G7 dell’informazione

Articolo per la rivista Gulliver

L’impressione è quella della fragilità. Sembra quasi che tutto lo sforzo messo in campo dai sette paesi più industrializzati del mondo e dalle loro multinazionali della comunicazione per il G7 sulla società globale dell’informazione, possa essere racchiuso in questa semplice emozione. Fragilità, innanzi a tutto, per mancanza di “certezze” di sviluppo. I sistemi dialogano con estrema difficoltà tra loro, come accade, sempre più spesso, anche alle persone. Folle di tecnici si accalcano sopra le macchine, sempre più sofisticate, complicate e, appunto, fragili. Molte volte non ne vogliono sapere di comunicare. I sistemi non sembrano compatibili se, come è accaduto durante una video-conferenza tra Bruxelles e Parigi, per ascoltare l’audio di un prodotto multimediale si è dovuto usare un piccolo microfono davanti ad una cassa acustica. Tutto questo, probabilmente, nella sede espositiva più avanzata che sia stata allestita visto che lì bisognava convincere della bontà dei sistemi i ministri dei sette paesi più avanzati.

Fragilità, babele di linguaggi e di sistemi operativi. Convergenze, linearità, compatibilità. Anche quando tutto funziona, l’immagine che la società dell’informazione dà di se stessa è quella della precarietà, della temporaneità. Immaginiamo queste tecnologie così fragili fuori dall’ambiente ovattato delle sale tecnologiche del G7, ma anche dell’ambiente domestico-borghese e l’effetto di immagini come quelle di una carovana di nomadi del deserto davanti ad un televisore interattivo-multimediale (già di per sé inquietante), diviene incomprensibile, assurda.

E’ l’idea di vita che viene definitivamente omologata all’ambito delle pareti domestiche delle case occidentali. Un altro duro colpo a quella socio-diversità che ha caratterizzato la storia umana dalle sue origini. La fine dello spazio per totale implosione, l’annichilimento del tempo come vissuto e come conquista.

Tutto ciò non significa che quella che viene chiamata la “società dell’informazione” non si svilupperà, ma che essa o potrà essere messa al servizio delle comunità umane sparse ai quattro angoli del pianeta, o sarà la forma del nuovo e forse definitivo,  dominio borghese-capitalistico. Questo dipenderà proprio dagli indirizzi che qui, nel pezzo più alto del modello di sviluppo, si riusciranno a modificare, correggere, stimolare.

Questo interrogativo, che a ben vedere nel nostro paese sembra un poco estremistico o esagerato (possiamo dire vetero?) era, invece,  il vero interrogativo che aleggiava, come accadeva ad un altro e ben più famoso spettro, nelle sale del G7, attraversando uomini di diverso orientamento e estrazione culturale. Ad esempio, l’inviato della CNN alla conferenza stampa con il Vice-presidente Al Gore, chiedeva se la società dell’informazione non somigliasse realmente al “Grande Fratello” e se questo non sia troppo targato USA; voleva sapere se e a quali accorgimenti si stava pensando per evitare che tutto ciò accadesse. O come l’inviata dell’Herald Tribune che si domandava perchè decisioni così storiche per l’avvenire del mondo (il progetto di globalizzare la cultura e la comunicazione sull’intero pianeta) venisse affrontato in una riunione del G7 e non in una sede più ampia come quella delle Nazioni Unite, visto che le implicazioni di tali scelte sarebbero ricadute su tutte le popolazioni mondiali. O, come chiedevano altri,  quali accorgimenti fossero previsti per mantenere, all’interno della società dell’informazione, quello spirito di servizio universale che fu, per la comunicazione, una conquista addirittura medioevale, riaffermando, con forza, che alcuni servizi della società dell’informazione dovranno necessariamente essere garantiti a tutti e che, se si entra nella logica eclusiva dei servizi a valore aggiunto, si intraprende un progressiva discriminazione sociale e culturale in grado di moltiplicare le diseguaglianze, invece di ridurle.

Modelli culturali, programmi, modalità di consumo dei prodotti su rete, tutto sembra dover essere piegato alla logica del modello del mercato capitalistico di questo fine millennio.

Per salvaguardare i diritti degli idiomi e delle culture di tutte le popolazioni, non basta affermare come fa l’ing. De Benedetti che è sufficiente che un prodotto comunicativo sia buono (ad esempio, un libro) e che non ha importanza quale sia la sua nazionalità perchè, in questo nuovo modello di sviluppo, occorre sancire in anticipo i vincoli che costituiscono la soglia di garanzia minima. Questo proprio per la pervasività del modello e per le caratteristiche dei prodotti.  Un autore di un paese africano o asiatico, inondato dalla comunicazione planetaria del Nord del mondo, avrà molte più difficoltà a far giungere il proprio pensiero alla sua gente di quanto impieghi un autore di New York che non conosce, e forse non conoscerà mai, la realtà sociale di quel paese nel quale giunge il suo messaggio; tutto ciò fino al punto che l’autore nazionale sarà vissuto come “provinciale”, insignificante e, anche se si mettesse sulla strada della produzione culturale vincente, quella dei paesi del G7,  avrebbe pochissime chanche di affermare il suo messaggio. Questo è verificabile con quanto è accaduto nel mercato dei mass media italiano da quando la presenza della Tv commerciale ha imposto un unico standard produttivo (qualitativo e culturale). Non è un caso che i valori di riferimento, i modelli di vita, la stratificazione culturale, ci fanno sentire più vicino un poliziesco ambientato a Los Angeles che uno girato a Bari o Milano.

E’ in gioco, quindi, il pianeta delle mille culture, delle socio-diversità, dei diritti personali e collettivi. Ad esempio, mentre nel documento finale si riafferma a gran voce il diritto delle aziende a modificare le regole in corso d’opera (cos’altro possono essere le regole flessibili, invocate per impedire alla legislazione di essere un peso sui programmi e i bilanci delle aziende, e quali certezze di diritto possono essere richiamate, d’ora in avanti, se si sancisce negli accordi internazionali che le regole le fa l’azienda che diviene leader del mercato?) nessun richiamo viene fatto al diritto dei singoli ad essere dei produttori di comunicazione (interattiva e multimediale per restare nello specifico della nuova comunicazione elettronica).

Il G7 sulla società dell’informazione si è trasformato da speranza per la costruzione di regole, trasparenti e certe, per lo sviluppo, alla lotta per il dominio, per la leadership mondiale sulla comunicazione all’interno dei sette paesi  più industrializzati, che è poi il futuro dominio globale sul resto del pianeta.

 

 

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