribuire al disinquinamento elettromagnetico di una parte rilevante del nostro territorio, ad un’ottimizzazione dell’uso delle frequenze e a garantire l’avvento di una nuova possibilità.

Il passaggio al digitale, infatti, produrrà un ulteriore aumento dei canali televisivi disponibili. Noi crediamo che lo spettro di frequenze attualmente occupato dal servizio pubblico debba continuare ad essere assegnato ad un uso non privatistico. Con il passaggio al digitale potremmo definire in maniera più precisa il numero dei servizi che la Rai dovrà offrire ai cittadini italiani e a tutti quelli che vivono e lavorano in Italia. Canali generalisti, e articolati per territorio si potrebbero affiancare a canali all news o ad altri canali di servizio.  Possiamo anche ipotizzare, a solo titolo d’esempio, la nascita di un canale esclusivamente cinematografico nel quale rendere fruibile il patrimonio collettivo della cinematografia prodotta nel nostro paese con il famoso art. 28 e in larga misura mai conosciuto dal pubblico. Una parte della banda di frequenze, in ogni modo, resterebbe libera ed è qui che noi proponiamo un utilizzo nuovo per il nostro paese.

Potrebbero essere costruiti tre o quattro canali per garantire, attraverso un tempo d’antenna, il diritto a comunicare direttamente da parte di associazioni, movimenti, partiti ecc…

L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni accorderebbe le autorizzazioni alle trasmissioni, alle strutture che superino una certa soglia (esempio cinquantamila iscritti) e purché nello statuto del richiedente sia specificatamente prevista la diffusione di programmi il cui scopo è rappresentare una certa tendenza sociale, politica, culturale, religiosa e spirituale. Ogni associazione dovrebbe delineare una traccia di palinsesto all’Autorità, delineando la diversità dei suoi programmi rispetto a quelli degli altri soggetti ammessi all’esercizio dello stesso diritto.

Per fare ciò occorre pensare ad un nuovo quadro legislativo per i finanziamenti alla comunicazione. In questi anni si è mantenuta separata l’iniziativa a sostegno del pluralismo, spezzettate le competenze e le finalità del sostegno. Oggi i giornali e la carta stampata sono finanziati abbondantemente e attraverso meccanismi indiretti che tendono ad essere poco evidenziati. Le storture portano a bilanci in attivo, con le relative distribuzioni di dividendi agli azionisti, pagate attraverso il finanziamento diretto e indiretto della collettività. Magari proprio in quelle testate che si riempiono di articoli di fondo sulle privatizzazioni e sull’economia di mercato, contro il ruolo pubblico. Le radio e le televisioni usufruiscono di leggi e leggine, a volte nazionali e a volte regionali, per l’ammodernamento degli impianti o come applicazioni di svariate norme a sostegno.

I produttori di nuovi media si muovono nel ginepraio delle leggi esistenti per i vecchi media.

È giunto il momento di rendere trasparenti le ingenti risorse e finalizzarle direttamente al pluralismo comunicativo in maniera esplicita. È per questo che ipotizziamo l’istituzione di un Fondo Comune per la Comunicazione che raccolga e renda esplicito l’uso di tutte le risorse di cui l’intero sistema usufruisce. Un fondo che sia finalizzato, in particolare, alla nascita e al sostegno di nuove attività imprenditoriali, ma anche di quelle no profit.

Si libererebbero ingenti quantità di risorse utili a produrre una vera e propria esplosione di strutture comunicative e nuove iniziative, anche economiche, che oggi sono impossibilitate a nascere dalla presenza dei grandi gruppi industriali privati.

 

Anche qui occorre una svolta.

 

Quello che è stato per anni l’equilibrio del sistema informativo va mutato radicalmente. Le risorse pubbliche devono andare verso l’aumento del pluralismo e non della garanzia della concorrenza. La concorrenza si produce stando sul mercato. Il ruolo del pubblico è quello di intervenire per correggere l’inevitabile squilibrio che la concorrenza produce, ridurre quella distanza tra concorrenza e pluralismo informativo che lede il fondamento democratico di un paese. Troppe risorse pubbliche vanno dalla collettività alle grandi imprese, quelle stesse che propinano lezioni sulla concorrenza mentre vivono e fanno profitti sulle spalle della collettività.

Ma il superamento dell’attuale status quo dipende anche dai soggetti sociali. Il sindacato dei lavoratori e quello dei giornalisti devono scegliere il terreno delle prossime battaglie: lavorare per un riequilibrio democratico e offrire una chance di cambiamento degli assetti produttivi innovando o gestire una fase di ulteriore ridimensionamento del ruolo produttivo del nostro paese.

Noi crediamo che sia giunto il momento per una grande battaglia di cambiamento, una battaglia di produzione di una garanzia più avanzata del sistema del pluralismo, che è la prima a tutela della professionalità dell’indipendenza della moltitudine di professionisti, anche di quelli misconosciuti o non tutelati.

Una battaglia che deve fondarsi sull’uscita dalla precarietà o della mera sopravvivenza della moltitudine di professionisti dell’informazione che caratterizza la fase di sviluppo del sistema.

Allora serve una proposta che renda trasparenti i fondi, li svincoli dal controllo esclusivo del Dipartimento per l’editoria presso la Presidenza del Consiglio che ha lavorato bene in questi anni, ma che aumenta l’irrisolto conflitto d’interessi, gettando una luce sinistra sull’intero sistema dell’informazione italiana. Una proposta che unifichi le risorse, più o meno a fondo perduto, che il Ministero della comunicazione, finanziaria dopo finanziaria, si è costruito e che ammontano oramai a diverse decine di miliardi.

Occorre creare un Fondo unico per la comunicazione con regole trasparenti, orientate all’allargamento d’esperienze di pluralismo informativo e sempre meno di natura assistenzialistica.

 

Un nuovo quadro di sviluppo per il servizio pubblico.

Nuove norme per la responsabilità dei vertici aziendali.

Nuove regole per la pubblicità

Un’azienda nazionale per la radiodiffusione con i compiti di garanzia per l’accesso al diritto d’antenna.

L’istituzione di un accesso diretto alla comunicazione radiotelevisiva, garantendo una migliore e più avanzata applicazione dell’art. 21.

Un fondo unico per la comunicazione che renda trasparente l’uso delle risorse e lo orienti verso la produzione di nuova comunicazione.

Insomma, un quadro nuovo.

Hanno sbagliato e continuano a sbagliare le forze del centrosinistra a porre il problema della riforma della TV come un problema del Presidente del Consiglio. È un problema che attiene al destino della nazione e la proposta di cambiamento deve stimolare i bisogni comunicativi ricchi che attraversano la nostra società. È per questo progetto che vanno messe in moto le energie più vive, non per punire un Berlusconi al quale si è fatto passare indenne, dal punto di vista delle regole del sistema comunicativo, un’intera legislatura. C’è un salto democratico da produrre e una lunga marcia da intraprendere, conquistando a questa lotta operatori culturali, mondo del giornalismo, forze democratiche, movimenti sociali e una larga opinione pubblica che è matura per una battaglia chiara e trasparente. Una battaglia che dia fiducia all’autonomia del mondo della comunicazione e che noi vogliamo fare insieme a tutte le forze disponibili.

 

 

 

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