Linguaggi, proprietà e poteri nelle società di fine millennio

 

Linguaggi, proprietà e poteri nelle società di fine millennio

 

 Il comunismo è l’educazione dei cinque sensi.

 Karl Marx

La tecnologia informatica sta cambiando profondamente l’antico e fondamentale concetto di sovranità discusso sin dai tempi di Platone.

Walter Wriston

 

 

Nel solo 1994 si sono spostate, sulla superficie del pianeta, tante persone quante, in precedenza, si erano mosse in tutta la storia dell’umanità.

Il numero delle conoscenze accumulate dall’uomo fino al 1990 è raddoppiato nei cinque anni successivi e si calcola che, oggi, raddoppi all’incirca ogni biennio.

Ogni giorno scompaiono dal pianeta lingue ed idiomi con una velocità che non si era mai misurata in tutta la storia umana.

I processi d’interazione, integrazione, di vere e proprie “esplosioni” socio-culturali, che attraversano il pianeta, hanno raggiunto confini inconcepibili fino a pochi anni fa, con conseguenze che nessuno è in grado di prevedere.

Quello che accade, però, non ha nulla di lineare. Non è la realizzazione di un progetto condiviso, esplicitato e posto in relazione democratica con i soggetti che ne sono, volenti o nolenti, partecipi e, in larga misura, succubi.

Questi processi, che per brevità e comodità abbiamo la consuetudine di chiamare Globalizzazione, con un termine largamente insufficiente, carente e a volte contestato, tendono, a mio avviso, a configurarsi come una nuova costruzione ideologica. Una costruzione che potremmo definire di tipo neo-hegeliano. Infatti, al posto dello Stato e dello Spirito Assoluto, ipotizzato dal filosofo nell’ottocento, questo fine di secolo è caratterizzato da una proposta ideologica – non avanzata da un singolo individuo, come capitò ai tempi di Hegel, non personalizzabile e, quindi, in qualche modo, “smaterializzata”, diffusa e ciò la rende ancora più “neutra” e pervasiva – che sostituisce allo Stato, le regole della Globalizzazione e allo Spirito Assoluto, il Mercato. La Globalizzazione, in altre parole, non si caratterizza come l’interazione tra culture socio-economiche realmente esistenti – oserei dire sopravvissute- sullo scenario mondiale, ma come un processo d’offuscamento, d’oscuramento di tutte quelle che non sono riconducibili al modello più utile all’imposizione di quel nuovo Spirito Assoluto che è il Mercato.

Andrebbe indagato più a fondo perché tali processi vengono percepiti come naturali. Forse proprio perché, come lo spirito assoluto hegeliano, sono l’interpretazione della necessità razionale che, nel momento che diviene consapevolezza di sé, si trasforma nel nuovo modello di Spirito Assoluto, in pratica un nuovo Dio o come, direbbe Hegel, una moderna Autocoscienza.

La stessa idea di fine della storia, avanzata nel momento in cui il modello sembrava invincibile, è stata possibile perché rappresentava l’incarnazione, definitiva, di essa.

Il vecchio stato hegeliano, allora, si può anche dissolvere, poiché forze più potenti, e fuori da qualsiasi controllo di stampo democratico, sono in grado d’interpretare e garantire, questo “spirito dei tempi”. La frantumazione di tutte le regole che non soddisfino la competizione mercantile è garantita da strutture e norme che travalicano i parlamenti. Il “Potere Golobale” (oggettivato e diffuso) non ha più bisogno d’altre regole oltre a quelle della competizione. La democrazia, per come l’abbiamo conosciuta nel ‘900 e nella sua ispirazione platonica, n’è travolta dalle fondamenta.

È possibile accorgersene quotidianamente.

Quasi in ogni luogo, l’uomo, con i suoi diritti, cede il passo a feticci che assumono rilevanza e dimensioni più alte della sua stessa ragione d’esistenza.

Nella stessa pagina di giornale, ad esempio, si possono ritrovare la notizia di una richiesta per una nuova legge contro l’emigrazione ed una pubblicità che garantisce spostamenti di capitali in tutte le parti del mondo, in pochi minuti e senza nessun vincolo. Quello che è garantito nella globalizzazione al denaro, il re dei feticci, non può e non viene garantito alle persone in carne ed ossa. E tutto ciò, non per la cattiveria di qualcuno, ma attraverso leggi e regole spesso condivise.

Ma com’è possibile che tali processi si trasformino prima in consapevolezza del sé per poi divenire consenso di massa?

 

Siamo in presenza, in altre parole, di processi d’integrazione delle condizioni e delle aspirazioni economico-politiche che possono basarsi, attraverso un vero e proprio processo egemonico, su condizioni di vera e propria frantumazione del sociale, fino a veri e propri esiti d’atomizzazione individuale, immersi in condizioni di forte identificazione e integrazione.

Che cosa significa, tutto ciò, sul corpo vissuto individuale e sociale?

Come funzionano, sul piano socio-tecnico?

Perché tali processi possono contare su un consenso di massa, su un’egemonia che si esprime prima sul piano culturale e poi su quello politico?

restringimento progressivo che si manifesta anche nell’allargamento dell’area del non voto, con caratteristiche di vera e propria espulsione dai processi democratici, peculiari, ormai, non più e non solo nel laboratorio più avanzato di tali processi, cioè gli Stati Uniti, ma aggredisce i modelli di democrazia europea e il nostro paese?

In cosa si configura il reagente in grado di stabilizzare, sul piano politico e sociale, una miscela ad alto tasso di detonazione come le società post-industriali?

 

Io credo che tale reagente non possa essere identificato in una singola sostanza, ma in un mix di processi e di fattori che, fino a qualche tempo fa, erano quasi impenetrabili e che oggi, cominciano a mostrare le linee di tensione, i filamenti, le strutture portanti, di cui sono costituiti.

Un primo fattore si configura nell’imposizione unidirezionale del flusso comunicativo.

La comunicazione, intesa in senso lato, attraversa il mondo dal Nord verso il Sud, attraversa la società dalle classi sociali privilegiate e alfabetizzate verso le classi subalterne, attraversa la conoscenza dall’impresa verso la cultura tout court.

 

Tutto ciò al punto che nessuno, neanche degli Stati o delle collettività, ha oggi diritto a costruirsi la propria informazione, un diritto sancito solo venti anni fa dall’ONU, con il rapporto stilato dal senatore democratico statunitense McBride e votato da tutti gli stati tranne uno. Gli USA, infatti, rifiutarono di votare i diritti riconosciuti dal famoso rapporto, considerando il settore della comunicazione e del cinema parte integrante della loro politica estera e, quindi, materia non disponibile.

Oggi, gli Stati Uniti costituiscono il punto di dominio più alto nel settore comunicativo, dominio che si estende, in maniera incontrastata, non solo come “modello” della comunicazione, ma anche per la proprietà dei contenuti e delle società che ne traggono profitti.

Sotto tale azione, la costruzione delle aspirazioni, dei linguaggi, dei codici e dei contenuti della fabbricazione dell’immaginario, della teorica “classe media”, tende ad omologarsi in ogni angolo del globo e ad estendersi verso le altre classi. Un regista neo-neorealista di fine secolo potrebbe costruire un piano sequenza di un racconto sulla preparazione mattutina di un giovane, che si accinge ad andare a scuola, utilizzando l’immagine di un ragazzo americano che s’infila un paio di jeans, quella di un francese che si allaccia le scarpe da ginnastica, quella di un sud-africano che sceglie la sua maglietta T-shirt dal cassetto e quella di un coreano che prende uno zaino carico di libri. La colonna sonora potrebbe essere scelta tra centinaia di colonne sonore d’artisti che producono pensando ad un immaginario, a volte indistinto, referente collocabile in una qualsiasi parte del pianeta. Quel regista, così, avrebbe rappresentato, con pochi frammenti di pellicola sparsi per il globo, l’immaginario-reale di una fetta consistente dei ragazzi del pianeta, anche di chi è, in realtà, escluso per la sua stessa condizione economico-sociale.

 

I progressi d’integrazione avanzano estendendosi a macchia d’olio.

È sufficiente rovistare nelle bancarelle per turisti nel mondo per rendersi conto dell’esistenza non solo della “multinazionale delle bancarelle”, ma della forzata coincidenza della loro offerta che mira a soddisfare bisogni identici e riproducibili serialmente.

 

Ma le migrazioni gigantesche, lo sviluppo dei viaggi, la dimensione globale del sistema comunicativo (ove per sistema intendo quel groviglio di relazioni esistenti tra i meccanismi d’imposizione delle tecnologie, delle loro strutture, delle loro gerarchie, delle modalità d’utilizzo e di fruizione, dei contenuti, del loro intreccio con il sistema industriale, sia attraverso il loro finanziamento con la pubblicità, sia attraverso la veicolazione di modelli di vita socialmente condivisi, in maniera indiretta, attraverso la produzione dell’immaginario, nella fiction e nel cinema), tendono a sviluppare l’affermazione di personalità multiple, collage d’individualità. Una sorta di massificazione generalizzata, di stratificazione, nelle aspettative e nei comportamenti, che genera percezioni d’appartenenza di classe e costumi, che tendono ad assomigliarsi ed a sganciarsi dalla personale condizione materiale.

 

 

Tende a svilupparsi, cioè, un processo egemonico con caratteristiche che fanno ipotizzare un cambiamento forte del problema della “lealtà culturale” ad un gruppo, classe o nazione, come si era configurato nella Storia fino a quando la dimensione di vita si misurava con uno spazio/tempo afferrabile e decifrabile. è un Cambiamento che porta dalla vecchia idea di confronto/scontro tra più culture – nazioni, classi -, ad una falsa co-esistenza di realtà a più culture, che tendono, in realtà e proprio perché egemonizzate dal nuovo Spirito Assoluto, a “processi di lealtà” ad una singola cultura: quello che è stato definito, brillantemente, il Pensiero Unico.

 

Siamo, in altre parole, alla presenza di un processo di mondializzazione ad egemonia culturale massificante, che ha fatto coniare il termine globalizzazione e che si configura come una sorta di buco nero dalla capacità gravitazionale immensa e distruttuva.

 

Altra, nella storia, era stata l’idea dell’internazionalizzazione, di cui il movimento operaio era uno dei soggetti fondanti perché attivi e coscienti di tale processo.

 

In altre parole, potremmo affermare che la mondializzazione è la relazione tra entità statuali autonome e sovrane, mentre la globalizzazione si configura come un processo di spoliazione della sovranità democratica, sostituita da una sovranità delle regole del mercato. La dimensione internazionale non ha mai spaventato il movimento operaio.

 

Marx, per primo, con il “manifesto” si pone il problema di un’identità mondiale. Si pone, in pratica, il problema di una nuova civiltà, di tutto quello, cioè, che è universale come i valori, le idee e i comportamenti che unificano nel giudizio perché sono concretamente parte della vita consapevole. E già sul manifesto c’era l’idea di una civitas, di una città mondiale non globalizzata, non massificata, ma consapevole e fondata sulla valorizzazione del lavoro.

 

In questo scorcio di fine millennio è sembrata diffondersi, con forza, l’idea culturale del management come idea unificante.

 

Cultura è l’essenza dei simboli di una comunità. La cultura soddisfa la basilare esigenza umana di provare un senso d’appartenenza, di condividere orgogli e paure; appaga il bisogno di riconoscimento del sé e dell’altro da sé.

Nel 1995 la dimensione economica internazionale dell’industria cinematografica americana ha assunto l’ufficialità del suo predominio mondiale. Per la prima volta, infatti, gli studios hollywoodiani hanno guadagnato più su scala mondiale che nel proprio paese. Nel settore musicale questo avviene da più di un decennio con incrementi crescenti. Anche se nella musica non sembra di assistere ad un processo di concentrazione (per il mantenimento di una certa differenziazione nei prodotti), la dimensione della concentrazione ha raggiunto livelli preoccupanti. Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio del decennio che si sta chiudendo, il numero dei soggetti che controllano il mercato mondiale è stato ridotto ad una piccola pattuglia e molte di queste entità sono intrecciate con le proprietà hollywoodiane. PolyGram è un’associata Philips, Sony music è associata Sony, che possiede Columbia e Tristar, Warner Music appartiene alla Warner, Bmg è della Bertlsmann e l’Emi che è l’ultima azienda puramente del settore. Olanda, Giappone, Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna, controllano più dei 2/3 del mercato mondiale.

Rapporto con le etichette indipendenti.

 

I livelli di concentrazione si estendono, in modo particolare, nelle tecnologie innovative. Oltre l’80% di esse, infatti, sono prodotte da soli 13 paesi ed il predominio di una sola nazione, gli Stati Uniti, si attesta con oltre il 50% della ricerca e dell’innovazione, che è detenuta da solo 4 entità americane. Solo 8 paesi detengono i 2/3 delle esportazioni mondiali di tecnologie dell’informazione e 10 paesi i 2/3 delle importazioni.

Produzione di innovazione tecnologica, costruzione dell’immaginario, detenzione dei canali di distribuzione dei prodotti di comunicazione, si connettono, direttamente, al predominio acquisito nella produzione delle merci e dei consumi, sui modelli e gli standard di vita che sono veicolati.

Accanto a questi strumenti, che possiamo definire di passivizzazione e di costruzione del “consenso”, gli Stati Uniti ed anche alcuni paesi europei, gestiscono strumentazioni di controllo attivo. Liste d’embargo, di limitazione, di controllo, istituite a vari livelli, (escalon), mirano a definire squilibri nei rapporti economici e politici con paesi ed intere regioni del mondo. Così la mappa geopolitica degli ammessi e degli esclusi, decisi sulla base della massima utilità dei Paesi più forti, marca significativamente il raggio d’azione, il grado di libertà ed i condizionamenti politici cui devono sottomettersi i paesi.

Non è un caso, allora, che i primi due accordi della storia della WTO si siano incentrati proprio sui prodotti informatici, nella sessione di Singapore, e sui servizi di telecomunicazioni, nella sessione di Ginevra. Accordi che mirano ad estendere l’egemonia industriale/culturale presente.

 

Il MAI si propone non solo di estendere agli investimenti (cioè, alla circolazione del capitale) la liberalizzazione globale già attuata nel campo degli scambi commerciali, con la conclusione dell’Uruguay Round e dei primi accordi della WTO, sui prodotti e servizi informatici e le telecomunicazioni. È l’estensione del diritto del profitto sopra ogni altro.

 

A mio avviso, quindi, non è un caso che i primi ambiti nei quali la WTO ha imposto la sua ferrea legge del più forte, siano le sfere legate alla gestione, all’elaborazione ed alla veicolazione di dati e d’informazioni. D’altronde, il perno del sistema finanziario mondiale consiste, oggi, nella possibilità di “smaterializzazione” del denaro in un flusso di dati che avvolge l’intero pianeta. Fino all’idea di smaterializzare la stessa forma della moneta.(La moneta digitale).

La possibilità che su tali reti non esistessero vincoli o controlli, da parte di uno stato, era in realtà una necessità che andava definitivamente garantita da procedure certe e intangibili e che sarebbe ricaduta nelle mani dei grandi soggetti multinazionali privati in grado di competere tra loro.

Ma i servizi informatici e di telecomunicazione non sono solo supporto allo scambio finanziario e commerciale (tra l’altro in buona misura addirittura automatizzato). Infatti, attraverso i sistemi informatici si esporta il modello produttivo del futuro. Produzione e distribuzione flessibile, il Just in time, la produzione snella, i subappalti, l’estensione di lavoro “para-autonomo” o atipico, sono tutte strutture rese concrete dalla possibilità di controllare la complessità di un ciclo produttivo attraverso raffinate strumentazioni telematiche, che ne garantiscono l’efficacia e l’efficienza nell’estrazione di plus-valore relativo e assoluto e la trasformazione di un’ingente quantità di esso in profitto.

E non è finita qui. La produzione sociale per eccellenza, il linguaggio, che in termini assoluti era una facoltà collettiva, <<l’essere stesso di una comunità>>, come lo aveva definito Marx nei suoi Grundisse, un utensile, come lo aveva battezzato Rossi-Landi (prodotto e utilizzato dalla comunità sociale), con l’affermarsi delle tecnologie digitali, tende ad essere privatizzato, inglobato nelle strategie di marketing, inscatolato nei contenitori di senso, che sono i prodotti comunicativi trasmessi sui vari supporti (dalla cinematografia d’ispirazione industriale di tipo hollywoodiano ad internet, passando per la radio, la TV ed i giornali). L’avverarsi, in altre parole, di quella denuncia, dal sapore profetico di McLuhan quando affermava: “Una volta che [avremo] consegnato i nostri sensi ed i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, le orecchie, i nervi, in realtà non [avremo] più diritti. Cedere occhi, orecchie e nervi ad interessi commerciali è come consegnare il linguaggio comune ad un’azienda privata o dare in monoolio a una società l’atmosfera terrestre”.

 

Oppure con Marazzi quando afferma che “con l’entrata del linguaggio e della comunicazione direttamente nella sfera della produzione, il lavoro umano produce a mezzo di linguaggio. Non c’è più distinzione possibile tra utensili e parole dal momento in cui le parole diventano utensili, strumenti di lavoro direttamente produttivi”

L’esempio più illustre è quello della Microsoft. Essa nacque con il brevetto di un linguaggio, che fino ad allora era pubblico, come pubblici sono le lettere e i numeri. Una sequenza di calcoli, non un contenuto, ma una lingua, veniva privatizzata anche per la scarsa ddimestichezzadella politica e della ggiurisprudenzaa trattare, specialmente a quei tempi, con l’impatto derivante dall’avvento del digitale.

Si affacciò, così, nella storia umana, la prima lingua a pagamento  EL Microsft e il mercato, si lanciarono a scrivere, subito dopo, la prima grammatica di questa lingua, una glinguisticasocialmente non condivisa, né condivisibile per la sua codifica indecifrabile ai sensi umani.

Così Bill Gates divenne l’uomo più ricco mai vissuto sulla Terra, e nel tempo più breve.

 

Stessa sorte sta capitando apersinomalla atrice genetica della vita.  Stesse regole per una sorte

analoga.Oggi vèconsiderata più naturale ed inviolabile, la logica del mercato (acuitutto si deve inchinare) rispetto alla stessa idea dd’voluzione della vita. Sul mercato  e le sue regoleè un crimine intervenire, sulla progettazione genetica delle sspeciesi vvuolecarta bianca. Ovviamente per fare business.

 

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(L spirito assoluto , quindi,tende ad aaffermareil suo alfabeto e la spropriagrammatica privatei acuitutti ddovrebberoinchinarcs lavorando, parlando o, semplicemente, divertendocs.

. è su questo punto, su di un nuovo confine qualitativo nei linguaggi e nelle produzioni artistiche, che dovremmo sfidare e criticare i lemmi e i componimenti seriali che ci sono imposti dal mercato. Strappare spazi comunicativi e riaffidarli al sociale, tessere nuove regole comunicative, proporre un’inedita cultura, assume allora, per la sinistra non omologata, una valenza strategica più forte che nel passato.

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Un a difficoltà è rappresentata dal fatto he , in questa fase storica,non è lpiù a complessità di una’inter società, odi uno stato nazionale, a porsi il problema della “conquista”, (politica, culturale o economica) di un’altra nazione ma è la semplificazione del mercato (fino al limite della singola impresa multinazionale globale) che tende aadunificare a sé la vita, producendo devastazioni sia delle iaziendenazionali, sia delle culture sedimentate in quei luoghi. Non è un caso, allora, che un intero quartiere di Berlino sèchiamato con il nome di una multinazionale che la sta progettando e costruendo: il quartiere Sony.

 

In un recente convegno intitolato Dio è morto in Televisione? si è denunciato l’inaridimento dei linguaggi. I linguaggi di fine millennio , si è detto,sono finiti in percorsi stretti, sn una miseria inadatta, di per sé, ad essere portatrice dd’dee, immagini, sentimenti alti. Questa miseria, però, non nasce dal caso, da un fato inarrestabile., ma è ilfrutto di un esito dello sviluppo, è figlia di un modello produttivo, non di uun’ggettività naturale. È il risultato dell’applicazione delle regole del Mercato alla complessità sociale.

 

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Per questo è necessario oggi, dopo la crisi mondiale che è sotto gli occhi di tutti, uno scarto.Sarebbe opportuno definire il quadro delle competenze rimaste ai parlamenti nazionali. Esplicitare quelle che sono sotto l’attacco delle istituzioni globalizzanti ed individuare i confini di una nuova battaglia democratica, che assume la dimensione internazionale come nrinnovatoluogo della pratica e del vissuto della partecipazione. Questo Governo, questo Presidente del Consiglio ,devono dire al Paese, chi e cosa sta oggi trattando su questi terreni, con quale delega e con quale controllo democratico e parlamentare.

Rendere pubblico lo stato delle trattative, i testi in discussione e proporre una seduta straordinaria del parlamento nazionale, sarebbe non solo necessario, ma aè ddirittura non rinviabile.

Come del resto è necessario che le grandi questione politico-economiche ,che stanno alla base dei nuovi processi economici, comunicativi e politici, siano ricondotti in un quadro generale come quello dell’ONU. La cosiddetta società dell’informazione o, come altri sostengono, quella della conoscenza, non può nascere con pochi soggetti che impongono i loro apparati culturali e cognitivi. all’intero globo

 

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Oggi il Potere , rappresentato dalla capacità ecisionialedelle grandi conglomerate transnazionali), ende a separarsi dal territorio.

Ma se la forma della democrazia è stata fino ad oggi legata ad eesso il potere , in realtà,sta manifestandosi come uuna vera e propria ntità antidemocratica. Nell’età pre-telematica il confine èerala definizione  stessadell’esistenza dello stato/territorio., delle sue leggi e delle sue regole

Leggi e regole tanto significative, che avevano fatto parlare dello Stato come cane da guardia del capitale. Nell’era telematica

Ii potere non ha  piùbisogno di regole,. La crisicemocratica di fine millennio,  è segnalata, tra le altre cose, dallo postarmento de luoghi di dcompensazione e efinizione delle regole  della competizione,ffuori deiparlamenti e dentro le Authority, che rispondono solo al mercato e alla sua oggettivazione. e tendono a divenire addirittura sovranazionali La democrazia  si svuota esi ferma fdefinitivamente fuori dellasfera economica.

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Pitagora affermava che “tutte le cose sono numeri”. Paradossalmente l’inizio dell’era che chiuderà con il modello della scrittura elaborato dai greci, si apre con il tentativo di trasformare tutto quello che è possibile in calcoli da far elaborare a quelle mega-calcolatrici che sono le macchine digitali, come i PC o chips integrati negli oggetti. Suoni, voci, immagini, tatto, odorato, stanno per essere utilizzati in modo integrato da queste nuove macchine digitali. Il mercato tende a connettersi direttamente ai sensi dell’uomo, attraverso strumentazioni digitali e specifiche periferiche.

La realtà rischia di divenire come se essa ppotesseessere rappresentata da numeri, simulabile e riproducibile serialmente. Tende a divenire una merce. Il capitalismo, se lasciato a se stesso, avvolgerà in maniera definitiva l’uomo, tendendo alla connessione diretta ai sensi, impedendo la loro libera ed autonoma gestione da parte dell’individuo.

Proprio quell’autonoma e consapevole educazione dei sensi che Marx, tra le altre cose, amava definire come comunismo fin dai lontani anni dei suoi Manoscritti economico-filosofici del ’44.

Marazzi, C)., Produzione di merci a mezzo di linguaggio, in <<futuro anteriore>> II-IV, 1995, p.146.

 

citazioni ricavate dall’articolo di Harlan Cleveland su Indice internazionale <<i limiti della diversità culturale>>. N. 2/96, pag 123.

 

 

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