Politica e consenso nella società capitalistica

Terzo articolo per l’inserto InMedia

È stato detto che uccidere un uomo è cosa da poco: uccidere un’opinione produce effetti più duraturi. Uscendo dal paradosso, è però certamente indiscutibile che la seconda metà del Novecento si caratterizzi per una sostanziale novità, ossia la progressiva separazione tra la realtà e la rappresentazione che di essa socializzano i mezzi di comunicazione di massa e, in particolare, che sia del tutto inedito il ruolo che in questo processo ricoprono la televisione e la radio. Tutto ciò irrompe sulla scena della politica modificando geografie, culture, strumenti che cambiano fino a reinterpretare, affinandone le capacità e le caratteristiche, le stesse modalità della persuasione. Ad esempio, le regole che caratterizzano i meccanismi più sofisticati con i quali il mercato si mette in relazione con il cliente (cioè le architetture client-server del settore informatico, che si propongono come uno dei modelli più avanzati di relazione tra produttore e consumatore), interpretano (riaggiornandolo) questo rapporto in maniera molto simile a come, già ai tempi di Aristotele, era interpretato il rapporto tra persuasore e persuaso.

Il punto centrale del problema, quindi, rimane inalterato: la realtà e la sua rappresentazione non possono in ogni caso coincidere e, dunque, sia la selezione delle notizie (ciò che i tecnici chiamano il gatekeeper), sia i meccanismi di scelta di esse in base a ciò che viene chiamata la “notiziabilità” (cioè, la presunzione che uno dei fatti che accadono al mondo sia tanto più significativo di un altro da renderlo degno di essere trasformato in una notizia, mentre un altro non lo è), operano una drastica “reinterpretazione” del mondo reale al punto che, il più delle volte, esso diviene assolutamente irriconoscibile. Chiunque di noi abbia assistito ad un accadimento che sia stato oggetto di una rappresentazione da parte di un mezzo di comunicazione di massa, ha misurato con i propri occhi la distanza tra “racconto” e reale, fra “notizia” ed evento, anche se spesso è col rendere impossibile ad un soggetto l’accesso ai mass media che si operano le censure ed gli oscuramenti “più efficaci”. Ne sanno qualcosa gli operai costretti a salire su torri altissime o a rintanarsi nel profondo delle miniere, per far arrivare il loro messaggio ai media. La necessità di drammatizzare è legata direttamente alla necessità/volontà dei media di forare la saturazione d’informazione attraverso la spettacolarizzazione dell’evento. Anche qui, tornano quei congegni a “spirale” che caratterizzano il mondo mediatico e, attraverso esso, quello reale di cui parlavo, due settimane fa, nella prima parte di questo articolo. Tale meccanismo subisce un effetto moltiplicativo proprio per quei mezzi di comunicazione elettronici (in particolare la televisione) che, come ha affermato l’allievo di McLuhan, De Kerckhove non hanno bisogno di particolare istruzione per la loro fruizione. Se ciò è vero, per cercare di contrastarne gli effetti più devastanti, è necessario, allora, attivare un duplice processo: quello di una “alfabetizzazione” generale e quello di una ricerca di come, tecnicamente e culturalmente, i nuovi mezzi di comunicazione di massa possano essere reinterpretati (portandoli alle loro massime conseguenze sul terreno della moltiplicazione dei linguaggi e dei contenuti), con un allargamento dei processi di partecipazione democratica.

È qui che i lavoratori, i professionisti, gli artisti del settore della comunicazione, che invitiamo a partecipare a questo dibattito con le loro riflessioni e proposte sulle pagine di Liberazione, possono svolgere un ruolo di rottura, sul piano culturale e politico. Occorre rifiutare gli automatismi, ridomandarsi i perchè, non dare per scontato nulla del lavoro di chi fa informazione e, soprattutto, rimettere al centro del proprio lavoro i contenuti, la voglia di trasmettere un’idea (anche se di parte), ma chiaramente ed esplicitamente, per consentire il confronto tra opinioni ed aree diverse in maniera trasparente. Non è la faziosità (quando è esplicita) il peggior danno informativo, ma l’apparente “neutralità” (del resto inesistente ed impossibile), la “scontata naturalità” di fatti e di opinioni, che tendono ad offuscare l’ideologia che sottostà ad una specifica informazione. Per fare ciò, c’è bisogno di un “ritorno” ad una capacità critica e ad una autonomia soggettiva (oltreché collettiva) in grado di lacerare, la matrice, nella quale la comunicazione elettronica è avviluppata e si autosostiene. Ne guadagnerebbero, certamente, sia la capacità e la libertà espressiva dei singoli operatori della comunicazione, sia l’intera collettività che riacquisterebbe la trasparenza degli occhiali elettronici con i quali è, più o meno, costretta ad osservare ciò che si muove ed accade nella realtà. È, in altre parole, necessario uno scarto, una rottura dell’armatura nella quale è “costretto” l’intero apparato comunicativo.

Occorre, quindi, un salto nei livelli di consapevolezza che comporta l’agire in un ambiente attraverso da una mutazione così profonda. Ma non basta. Accanto ad esso servono nuove regole democratiche. La Costituzione uscita dalla Resistenza conteneva un principio che dovrebbe caratterizzare, e forse ancora di più che nel passato, anche la nuova fase politica e democratica. Nell’art. 21, infatti, la nostra carta fondamentale recita che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Questo principio “attivo” deve essere garantito, in primo luogo, attraverso gli strumenti pubblici di comunicazione e, in secondo luogo, costruendo le concrete possibilità che ciò accada, come libera espressione della società che si auto-organizza. Da qui, probabilmente, nasce la “crisi” del ruolo del servizio pubblico nella televisione e nella radio, da una nuova geografia dei media che va costruita e dalla ridefinizione delle finalità degli spazi informativi che devono essere svincolati dai meri rapporti mercantili. Non fuori dalla realtà, ma fuori dalla totale subalternità al mercato. Potrebbe essere questa la chiave di volta sulla quale agire, per ripartire dopo una profonda crisi che ha investito l’idea e l’immagine del nostro servizio pubblico. Utilizzare, cioè, le risorse che la collettività mette a disposizione (attraverso tutte le fonti), non per “inseguire” i diktat pubblicitari ma, anzi, per indirizzare queste risorse (patrimonio collettivo come altre) verso una diversa finalità comunicativa. Anche chi è interessato a raggiungere il pubblico, con il suo messaggio pubblicitario, inizia a comprendere che il logoramento di un rapporto tra aziende, pubblicità e pubblico, è arrivato vicino ad un punto di non ritorno. Il sistema è prossimo all’implosione o alla desertificazione. Wittgenstein affermava che “il mondo è tutto ciò che accade”. Noi non possiamo accettare che il mondo e il reale si riducano alla loro rappresentazione.

 

Sergio Bellucci

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