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22nd luglio
2010
written by admin

SKY sbarcherà sul digitale terrestre. Gratuitamente. Sia nel senso che sarà obbligato a far vedere i suoi programmi senza far pagare, sia che si presenterà all’asta pubblica per avere le frequenze necessarie e potrà averle in affidamento basandosi sulla sua forza economica e la sua capacità di acquisire programmi premium sul mercato

Come molti di noi paventavano, il passaggio al digitale si chiuderà con il rafforzamento della concentrazione delle frequenze e con un aumento dei processi di omologazione delle tipologie di contenuti disponibili. Sarà sufficiente analizzare la distribuzione del numero dei canali analogici tra soggetti per verificare il primo punto. Dieci anni fa esistevano 7 canali nazionali e 700 Tv locali. Un’articolazione del panorama che faceva dire, nel mondo, che il livello di concentrazione di 3 canali in un unico soggetto privato rappresentava una anomalia insostenibile. Al termine del passaggio del sistema al digitale esisteranno non può 3 soggetti nazionali come in precedenza (2+1 dovremmo dire in realtà per la dimensione di LA7, bensì 4 soggetti nazionali. La novità è rappresentata proprio dall’arrivo del gruppo di Rupert Murdoch nell’olimpo della televisione terreste. Il punto è che il numero dei canali a disposizione dei 4 soggetti a chiusura del processo di transizione sarà decine di canali con una totale marginalizzazione dell’emittenza locale che rischia la totale emarginazione se non la chiusura.

Potevamo utilizzare il passaggio al digitale per aumentare il pluralismo, alla fine sarà aumentata la concentrazione in poche mani della proprietà ei fondamentali canali televisivi a disposizione. Questo punto rimanda al secondo. In pochissimo tempo il modello di televisione si omologa definitivamente a quello commerciale. In questo terreno valgono solo le gestioni dei contenuti premium. Chi gestisce da una parte il Campionato di Calcio, Olimpiadi, Mondiali e Europei, e dall’altro Film, Telefilm e Fiction di prima visione conquista una centralità unica e insostituibile.

Mediaset e Sky si sfidano davanti ai tribunali per la gestione delle frequenze. Il gruppo del Premier stenta a farsi una ragione dell’esistenza di un concorrente industriale sul settore che controlla in termini monopolistici da oltre 25 anni. Non comprende che la difesa del proprio fortino non ha retto e non accetta psicologicamente il nuovo scenario. La RAI sembra non calcolare l’impatto del nuovo scenario in cui la PayTV a prezzi stracciati cambierà definitivamente il modello di consumo televisivo.

Dentro tutta questa trasformazione, c’è spazio anche per un accordo commerciale sui fil del prossimo triennio (i famosi contenuti premium. Il gruppo SKY ha acquistato ad una cifra stratosferica proprio dal gruppo Mediaset oltre 100 titoli per rimpinguare la propria offerta televisiva satellitare che avverrà proprio negli stessi periodi commerciali.

L’omologazione della moltiplicazione dei canali è servita sui nostri telecomandi.

19th luglio
2010
written by admin

Mi ricordo ancora l’aria frizzante di quegli ambienti. Era il ’77 e la sentenza della Corte Costituzionale aveva da poco liberato l’uso delle frequenze per trasmettere radio e TV. I locali dove si mettevano su “radio libere” e le prime ”TV private” sembravano emergere da una necessità di comunicazione della società che il servizio pubblico non era in grado di far esprimere. Anche su quella distinzione lessicale, le radio libere e le TV private, non abbiamo mai approfondito più di tanto, ma la differenza di investimenti necessari segnalava un gradino di accesso diverso tra i due mezzi. Una sola telecamera costava, allora, quasi quanto un piccolo appartamento.
Quelle TV rappresentavano la voglia di dire, di far vedere quello che c’era nella società e che la TV pubblica non voleva o non poteva far vedere o dire. Fu un momento di rottura, uno dei momenti di svolta della storia di questo Paese che non si è mai analizzato abbastanza. Molto di quello che diventerà l’Italia è dipeso da quel gesto di rottura, dal ruolo che le Radio e le TV, nate in quel tornante della Storia, hanno prodotto nello strappo dei processi di trasmissione del sapere, nella spaccatura dei meccanismi tradizionali di formazione e socializzazione. Alcune di quelle esperienze diventeranno, in seguito, le reti nazionali che faranno prima una lotta serrata tra loro e poi andranno a costruire il famoso “Duopolio” con la Rai.
E il resto?
In questi anni le famose “TV private” sono diventate “TV locali”. Hanno trovato una loro dimensione, un rapporto con i territori, sia in termini di informazione, sia in termini economici. Molti politici sono passati per le TV della loro città per farsi conoscere e le TV hanno funzionato un po’ come un gateway, una sorta di pre-selezione del personale politico del luogo. Questo ha fatto svolgere un grande ruolo alle TV locali e consentito di mantenere una relazione forte con le dinamiche che esistevano nei territori. L’informazione sportiva locale, inoltre, rappresentava un veicolo di relazione forte con momenti di intrattenimento importanti.
Tutto questo, però, sta morendo.
Proprio il Governo, che si è contraddistinto nell’annuncio della volontà di ridare voce e ruolo ai territori, sta producendo (e non solo nel campo dell’informazione) nuove forme di concentrazione e la morte delle articolazioni territoriali esistenti. È un allarme ingiustificato? Vediamo la situazione e proviamo a capire se è possibile fare qualcosa.
Un primo errore storico.
Il primo punto dal quale partire risale a qualche anno or sono. Il nostro Paese non era riuscito a normalizzare la sua situazione in relazione alle frequenze sulle quali trasmettere. Radio e TV continuavano (e in parte continuano) a trasmettere in una situazione di limbo. Quello che fu definito il “Far-West italiano”. Chi aveva “occupato” una frequenza si considerava “padrone” di quella frequenza e, spesso, il valore di quella occupazione era considerato sul “mercato” l’unico valore dell’emittente. La situazione di duopolio non garantiva le risorse necessarie per crescere e i piccoli dovevano restare piccoli. Un paese serio avrebbe fatto un piano di assegnazione e normalizzato il settore, riconoscendo il diritto dei singoli e quello della collettività di vedere il proprio bene (quello delle frequenze che è e resta un bene pubblico) utilizzato per gli scopi e le finalità riconosciute. Anche in quella fase sostenni che il settore dovesse fare un salto di capacità prospettica e richiedere che le frequenze fossero gestite da una sola entità pubblica, che dovesse farsi carico di garantire ai soggetti che volevano fare TV di accedere alle strutture trasmissive in base alla loro capacità di produrre Radio e TV. Chi trasmetteva da anni avrebbe dovuto veder garantito tale diritto e lo Stato avrebbe intrapreso un’opera di razionalizzazione dell’utilizzo delle frequenze.
Ma era il tempo dell’ubriacatura delle privatizzazioni. Bisognava privatizzare quello che era pubblico. Pensate quale consenso ebbe, in quella fase, la proposta di razionalizzazione delle frequenze che comportasse la soluzione di rendere pubblico ciò che era considerato “privato” (ma tutti facevano finta di non sapere che si stava parlando di occupazione di un bene che non può essere privatizzato perché è come l’aria, l’acqua, le coste, cioè un bene comune). Molti spinsero per una soluzione che, apparentemente, rafforzava la loro capacità economica aziendale. Una legge consentì di trattare la singola frequenza come un ramo d’azienda. Società che non avevano e non potevano comprare un bene come una frequenza dalla collettività (perché la legge impediva allo Stato di vendere le frequenze radiotelevisive) furono messe nelle condizioni di vendere le loro frequenze ad altri privati generando una giurisprudenza ambigua, direi all’italiana. Iniziò un grande mercato di frequenze. In quella fase, alcuni fecero affari d’oro (certo non nel fare TV, ma nella vendita di frequenze in bacini geografici interessanti) ma proprio quella scelta iniziò a definire il terreno della sconfitta strategica.
In realtà, infatti, il livello di concentrazione delle frequenze salì moltissimo in quegli anni. Ci si preparava all’assalto finale che sarebbe stato il passaggio al digitale. In tutti i paesi del mondo il passaggio al digitale è stato pensato per garantire un aumento dei soggetti imprenditoriali esistenti. Il meccanismo è stato semplice. Tu azienda televisiva oggi hai un canale analogico? Nel passaggio al digitale manterrai il tuo diritto ad avere un canale digitale. La banda di frequenza inutilizzata ritorna in capo ai legittimi proprietari (la collettività) e lo Stato distribuisce nuovi canali ai soggetti che si affacciano con progetti imprenditoriali nazionali o locali (il famoso dividendo digitale). Tutto nella regola, oserei dire “normale”, di un legislatore attento e oculato, in uno dei settori più importanti della società contemporanea.
Da noi no. Il passaggio al digitale doveva essere una nuova occasione per rafforzare i potenti e, quindi, indebolire i piccoli o impedirgli di diventare grandi. Serviva, quindi, una nuova illusione, una nuova “frontiera” da sbandierare per incanalare tutte le energie e impedire che potessero mettere in discussione il progetto di rafforzamento dei piccoli. Il colpo di teatro era già pronto: illudere che l’ennesimo mancato rispetto di una normativa europea (con il solito aggiramento interpretativo) potesse rappresentare il nuovo Eldorado per la pattuglia dei combattenti del far-west italiano. La normativa europea prevedeva (e prevede), che nei processi di liberalizzazione dei settori nei quali fosse presente una “rete”, fosse introdotta una divisione netta tra i/il soggetti/o che andava a gestire la rete e i fornitori dei servizi che sopra la rete erano veicolati. Una impostazione necessaria ad impedire che ai monopoli pubblici subentrassero monopoli privati. In men che non si dica ecco la legge Gasparri a consentire ai fornitori di contenuti di essere anche operatori di rete. Grande specchietto per le allodole quello di far illudere i soggetti piccoli di veder moltiplicare la capacità trasmissiva delle “loro” frequenze moltiplicando per 4, 5, 8 volte i canali a loro disposizione. Molti si illusero che sarebbero diventati “gestori” di frequenze (oltre che fornitori di contenuti). Così tutti insieme, invece di osteggiare una legge che avrebbe messo loro e l’intero sistema TV italiano su di un binario tecnologico morto, si ritrovarono al ballo gaspar-mediasettiano dell’illusoria abbondanza, momentanea, per tutti.
Perché? In primo luogo per i problemi di scelta tecnologica. Quando negli anni ’90 si immaginava il passaggio al digitale terrestre eravamo ben lontani dall’evoluzione che la tecnologia avrebbe preso. Molti soggetti che ragionavano già di convergenza tecnologia (ma quanti avevano capito realmente di cosa si trattava?) avevano avanzato dubbi, ma i tempi non erano maturi allora. Ma dal 2000 in poi le cose erano molto chiare. Inutile puntare sulla diffusione circolare (cioè quella televisiva o radiofonica che è un canale unidirezionale e non interattivo, tipicamente analogico) in un momento in cui la pervasività del modello TCP/IP (quello di internet) stava inghiottendo tutte le forme di comunicazione (fisse e mobili) perché consente una capacità di sfruttamento delle bande di frequenza molto maggiore e in più è interattivo. Ma certo il nuovo modello è per sua natura “aperto” perché interattivo. Rimette in gioco la capacità del cittadino di scegliersi la propria comunicazione in un campo potenzialmente infinito. Il punto è che anche gli strateghi del gruppo Mediaset avevano sbagliato tutto, facendo spendere alla loro azienda un fiume di denaro per acquisire frequenze che avrebbero rappresentato un valore aggiunto per il gruppo solo alla condizione di bloccare l’innovazione tecnologica (che nel frattempo andava inesorabilmente avanti…) facendo acquistare televisori e decoder che non sono pronti alla novità del protocollo TCP/IP. Un cuccagna per i produttori di apparecchi TV, che ammortizzavano le ricerche vecchie di anni in maniera inaspettata, e costringeranno gli italiani a cambiare nuovamente, in poco tempo, il parco dei loro televisori o restare ancorati alle trasmissioni circolari del vecchio digitale. Da questo punto di vista la lotta di questo Governo contro la diffusione della banda larga è assolutamente coerente e necessaria.
Ma torniamo alla nostre TV locali. Il loro passaggio al digitale, ben presto, si tramutava dall’Eldorado al Deserto di Yuma. E senza l’acqua necessaria all’attraversata. Due fattori convergenti erano là che attendevano al varco l’allegra (e forse spensierata?) brigata delle TV locali. Le due forche caudine rappresentate dalla numerazione dei canali digitali e dall’obbligo di riempimento dei canali con dei programmi (pena la obbligatoria restituzione delle frequenze allo Stato) stanno mettendo sul lastrico l’intero settore. Ma erano condizioni assolutamente “scontate” non solo prevedibili. Nessuno poteva illudersi che la Storia sarebbe andata a finire diversamente. Molti dei soggetti che erano sopravvissuti al duopolio per il loro posizionamento sul telecomando sui numeri che rappresentavano la vera ricchezza in termini di ascolto (l’8, il 9 e il 10-0) sono evaporati nella nuova impostazione dei canali fornita dall’Autorità dopo mesi di nuovo far-west e di lotte che stanno ancora facendo penare molti utenti che si sono visti svanire la pre-programmazione sui loro telecomandi, che vedono mutare, di giorno in giorno, la collocazione dei canali sul loro territorio, che sono sommersi da decine di nuove offerte di canali (quasi tutti dello stesso padrone).
La povera emittente locale affoga lentamente, prova ad alzare la voce, prova a dire no noi non spegniamo i canali analogici, cerca di resistere ma sembra non avere più il radicamento necessario a restare in campo. Siamo alla fine di una esperienza? Il Governo del federalismo fiscale avrà seppellito l’unico che esisteva da anni, quello informativo? Può darsi. Anzi, pare inevitabile se non si tira fuori dal cilindro una idea nuova, una mossa del cavallo. Certo bisogna cambiare strategia. Smettere di sperare che un semplice accomodamento possa produrre una novità in grado di invertire la tendenza.
E qui vorrei avanzare la mia proposta.
Le radio libere e le TV private svolsero un ruolo che nessuna industria di media avrebbe potuto svolgere. Aprirono le porte alla possibilità che la società parlasse direttamente, senza le vecchie mediazioni e inventandone di nuove. Nuovi linguaggi, nuovi personaggi attraversarono la società italiana e costruirono un nesso, una trama qualitativamente diversa. Oggi sappiamo che le TV non rappresentano più tale portata di novità, di innovazione. In larga misura sono divenute tasselli di un’industria planetaria che omologa linguaggi perché necessità di una omologazione di consumi. Produce target, consumatori invece che cittadini. Su quel versante per le TV locali non c’è più spazio. Non ci sono risorse, non ci sono speranze. Quelli che si illudono vedranno sfiorire le loro illusioni, anzi lo stanno già vedendo.
Allora bisogna smarcarsi, fare un dribbling.
La vera novità sarebbe reinterpretare la loro storia e tornare a svolgere il loro ruolo originario, appoggiandosi alla portentosa presa di parola che le tecniche digitali hanno già prodotto nella società. Una presa di parola che sta mettendo in crisi la stessa industria televisiva planetaria, sia in termini di sottrazione di fruitori, sia in quelli di rimodulazione delle risorse strutturali come l’advertising e i canali di produzione/fruizione, per non parlare della grande rivoluzione delle forme del diritto d’autore. Una rottura per produrre una riconnessione. O meglio una riconnessione per produrre una rottura. Allora le emittenti locali potrebbero tornare a far parlare di loro, essere soggetti che “mediano” perché offrono una selezione ragionata oltre che un luogo di incontro tecnologico. Riaprono le porte ad una riconnessione con la realtà che hanno intorno a loro, svolgono una funzione e tornano ad essere soggetti vitali dei e nei loro territori.
Per far ciò devono scegliere di intraprendere una nuova/vecchia strada, diventare i più feroci critici degli assetti usciti con la legge Gasparri, pretendere la rottura dei monopoli esistenti, chiedere a gran voce una riforma di sistema che li veda al centro e restituisca valore al ruolo dell’informazione che si produce da e nel territorio. Sono convinto che le stanze e gli studi televisivi si riempirebbero di nuovo, nel senso di novità e in quello dove il tempo delle televendite lascerebbe spazio a quello della televisione di domani.

18th luglio
2010
written by admin

La crisi economica ha riportato al centro della scena Karl Marx. Tanto che in alcuni recenti volumi la sua analisi è usata per capire il perché la privatizzazione del sapere e il cambiamento delle università in agenzie di formazione dei lavoratori della conoscenza siano una necessità del capitalismo mondiale.
Uno stile di discussione «a un tempo spietato e di reciproca stima» caratterizza dal 1991 gli incontri annuali degli economisti e dei filosofi dell’International Symposium on Marxian Theory. Una decina dei loro interventi sono ora pubblicati dalla Città del Sole (Marx in questione, a cura di Riccardo Bellofiore e Roberto Fineschi). Sono molti gli aspetti del capitalismo che l’opera di Marx, un secolo e mezzo dopo, riesce ad interpretare con insuperato rigore: perfino la grande stampa, a proposito della crisi, ha dovuto riconoscerlo. E questo volume ne è un’ulteriore conferma. La logica capitalistica della «produzione snella» per esempio, era già analizzata nel secondo volume del Capitale, come ha mostrato nel suo intervento Tony Smith. E l’inseparabilità della teoria marxiana del valore dal suo versante monetario, esposta da Riccardo Bellofiore, può interpretare i più intimi meccanismi dell’attuale modo di produzione. Questo volume insomma mostra quanto la teoria marxiana sia rilevante anche per l’analisi delle più recenti trasformazioni del modo di produrre.
Il feticismo della scienza
Nel libro infatti si affronta anche la questione dei «lavoratori della conoscenza», decisiva per la comprensione di queste trasformazioni. Tony Smith ne espone due versioni. Da un lato l’interpretazione mainstream: molti teorici dell’impresa e molti scienziati sociali – si cita Womack e Tapscott-Caston – sostengono che il potenziamento delle capacità (empowerment) della forza-lavoro e la creazione di «lavoratori della conoscenza» pluriqualificati, trascendano le caratteristiche alienanti delle precedenti attività lavorative. Dall’altro lato invece lo stesso Tony Smith sostiene che anche i «lavoratori della conoscenza» possano essere considerati nei termini del primo volume del Capitale: ritiene cioè che la coercizione strutturale, lo sfruttamento e la sussunzione reale del lavoro sotto la forza aliena del capitale continuino a caratterizzare le relazioni tra capitale e lavoro. Qui di seguito si vorrebbe sostenere e argomentare questo secondo punto di vista, anche a proposito di due interventi di Franco Berardi Bifo e di Marcello Cini e Sergio Bellucci apparsi di recente su questo giornale (il manifesto 27 marzo e 18 aprile).
Per fondare materialisticamente un’analisi della produzione oggi è essenziale la critica del pensiero reificato e matematizzato condotta dalla filosofia del Novecento. La prima critica dell’economia della conoscenza infatti può essere considerata quella di György Lukács che nel 1923, in Storia e coscienza di classe, scrive che «la scienza è un istituto del mondo borghese»: sostiene cioè che la reificazione prodotta dalla scienza coincide con la reificazione prodotta dal capitalismo. In quest’opera, per la prima volta, sono legate insieme due linee di pensiero assai diverse: da un lato la critica dell’intelletto e della scienza, fino ad allora considerata soltanto irrazionalismo spiritualistico; dall’altro l’analisi della reificazione o feticismo condotta da Marx nel Capitale, fino ad allora totalmente ignorata anche dagli interpreti marxisti. Dunque questo libro che avrebbe poi dato l’avvio al «marxismo occidentale» e influenzato lo stesso Martin Heidegger, utilizza per la prima volta l’opera di Marx per l’analisi delle trasformazioni produttive che si stavano preparando. Anche secondo Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, che scrivono nel 1942 prima del primo calcolatore, il pensiero matematizzato si reifica in un processo automatico che si svolge per conto proprio, gareggiando con la macchina che esso stesso produce per farsi finalmente sostituire. Questo pensiero, che si è ora definitivamente cristallizzato in un apparato materiale, ha quindi una lunga storia. Le tecnologie realizzate nella Silicon Valley infatti non vanno considerate come un inizio, à la Manuel Castells, ma come l’ultimo atto, l’entelechia della razionalità occidentale: la cui critica era dunque ben altro che una «reazione idealistica», come affermarono i custodi del sapere scientifico. Perché è diventato oggi praticamente vero che il pensiero messo a punto dalla critica kantiana come dispositivo contro il dogmatismo, invece di elevare alla maggiorità i suoi addetti (come aveva annunciato e come i kantiani del «popolo della rete» ancora si aspettano), si è reificato, matematizzato, «motorizzato» e con l’«organizzazione cibernetico-tecnica della scienza» li ha condannati alla minorità, li ha costretti al dogmatismo. Perché il lavoratore mentale trova ora un sapere già formato, il suo contenuto è sottratto alla sua esperienza, non può più indagare il modo in cui si forma.
Gli algoritmi del dogmatismo
Il procedimento matematico, che trasforma la cosa in pensiero e il pensiero in cosa, gli si contrappone ormai irrimediabilmente come utensile universale per la fabbricazione di conoscenze, come condizione oggettiva materiale della produzione, come una macchina capitalistica che ha reso obsoleto e inaffidabile il cervello umano. La sua esperienza non può più in nessun modo né guidare né controllare questi algoritmi che trascendono il suo mondo sensibile, che vengono «non si sa da dove, e sul credito di principi di cui non conosce l’origine»: per questo il pensiero reificato condanna il lavoro mentale alla minorità, al dogmatismo che non è più come prima solo un’affezione dello spirito ma è diventato una condizione materiale alla quale non è possibile sottrarsi. (A questo proposito si veda l’intervento di Tonino Perna sulla «dittatura dell’ignoranza», Carta del 4 giugno).
Questa condizione materiale è stata variamente interpretata. C’è una definizione lapidaria del processo storico che ha portato alle trasformazioni del modo di produrre: secondo Heidegger «l’uomo che pensa ha perso il centro». In realtà ha perso valore d’uso, e quindi valore di scambio, perché il passaggio dal non sapere al sapere non è più un problema critico. Con l’«organizzazione cibernetico-tecnica della scienza» infatti il sapere è diventato un algoritmo, si è reificato, si è autonomizzato, si è separato dall’«uomo che pensa», gli si è contrapposto come «ratio estraniata», come mezzo di produzione e prodotto di un nuovo capitale che lo ha ridotto a lavoro mentale salariato (sarà questo l’argomento di Das Cyberkapital, una raccolta di saggi in preparazione).
Un cybercapitale dunque che ha fatto delle conoscenze i nuovi valori d’uso, depositari come prima dei valori di scambio, che ne ha fatto la merce più diffusa – dalle informazioni minute alla ratio calcolante – il settore con più investimenti (dal 1992 negli Usa). Un cybercapitale che è passato dalla «macchina per filare senza dita» alla macchina per pensare senza cervello, che dunque possiede la macchina dalla quale ha preso l’avvio la produzione capitalistica di conoscenze, che sono diventate la nuova ricchezza sociale, la nuova comunità che i knowledge workers cercano di far propria e dalla quale invece «vengono ingoiati». Per questo, come sostiene Tony Smith, i «lavoratori della conoscenza» possono essere considerati nei termini del primo volume del Capitale.
Il calcolo cibernetico
Chi vede solo le cose prodotte non si accorge che questo capitale, a parte qualche supercreativo addestrato dalle corporation per produrre «nuove» conoscenze, ha invece prodotto la gran massa dei lavoratori mentali addetti alle macchine informatiche che «ri-producono» infinite volte conoscenze di cui non sanno e non debbono sapere nulla, ne rovinerebbero l’operatività, sarebbero un «fattore di disturbo nel calcolo cibernetico». Per loro è più che sufficiente un diploma al quale il sistema d’istruzione si è già da tempo adeguato con la riduzione di ogni ordine e grado a un’enorme scuola di avviamento al lavoro.
La privatizzazione del sapere non è stato l’esito di un errore dei ministri ma un tentativo di razionalizzazione capitalistica. È infatti antieconomico produrre nelle università statali «nuove» conoscenze che le corporation vendono sul mercato mondiale. Un cybercapitale dunque che oggettiva nelle macchine ogni competenza dei lavoratori mentali, che ne assorbe ogni virtuosità con un processo ininterrotto e con una rapidità senza precedenti, riducendoli alla precarietà, alla delocalizzazione, alla concorrenza mondiale tra lavoratori.
Non sono però di questo avviso da un lato quei marxisti «ortodossi» che considerano la produzione di conoscenze un’attività parassitaria dei paesi imperialisti; d’altro lato quegli autori nei quali sembra riaffiorare l’interpretazione mainstream riferita da Tony Smith, perché pensano che i knowledge workers posseggano qualità e competenze non oggettivabili nelle macchine e non misurabili col tempo di lavoro. Come ad esempio (ma si invoca «reciproca stima») negli interventi di Berardi Bifo e di Cini-Bellucci, ma anche nelle tesi dei teorici della moltitudine e in quanti nel «popolo della rete» considerano il cervello umano, cioè la facoltà di pensare e di parlare, come la vera macchina che produce conoscenze, segni. Questo significa che considerano «l’organizzazione cibernetico-tecnica della scienza» come uno strumento a disposizione di intellettuali ancora autonomi proprietari del proprio lavoro, cioè come un mezzo di libera condivisione di informazioni, come uno spazio di cooperazione produttiva extraeconomica, insomma come possibilità di liberazione. Dunque non come una macchina che dequalifica i suoi addetti, ma come uno strumento che ne richiede la virtuosità. Quindi ritengono che il capitale, rimasto senza macchine, perciò senza più alcuna funzione nella produzione, senza più legge del valore per regolare il mercato del lavoro, sia ridotto a puro dominio, un parassita che sopravvive con la sopraffazione e la violenza.
La proprietà dell’intelletto
La situazione però potrebbe essere anche peggiore se «l’organizzazione cibernetico-tecnica della scienza» non fosse lo strumento di liberazione da contrapporre al capitale dimezzato descritto da Bifo e Cini, ma al contrario fosse, come qui si sostiene, un mezzo di produzione irrecuperabile, saldamente in mano a una nuova forma di capitale. Ha scritto Dan Schiller – Capitalismo digitale (Egea), How to Think About Information (University of Illinois Press) -, documentando la lunga alleanza tra governi e corporation, che Internet è stato fin dall’inizio il mezzo principale a disposizione del capitalismo per far penetrare dappertutto la legge del mercato. I mezzi di comunicazione, scriveva Marx nel 1848, se facilitano l’unione dei lavoratori, sono però creati dai capitalisti per i loro scopi, riducono le differenze del lavoro e deprimono il salario quasi ovunque a uno stesso basso livello.
Questo sapere estraneo, altro, reificato, è diventato proprietà altrui, la proprietà del capitalista, il suo mezzo di produzione. Non sarà facile espropriarlo: messo a punto per estorcere plusvalore, questo sapere non è più riappropriabile con la riforma Gentile, come invece ancora vorrebbe qualche marxista «ortodosso», e nemmeno con Internet, come ha sperato il «popolo della rete» (sulla «retorica» del Web 2.0, «un impasto di determinismo tecnologico e libertarismo velleitario», il rinvio è a Cybersoviet di Carlo Formenti, Raffaello Cortina Editore, e al testo di Jaron Lanier You are not a gadget, Random House).
Questo sapere insomma è «un istituto del mondo borghese» e riprodurrebbe, come è già successo, «coazione e gerarchia». Proprio questo però potrebbe essere un indizio per il superamento dell’attuale forma dei rapporti di produzione, un’indicazione per il «che fare».

18th luglio
2010
written by admin
18th luglio
2010
written by admin

Caro Alfonso,

ho ascoltato con molta attenzione, come faccio sempre, il tuo intervento al Comitato Nazionale di sabato scorso. Sai che stimo da molto il tuo pervicace percorso che prova ad indicare alla sinistra una prospettiva di uscita dalla sua crisi. “Un’uscita da sinistra” come dicemmo in Rifondazione, pensando ad un esisto di cambiamento profondo della sua struttura e delle sue pratiche, in grado di ridefinire anche le finalità necessarie alla società contemporanea. Ma anche (e non nel senso veltroniano ovviamente…) provare ad interdire e sterilizzare una critica che già montava dentro quel partito, insofferente alle proposte di innovazione che andavamo proponendo e sperimentando, insofferenza sulla quale si lavorava già per modificare gli equilibri interni puntando su un consolidato e stratificato metodo di battaglia politica.

Sappiamo entrambi che a sinistra è difficile parlare o declinare la parola cambiamento. Può sembrare un paradosso, per uno schieramento che si richiama alla necessità della trasformazione della società, e questa diffidenza ha radici profonde. Dai tempi dello scontro tra Kautsky e Bernstein in poi, la discussione ha sempre assunto i toni del “tradimento”. Questo meccanismo ha impedito il dispiegarsi, sia di un dibattito in grado di comprendere le novità della società che si trasformava, sia una modalità di risoluzione di molti dibattiti interni alle organizzazioni della sinistra. So che condividi lo spirito di tale schematica ricostruzione (che non è il centro di questa mia lettera) e che apprezzi, ad esempio, la discontinuità assoluta del salto leniniano che, in realtà, non era il ripristino della ortodossia di un pensiero (quello di Marx) ma che fu divulgata come tale per rafforzare la propria capacità di lotta interna (e produrre il famigerato trattino…). Che assurdo legare due pensatori attraverso un trattino, ma tale innovazione era frutto della stretta egemonia del modello meccanicistico che innervava la conoscenza umana di quei tempi.

Ortodossia o opportunismo, rivoluzione o riforme. Come tante altre coppie possibili a declinare le differenti ipotesi politiche o aggettivare l’altro da sé per esorcizzare le ragioni che non si condividono ma di cui ci si preoccupa che convincano, possono ancora oggi essere messe in campo, ma ora sembrano non produrre i guasti del passato. Perché?

Qui, dopo la piccola premessa, c’è il nodo di questa mia. Nel tuo intervento hai sostanzialmente condiviso lo schema dell’impianto che Vendola ci ha proposto per svolgere il prossimo congresso di SEL. Hai, però, voluto sottolineare il tuo disaccordo con il giudizio duro verso il ‘900 che esso contiene. “Le macerie del Novecento” dice il documento. Il tuo disappunto, scusa la sintesi estrema del tuo ragionamento, risiede nella paura di seppellire (sotto le macerie del secolo breve) la grande novità della Storia di quel secolo: la discesa in campo delle masse, la soggettività collettiva come elemento di emancipazione, di “scalata al cielo”.

Nel sentirti dire queste cose ho avuto subito un sussulto e poi è affiorata una sensazione spiacevole. Come una divaricazione interna che lacerava le mie emozioni. Strana percezione poiché dal punto di vista teorico non ho nulla da obiettare e, allora, ho cominciato a scavare in me per comprendere cosa avesse generato quelle profonda sensazione. Sono tornato a casa e, complice la calura, non sono riuscito a sciogliere il nodo. Poi stamani la cosa mi è sembrata più chiara.

Nessuno di noi in quella sala, probabilmente, pensa che “l’ascesa in campo” di masse immense alla ribalta della Storia fosse da archiviare come una maceria. Il percorso di tutte le culture presenti all’interno del processo di costruzione di SEL mi sembra che possa coincidere con l’idea che la politica risieda nella attivazione delle soggettività che la Storia aveva relegato al rango di oggetto o di semplice masse di manovra dei nuovi destini delle nazioni che emergevano dalle nuove esigenze dei mercati capitalistici nazionali.

So anche che è necessario sviscerare, analizzare, comprendere tale affermazione, utilizzare occhiali nuovi per leggere la complessità della realtà. Spesso siamo inclini a valutare ciò che accade per ciò che facciamo o ciò che non facciamo. Talvolta questo difetto di miopia ci impedisce di vedere come anche altre parti, altre logiche, altre idee contribuiscono alla costruzione di processi che la nostra spinta ha iniziato a produrre. Ad esempio proprio sul tema della “ascesa” delle masse nell’olimpo della Storia esistono fattori co-produttori del fenomeno, fattori che hanno avuto (e hanno) interessi differenziati e divergenti (rispetto ai nostri e tra loro) e che hanno avuto esiti anche nefasti. Non mi riferisco ovviamente alle esperienze come quella del nazi-fascismo (evidenti e largamente affrontati dalla pubblicistica politica) ma a quelli, per me più importanti e “strutturali”, di impostazione braudeliana, come quelli relativi al consumo, alle logiche di marketing (cioè alla capacità di “costruzione del consumatore” per dirla con le parole di Drucker, cioè della costruzione della vita materiale e delle aspirazioni degli individui), alla nascita dell’industria di costruzione del senso, apparentemente “esterni” alla logica produttiva, se essa viene “letta” con lo schema meccanico dell’economia classica (che molti continuano a definire come “reale”) contrapposta a quella che molti chiamano economia della conoscenza (e che molti definiscono come immateriale intendendo, velatamente, come inconsistente o irrealistica). Le masse sono state attivate da più parti, con modalità diverse e finalità talvolta contrapposte. E noi ci siamo spesso accontentati della nostra “voglia”, della nostra idea di attivazione e siamo rimasti ciechi di fronte alle altre attivazioni, agli altri “lieviti” attivati nei corpi sociali e che hanno prodotto trasformazioni che spesso non abbiamo visto o sottovalutato.

Se del Novecento dobbiamo salvare l’ascesa in campo delle masse (e io sono d’accordo con te) dobbiamo avere il coraggio di analizzare questa cosa nella sua complessità, abbandonando schemi meccanicistici e autoreferenziali, provare ad assumere letture complesse che corrispondono alla complessità della realtà e, di conseguenza, azioni complesse come forma e contenuti della politica. So che non banalizzerai e comprenderai che il tema della complessità ci impone un ripensamento paradigmatico del nostro essere e agire. E so anche che condividi il giudizio che “la sinistra non possa restare un gradino sotto il livello delle conoscenze della scienza e delle acquisizioni della tecnica”. Un grande pensatore come Adorno che, talvolta, ho sentito citare da te, ci allertava rispetto a questa necessità. Una necessità implicita, per me, nelle parole di Vendola quando dice che “noi non siamo la soluzione, ma un pezzo della crisi della sinistra” che la storia ci consegna dopo la fine del Novecento. Se vedo un problema (non nei nostri equilibri interni tra componenti, aree o linee, ma tra quello che siamo e ciò che dovremmo essere) è nel coraggio dell’innovazione o, se vuoi, nella coerenza tra ciò che spesso ci diciamo in alcune riunioni e le nostre capacità di costruzione di una organizzazione e di una “linea politica” coerenti con gli spezzoni di tali analisi (per non parlare delle pratiche di vita interna o dei nostri comportamenti nei periodi elettorali). Distanze siderali che producono distanze sconfinate con la realtà e incrinano la nostra credibilità. Sono d’accordo con Vendola quando ci invita a misurare il tasso di berlusconismo che è in noi e non solo a livello individuale, ma in senso strutturale, nella struttura genetica di questa forma del fare politica (certamente incentivata dallo schema bipolare e dalle ipotesi semplificatorie bipartitiche).

Non solo.

Quella paura che mi era salita, dalle viscere allo stomaco, era figlia proprio di quella vecchia preoccupazione di evitare l’accusa di “tradimento” nel momento in cui si doveva produrre l’innovazione necessaria a mantenere vive le speranze di emancipazione, di produzione di autogoverno, di una trasformazione profonda negli equilibri di potere tra le classi. Tale preoccupazione era stata introiettata fino al DNA del popolo della sinistra italiana, ai tempi del confronto tra comunismo e socialdemocrazia nel secondo dopoguerra e “resuscitato” alla fine del PCI. La divisione prodotta in quel tempo (ampiamente alimentata soprattutto da alcune correnti di Rifondazione che hanno nutrito lo schema del tradimento non solo all’esterno del partito ma anche all’interno, come abbiamo tutti sperimentato nell’ultimo congresso di quel partito) spero non riemerga oggi tra di noi. So che dobbiamo rispondere, con questo salto, teorico e pratico, alla diffusa convinzione che la crisi della sinistra nel nostro paese sia figlia o di tradimenti del gruppo dirigente o della loro incapacità soggettiva. Se fosse così banale non assisteremmo alla crisi europea e planetaria della nostra sinistra e la soluzione sarebbe la sostituzione di un gruppo dirigente al comando con uno più “ortodosso”, saldo e/o “puro”. Questo, naturalmente, non ci assolve dagli errori commessi e dalle incapacità soggettive. Come pure non ci assolve da comportamenti da “casta” che qua o là sono emersi o che rimangono al nostro interno, ma che non sono la causa del problema, a mio avviso, ma solo l’effetto dell’incapacità di aderire alla realtà del nuovo quadro del conflitto necessario e la modalità di un ripiegamento personale, di un rifugio rispetto alla percezione di impotenza di fronte alla immensità delle forze contrarie in campo.

Ma allora perché il documento contiene tale affermazione?

Non credo che il documento voglia contenere frasi liquidatorie e consegnare alla prospettiva politica di SEL (e della sinistra) la scelta dell’amministrazione buona dell’esistente. Non solo non è questo il cammino individuale di tutti noi, ma sono le contingenze economiche, politiche e sociali che ci impediscono di arrivare all’approdo blairiano fuori tempo massimo. Allora perché dire che dobbiamo archiviare il Novecento? Dobbiamo abdicare alla ipotesi che le persone, gli individui possano autogovernarsi? Che il potere diventi esplicito, trasparente e, quindi, comprensibile e perciò modificabile? Dobbiamo rinunciare ad un mondo che abbia la consapevolezza di ciò che fa, che sappia comprendere che la crisi che stiamo vivendo punta allo smantellamento dello stato sociale dove era stato conquistato e rischia di portare a pulsioni autoritarie o addirittura ad una guerra planetaria oggi impensabile? Le pulsioni di quello che penso sia il leghismo mondiale dilagano attraverso una semplificazione potente: di fronte ai processi aperti dalla globalizzazione la salvezza può trovarsi solo nella difesa del territorio. Il punto è che proprio il territorio è stato s/travolto dalla globalizzazione che ha reso il mondo un solo grande mercato, travolgendo tutti gli equilibri novecenteschi (quelli produttivi, quelli sociali e quelli istituzionali), iniziando a produrre istituzioni, politica e società necessari al suo modello. Ma noi sappiamo leggerlo? Sappiamo intravedere gli esiti di tale processo che, in fedeltà alla inconoscibilità dei fenomeni complessi, non è possibile prevedere perché ancora non scritto come esito scontato e definitivo?

Ciò che mi sembra necessario, oggi come in ogni momento di grande trasformazione della Storia, è la capacità anticipatoria, perché tale capacità ci può consentire delle mosse che sono in grado di condizionare gli esiti non prevedibili e perché l’anticipazione è in grado di sciogliere tale complessità in un racconto socializzabile, comunicabile e, quindi, in grado di produrre movimenti e lotta politica. Per questo è importante Pomigliano, pur nella sconfitta che farà lavorare e produrre gli operai di quello stabilimento alle condizioni che la Fiat globalizzata ha imposto. Per far ciò dobbiamo proprio affermare, come facciamo nel documento, che dobbiamo lasciarci alle spalle le macerie del Novecento?

Non so dirti in altre parti del pianeta, ma qui, nella vecchia Europa, mi sembra che la consunzione delle parole abbia raggiunto limiti impensabili e, appunto, indicibili. Paradossalmente per mantenere fedeltà alle idee e alle ispirazioni di liberazione (diverse e non coincidenti) delle donne e degli uomini di oggi dobbiamo produrre discontinuità, prospettare nuovi orizzonti, declinare nuove formule e ascoltare le ispirazioni che si muovono nel profondo della nostra gente.

Quello che rimane del Novecento è appunto l’ascesa. Diciamo insieme che il passato non solo non si cancella, ma che ci ha costruito come siamo, aprendoci alle possibilità di come potremmo essere domani, sapendo come scegliamo di essere oggi. Che le idee di libertà non sono assolute come ogni cosa, non solo umana. Sappiamo oggi che le stesse leggi della fisica, quelle che a scuola ci dicevano immutabili, hanno subito processi di evoluzione e, sicuramente, ne subiranno in futuro. La libertà di cui la donna e l’uomo di oggi hanno bisogno ora è più larga e più intensa di quella immaginata da mio padre e pensata, ancora oggi, da mia madre, che era già oltre quella che immaginavano possibile le mie nonne e i miei nonni. È una libertà che si fa condivisione con i destini di tutto il vivente e dello stesso pianeta, che vive di responsabilità e consapevolezza dell’agire autogovernato. Proprio come alcuni di noi pensavano la città futura.

Passiamo dal regno della quantità a quello della qualità. Altrimenti la stessa quantità non potrà più essere garantita e le lotte per accaparrarsi il residuo disponibile travolgeranno le civiltà umane.

Con stima profonda

22nd giugno
2010
written by admin
Presentazione del libro di cini e Bellucci "Lo spettro del ... Aprile Online Cini e Sergio Bellucci "Lo spettro del capitale. Per una critica dell'economia della conoscenza (Codice ed., 2009). Il libro prova a rispondere a una serie ...
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20th maggio
2009
written by admin

Appello Elezioni Europee 2009.

La scadenza elettorale delle Europee del 2009 rappresenta un vero banco di prova della capacità della sinistra di misurarsi con le trasformazioni delle nostre società contemporanee.
Il mondo sta cambiando ad una velocità progressiva e la capacità di trasformazione riesce ad inglobare, digerire e ri-contestualizzare anche la più grande crisi sistemica che il capitalismo ha prodotto nella sua storia.

(continua…)

23rd febbraio
2009
written by admin

Innovare la Sinistra, avviare il nuovo millennio

Cosa vuol dire, oggi, trovare una sintesi tra libertà e uguaglianza? Cosa significa, in quella che viene definita società dell’informazione essere sinistra?
Net Left nasce per problematizzare queste domande, per definire il perimetro di una nuova sintesi tra le condizioni materiali di chi, tutti i giorni, costruisce innovazione e comunicazione perseguendo un’idea di uguaglianza che spinge tante e tanti a costruire un altro mondo possibile.
Nel nostro Paese la categoria della modernità è sempre stata alibi di politiche moderate e regressive: essere moderni ha significato giustificare la precarizzazione della vita di milioni di cittadini, i licenziamenti di massa, le delocalizzazioni, dare libero sfogo alle pulsioni profonde del capitalismo, assumendo l’ideologia liberista come unico terreno possibile dell’agire politico.
Ma la modernità ha significato anche nuovi modelli di agire collettivo, nuove domande di partecipazione e protagonismo, nuovi strumenti di fare politica.
Dalla rete internet ai nuovi strumenti di comunicazione abbiamo assistito e assistiamo tuttora anche ad una rivoluzione democratica. E questo è avvenuto nonostante la politica, purtroppo.

(continua…)

29th agosto
2005
written by admin

sabato 27 agosto

ore 20,00 Saluto di apertura

Gino Sperandio segretario reg. PRC

Roberto del Bello consigliere PRC Provincia Venezia

Sebastiano Bonzio consigliere PRC Comune Venezia

ore 21.15 reggae – dub con DUBOOM

ore 23.00 Jazz sul Canal Grande

Domenica 28 Agosto

ore 18,30 Presentazione del Rapporto sui Diritti Globali 2005

del Forum Ambientalista, CGIL, ARCI, Antigone, Legambiente, Coordinamento nazionale comunità di accoglienza

Sergio Segio curatore del Rapporto

Ciro Pesacane coordinatore naz.Forum Ambientalista

Alessandro Sabiucciu assessore prov. Lavoro

Achille Passoni responsabile welfare segr. naz. CGIL

ore 21.15 pop rock con SPANISH BOMBS

ore 23.00 Jazz sul Canal Grande

Lunedì 29 Agosto

ore 18,30 Matrimoni e gaie famiglie:coppie dello stesso sesso e genitorialità     omosessuale

Giovanni dell’Orto direttore Pride

Daniela Danna scrittrice

Piergiorgio Paterlini scrittore

Titti De Simone deputata PRC

ore 21.15 canzoni popolari rivisitate con MAURO SABBIONE

ore 23.00 Jazz sul Canal Grande

Martedì 30 Agosto

ore 18,30    Precarietà e reddito di cittadinanza

Pietrangelo Pettenò presidente gruppo PRC Regione Veneto

Michele De Palma coordinatore naz. Giovani Comunisti

Gigi Roggero scrittore

Esponente della Rete lombarda per il reddito

Sebastiano Bonzio consigliere PRC Comune Venezia

ore 21.15 combat – rap con ASSALTI FRONTALI

ore 23.00 Jazz sul Canal Grande

Mercoledì 31Agosto

Ore 18,30 Euro regione e sinistra europea

Mirko Messner Partito comunista  austriaco

Kristian Franzil consigliere PRC Regione Friuli Venezia Giulia

Vladimir Kapuralin Partito socialista operaio Croazia

Igor Canciani capogruppo PRC Regione Friuli Venezia Giulia

Pietrangelo Pettenò presidente gruppo PRC Regione Veneto

Elio Bonfanti Alternativa Europa Trento Sudtirolo

Renato Cardazzo  PRC Veneto

ore 21.15 combat- ska con BANDA BASSOTTI

ore 23.00 Jazz sul Canal Grande

Giovedì 1 Settembre

Ore 18,30 “ E-Work” l’impatto delle tecnologie digitali sulla vita umana a partire dalla condizione del lavoro – le nuove forme della comunicazione

Sergio Bellucci responsabile PRC comunicazione e tecnologie avanzate

Antonino Mola PRC Venezia

Laura Di Lucia Coletti Media Watch Italia e consigliere Provincia Venezia

ore 21.15 canzoni di lotta rivisitate con LES ANARCHISTES

ore 23.00 Jazz sul Canal Grande

Venerdì 2 Settembre

ore 18,30 “Amici come prima” si discute di mafia e di mafie con

Francesco Forgiane consigliere PRC Regione Sicilia

Felice Casson consigliere Comune Venezia

Tano Grasso giornalista e responsabile della Rete naz. contro il racket

Maurizio Dianese giornalista

ore 21.15 reggae con RADICI NEL CEMENTO

ore 23.00 Jazz sul Canal Grande

Sabato 3 Settembre

ore 18,30 Una legge per i Beni Comuni

Roberto Musacchio europarlametare PRC

Patrizia Sentinelli segreteria naz. PRC

Emilio Molinari Comitato mondiale per l’acqua

Monica Sgherri consigliera PRC Regione Toscana

Michela Vitturi PRC Venezia

ore 21.15 dance – hall SOUL EARTHQUAKE SHOWCASE

(mighty cez + principe 23°+ esa + marra + gialloman)

ore 23.00 Jazz sul Canal Grande

Domenica 4 Settembre

ore 20,00 Prospettive della sinistra in Italia ed in Europa tra riformismo e radicalità

Pietro Folena deputato indipendente PRC

Paolo Cacciari Prc Venezia

Sergio Chiloiro segretario gen. camera lavoro metropolitana CGIL Venezia

Gigi Sullo giornalista

ore 22.00 estrazione sottoscrizione a premi

ore 22.15 rock ’n’ roll con B-WOPS

28th luglio
2002
written by admin

Dalla meccanica sociale alla termodinamica del collettivo. 1

Dalla meccanica sociale alla termodinamica del collettivo. 2

Medium, funzioni sociali superiori e multimedialità. 4

La politica nell’era della rivoluzione digitale. 5

L’ubiquità tecnologica del digitale. 5

Senso e mediazione sociale. 6

La divergenza multimediale: dai mass media al caos media. 7

Realtà disponibile e ipertestualità. 8

La surmodernità e il rilancio della politica. 9

È stato quando ho capito questo che ho cominciato a brandire il telecomando non più verso il video, ma fuori dalla finestra, sulla città, le sue luci le insegne al neon, le facciate dei grattacieli, i pinnacoli sui tetti, i tralicci delle gru dal  lungo becco di ferro, le nuvole.

Italo Calvino, L’ultimo canale.

Gli anni che abbiamo alle spalle sono segnati dall’affermarsi della deflagrazione delle dimensioni sociali novecentesche. Come in ogni cambiamento, ciò che si produce è una trasformazione frutto dei processi dai quali si è generata. Ogni componente emersa da questa esplosione produce una massa gravitazionale che si configura come un nuovo centro, come un nuovo polo aggregativo, in grado di produrre una capacità attrattiva. Mille centri gravitazionali si consolidano in strutture infinitesimali rispetto a quelle delle società di massa, ma in grado di produrre un proprio “senso”, figlio della capacità descrittiva agibile attraverso le nuove strutture comunicative esistenti. Componenti con una determinata massa sono, al tempo stesso, strutture in grado di attrarre e luoghi attraversati da tensioni disgreganti, figlie delle stesse linee di forza prodotte dall’esplosione e di nuove forme di adattamento. Per la prima volta nella storia del genere umano, tali trasformazioni avvengono su una scala talmente grande e in presenza di una ubiquità informativa tale,  da far perdere la capacità descrittiva, di impedire la capacità di sintesi. I singoli processi sono percepiti, in questo quadro, sempre più come oggettivi e le forze che dominano la loro evoluzione si avvolgono di un manto di naturalità che oscura il loro vero senso di classe e la trascendenza storica. La nuova difficoltà di lettura, un po’ diffusa in ogni ambito sociale, è determinata sicuramente dalle dimensioni e dal numero dei fattori in gioco. L’esplosione delle dinamiche e le conseguenti moltiplicazioni delle letture su scala planetaria, impongono ad ogni racconto sociale una limitatezza e fanno emergere, nella possibilità del racconto sociale, una debolezza percepita per mancanza di una centralità avvertita e riconoscibile come tale. Il nostro è un periodo  di trasformazione che non ha precedenti nella storia e un certo smarrimento sembra essere non un sottoprodotto, ma una delle strutture portanti delle caratteristiche della fase. Una delle difficoltà, però, deriva senz’altro dal ritardo con il quale si aggiornano gli schemi di analisi e le strutture linguistiche rispetto ai cambiamenti in atto e alle conoscenze teoriche disponibili. Per troppo tempo, infatti, le strutture e i gruppi dirigenti delle organizzazioni umane (e in particolare quelle prodotte dal movimento operaio) si sono negate letture più aggiornate e definite dei processi, per un’inerzia teorico-culturale. Tutta la produzione teorica e del pensiero prodotta dalla metà del ‘900 in poi, sembra rimasta estranea alla vita delle organizzazioni sociali e politiche, mentre produce impatti diretti (produzione di tecnologie e prodotti che cambiano la nostra quotidianità) e indiretti (sulle possibili produzioni di senso dei cambiamenti diretti) modificando la percezione di senso complessivo del saper e poter fare che l’uomo ha di sé.

Per fare un semplice parallelo di questa impasse, analogia che avrebbe certo bisogno di una più adeguata sistemazione teorica, è come se una disciplina scientifica, prendiamo ad esempio la fisica, ma potremmo utilmente parlare della biologia come della matematica, avesse deciso di ignorare, per il suo lavoro quotidiano, le nuove acquisizioni teoriche messe a disposizione dal lavoro di ricerca, in ambiti come quelli della meccanica quantistica o della termodinamica, e avesse continuato a usare gli schemi classici della meccanica ottocentesca. Il risultato di questa gigantesca negazione ha prodotto non solo la incapacità di comprensione dei nuovi fenomeni, generati da questa nuova dimensione esplosa, ma anche la costruzione di un’“immagine percepibile” un po’ stantia, un po’ retrò, sicuramente di chi non ha compreso e non è in grado di proporre un governo critico dei processi. La crisi teorica di questi anni  è figlia della velocità della società, in analogia con quanto accadde con la fisica di fine ottocento che si trovava alle prese con il problema della velocità della luce. Le regole della meccanica di Newton restano valide, solo per approssimazione, quando sono in gioco elementi che non viaggiano a velocità vicine a quelle della luce. Le accelerazioni  che si stanno producendo nei corpi sociali necessitano di letture più sofisticate. Solo così è possibile rilanciare un progetto di liberazione.

I gruppi dirigenti a vari livelli, in particolare quelli della politica e del sociale, soffrono di questa percezione di lontananza, di inadeguatezza, di inidoneità. L’oggettività dei processi della sfera economica produce un’immagine di maggiore vicinanza, competenza e idoneità, ad affrontare i temi della vita e della soddisfazione dei bisogni, da parte delle leadership delle strutture economiche. Le organizzazioni politiche in generale, e in particolare quelle della sinistra, sono percepite sempre più come configurazioni arretrate proprio per i loro programmi e la loro lettura dei processi, che necessitano la non oggettivazione della dimensione dell’economico. Le organizzazioni politiche della destra, a loro volta, sono percepite o come abbastanza superflue, rispetto alla forza autonoma del mercato e dell’economia, o semplicemente come l’organizzazione del conflitto per la distribuzione dei benefici derivanti dallo sfruttamento dei processi in atto. Il risultato sembra un accentuarsi del distacco dalla sfera politica, che si traduce in un aumento dell’astensionismo e in una penalizzazione delle forze strutturate eredi della cultura politica novecentesca.

Uno dei problemi che si è posto in questi anni, come sappiamo, è quello dell’aggiornamento della politica, quello di sfruttare le nuove acquisizioni teoriche sia per attualizzare la capacità di lettura dei processi, sia per costruire una nuova cultura dell’antagonismo sociale, che non si auto-releghi alla sola incompatibilità espressa ed esprimibile da gruppi e su segmenti del conflitto, ma diventi un fattore di aggregazione di senso di massa.  Lo schema al quale occorrerebbe lavorare dovrebbe essere quello del passaggio dalla meccanica sociale[1], con la quale spesso si continua a pensare e a produrre forme, strutture e linguaggi dell’antagonismo, a quella della termodinamica del collettivo. Le culture della meccanica sono le culture della stabilità, quelle della termodinamica sono culture dei processi evolutivi. Le culture della meccanica sono prive di concetti come la consequenzialità o la irreversibilità. Le culture della meccanica hanno  insite il concetto di equilibrio, di un qualsiasi punto di equilibrio da costruire e da preservare come un bene prezioso. Le culture della termodinamica si fondano sui sistemi adattativi complessi[2]. Il progetto politico della liberazione dell’uomo non può più essere pensato come la costruzione di una società in “equilibrio”, ma come un processo evolutivo inarrestabile, come una termodinamica del collettivo, appunto, pensata e con leggi consapevolmente contrattate e ricontrattate. La funzione dirigente si ristruttura e si ridisegna attraverso una mediazione del tutto inedita e con forme tutte da immaginare. Di fronte ad una dimensione evolutiva la fisica ha risposto con tre nuove linee guida: la comprensione della irreversibilità, la comparsa della probabilità e la dimensione della coerenza. Queste sono considerate le strutture che costituiscono il nuovo quadro teorico dei processi lontani dall’equilibrio. Quando si affronta il dominio del non-equilibrio si producono interazioni di nuovo tipo che hanno caratteristiche di lunga portata. “L’universo del non-equilibrio – afferma Prigogine nel suo celebre La nascita del Tempo – è un universo coerente. E ciò rappresenta un fatto nuovo, che contraddice tutto quanto si pensava ancora pochi anni or sono”. Forse queste sono anche le caratteristiche che le analisi sociali e politiche dovranno assumere per riconquistare il terreno della progettualità. È necessaria, quindi, una nuova e più alta discontinuità per garantire la possibilità di pensare l’alterità di senso e di vita. L’equilibrio non è fautore di storia ed oggi è impossibile propagandare una proposta che “rivoluzioni” tutto per produrre un equilibrio permanente. Un sistema in equilibrio persiste in uno stato in cui le fluttuazioni sono nulle. La storia è caratteristica dei sistemi in non-equilibrio e la società umana è un sistema in non-equilibrio al quale, negli ultimi anni, è stata prodotta un’accelerazione, una nuova velocità che ha reso evidenti le lacune teoriche di stampo “newtoniano” utilizzate fino ad oggi.

Medium, funzioni sociali superiori e multimedialità

Nella costruzione di un progetto  che si strutturi come una criticità autorganizzata[3] assume un ruolo fondamentale la mediazione che si produce all’interno del corpo sociale. Il concetto di medium, dalla metà del secolo scorso e per tutto il novecento, è stato occupato dai media comunicativi che si resero disponibili dallo sviluppo tecnologico che avanzava. Carta stampata, cinema, radio, televisione, telematica, hanno occupato, non solo nell’immaginario collettivo, ma anche negli studi, l’idea stessa di funzioni di mediazione che si erano stratificate, attraverso i secoli, nella relazione tra l’individuo e quelle che sono state chiamate, acutamente, funzioni sociali superiori (cioè le religioni, le ideologie, le arti e la politica). Le vecchie forme di mediazione venivano investite (e ridefinite) da quelle dei nuovi media, e il loro affermarsi ridefiniva, in una spirale dialettica con i corpi sociali contraddistinta dai caratteristici andamenti oscillatori delle fasi transitorie, non solo le forme della trasmissione e della percezione, ma i luoghi stessi delle “vecchie” funzioni sociali superiori. L’avvento di nuove strutture di mediazione e la loro stratificazione ha modificato profondamente il quadro sociale e la percezione individuale in maniera crescente. In altri termini, negli ultimi 150 anni, è stato il baricentro nomade tra tre luoghi – con mix differenziati per aree geo-storiche, tra l’area della produzione culturale e le tecniche disponibili da un lato, le modalità e le tecniche di memorizzazione, trasmissione e spostamento dall’altro, le modalità di credere, pensare, percepirsi e organizzarsi dall’altro ancora – ad essere al centro di uno slittamento tanto rapido da non poter essere neutro neanche per la stessa forma e idea di uomo. A solo titolo d’esempio della crisi di questi anni, possiamo citare le vere e proprie rotture etico-morali introdotte dalla bio-tecnologia e le inadeguatezze delle funzioni sociali superiori ad affrontare (delle volte solo a tematizzare) le nuove frontiere, e ancor di più a descrivere la cornice nella quale affrontarle. L’interesse della politica, dunque, dovrebbe spostarsi, non tanto verso un oggetto o una singola regione della mutazione, ma nel tentare di tenere in stretta relazione l’analisi di ogni singola regione al baricentro, un baricentro sempre più nomade e forse multiforme, che caratterizza questa fase di transizione. C’è bisogno, come sosteneva Oscar Wilde, di un di più di razionalità e di un sovrappiù di illogicità, se per illogicità si intende la rottura di schemi interpretativi divenuti troppo angusti per essere percepiti come in grado di contribuire alla progettazione del futuro umano.

Per questo i luoghi “fordisti”, la città, la fabbrica, le relazioni di massa, sono sottoposti ad una duplice e contraddittoria condizione, quella esplosiva – verso l’alto, verso l’idea dell’unica città globale planetaria e del fabbricare come verità ontologica – e quella implosiva – verso il basso con le frammentazioni dei saperi e della conoscenza prodotti dall’esplosione dei media sotto la spinta della digitalizzazione e delle relative difficoltà a riprodurre un racconto sociale che espliciti una lettura di parte.

La riscoperta della fisicità dei luoghi (anch’essi sottoposti al condizionamento esplosivo della multidimensionalità globale e della contemporaneità) risulta, però, centrale per la stratificazione, concreta e reale che la caratterizza, e per la autorappresentazione materiale del baricentro, concreto e possibile, in quel determinato luogo e in quello specifico momento. La città, con le sue nervature reali e immateriali, con le sue stazioni ferroviarie e con i siti Web (collettivi o individuali che siano), che si agganciano alla rete da quel territorio; con le code di auto nei gangli stradali e con le attese per i download di programmi o di e-mail; con le sale cinematografiche in serie e i real-video autoprodotti, da osservare nelle stanze solitarie; con il turno di lavoro parcellizzato, spezzettato, flessibile, precario nelle sue forme più varie e con le e-mail da spedire per costruire il proprio posizionamento in uno dei tanti castelletti elettronici, con la speranza che arrivi un tele-guadagno; con l’edicola che straripa di oggetti che perdono il loro significato culturale ed informativo e con il fiorire di riviste elettroniche finalmente libere dai vincoli posti all’editoria tradizionale, dagli sbarramenti legislativi, di casta ed economici, la città rimane il crogiuolo nel quale indagare il cambiamento e produrre un’azione. Il fare politica, dimensionato in tale maniera, deve poter rispondere alla concretezza materiale della vita della strada, senza l’autismo federalista che caratterizza spesso chi prova a ripartire dai luoghi fisici.

Da qui nascono la necessità e gli obiettivi possibili di forze antagoniste, se riescono a coniugare, da un lato la geografia di questo cambiamento e, dall’altro, le contraddizioni attive che tale cambiamento produce e che devono trasformarsi in nuovi terreni di lotta. Per questo, possiamo e dobbiamo partire dall’innovazione ultima, quella che sta attraversando l’intero pianeta, unificando, per la prima volta su scala mondiale, un processo di innovazione tecno-umana: la rivoluzione digitale.

La politica nell’era della rivoluzione digitale

L’ubiquità tecnologica del digitale

L’impatto delle tecniche digitali sta modificando la stessa dimensione umana. Da una somministrazione dei primi anni, che potremmo definire omeopatica e riservata agli adepti della nascente “religione informatica”, la medicina digitale viene ora iniettata a dosi crescenti verso il cuore della collettività. La sua caratteristica ubiquità applicativa consente un’espansione del dominio di questa nuova tecnologia oltre i confini tradizionalmente caratteristici delle precedenti tecnologie. Merci, apparati produttivi, mezzi di comunicazione, sistemi di controllo, armi, entità mediologiche, relazioni umane, sono s/travolti dall’avvento della digitalizzazione. L’imponenza dei processi investe ogni individuo, sia esso alfabetizzato alle tecnologie informatiche, sia esso escluso attraverso quello che è stato definito come il digital divide, e lo trasforma da passivo elemento investito dal cambiamento, come nei primi anni d’espansione, ad attore, protagonista della sua accelerazione. Molto spesso tutto ciò avviene inconsapevolmente e nei modi più disparati, anche attraverso l’acquisto e il consumo di merci o informazioni che mantengono un aspetto tradizionale.

Non è solo la relazione tra l’individuo e la società, dunque, a trovare un nuovo ente mediatico – attraverso la complessa infosfera comunicativa resa possibile dalle tecniche digitali – ma è lo stesso ruolo dell’uomo nella sfera naturale a mutare profondamente. Sarebbe sufficiente pensare alle possibilità d’intervento sul patrimonio genetico delle specie viventi, rese disponibili dalle tecniche di controllo e gestione digitale delle informazioni e degli apparati di laboratorio, per comprendere, almeno in parte, le trasformazioni che si stanno dischiudendo nel volgere di un tempo tanto breve da poter essere considerato socialmente quasi nullo. Oppure, molto più drammaticamente nei tempi brevi, l’evoluzione dei sistemi d’armamento, attraverso le tecnologie digitali, che rendono possibili interventi armati, resi compatibili sul piano sociale, attraversato da una avversità diffusa alla guerra, solo dall’illusorietà derivante da quella che è stata definita come l’efficacia chirurgica.

Non c’è luogo dell’agire umano che sia risparmiato, che risulti “non contaminato” o, per qualche motivo, esterno al processo di mutazione. Dal lavoro all’intrattenimento, dalla casa agli oggetti di consumo più svariati, dai processi formativi alle forme comunicative, fino alle stesse progettazioni (e spesso riprogettazioni) della vita, nulla sembra essere in grado di resistere all’ubiquità tecnologica del digitale. Le cose, gli oggetti, il fare, vengono trasformati, ripensati, investiti da un vento di mutamento, in apparenza impalpabile ma, in realtà, costante e imponente, ormai anche nel breve periodo. Tutto ciò modifica incessantemente il quadro delle relazioni umane e la stessa percezione del movimento degli accadimenti lungo la scala del tempo, attraversando, componendo e ricomponendo le strutture sociali pre-esistenti.

In apparenza, dunque, questa rivoluzione modifica alla radice solo la possibilità/potenzialità di produzione comunicativa degli individui e produce separazioni e divisioni sociali profondissime; sono proprio questi aspetti inclusivi ed esclusivi nella produzione e nell’uso dei linguaggi, nella modifica delle possibilità di trasformare un sapere, una conoscenza – che fino ad oggi erano quasi sempre stati un bene collettivo e almeno in potenza disponibile – in una merce, ad essere il centro della rivoluzione digitale. In altre parole, questa rivoluzione come tutte le altre, ridisegna lo spazio umano, ma proprio in questo nuovo disegno c’è tutta l’arretratezza degli apparati della politica e delle loro strumentazioni.

Emblematico, in questo senso, è stata l’idea del futuro che trapelava dai messaggi pubblicitari utilizzati dal governo italiano per spiegare cosa fosse Internet e che sono esemplificativi della percezione limitata e inadeguata che aveva (e che probabilmente ha ancora oggi) del fenomeno chi era stato chiamato a governare. Infatti, una campagna promozionale per l’uso di Internet di qualche tempo fa, descriveva un contadino che tentava di vendere il suo formaggio attraverso la rete delle reti. Mentre le tecnologie legate ad Internet spingono verso una nuova dimensione della relazione socio-cognitiva e l’economia correlata è caratterizzata da merci ad alta innovazione di prodotto – innovazione basata, tra l’altro, proprio sulla loro componente d’immaterialità  e nella quale l’Italia non ha mai brillato, pagando un prezzo salato nella divisione mondiale del lavoro e nella condizione del lavoro vivo – nel nostro paese, e più in generale nelle classi dirigenti, essa viene trattata alla stregua di un semplice settore merceologico.

C’è un qualcosa di vecchio, di estremamente in ritardo nell’idea che la politica ha di se stessa, del ruolo che si autoassegna e che traspare da molti dei suoi atti: è la vecchia scelta che a governare siano i processi e che al massimo si debba lavorare per limitarne le pericolosità sociali. In questo senso non serve, per la cattiva politica, “comprendere” i cambiamenti che la gente vive sulla propria pelle e possono essere ignorati o sottovalutati, contribuendo non poco alla produzione di lontananza percepita tra la politica e le persone, le classi.

Qualcosa, invece, può essere fatto, ma va prodotta una rottura degli apparati che impediscono il riavvicinamento tra le condizioni reali della vita, dei cambiamenti delle persone e delle classi, e le ipotesi organizzative possibili. Il processo va pensato, va programmato, va strutturato. Questo compito, deve contribuire ad evitare che tutto ciò che si fa, finisca in un ulteriore processo di concentrazione della produzione di immaginario, in una gigantesca spirale del silenzio[4] planetaria. Esso non può che avere uno dei centri proprio in una nuova idea della struttura, delle funzioni del locale e della costruzione di ipotesi di autogoverno. Lo spazio politico-comunicativo prodotto dal lancio dell’idea e della concreta sperimentazione del bilancio partecipato sembra rilanciabile, attraverso un più alto coraggio sperimentale, che non faccia pensare a nuove trasposizioni meccaniche di modelli unici.

Progettazione di un tessuto che non si può limitare ai soli aspetti produttivi classici (come nel caso dei distretti industriali), ma deve sapersi porre il problema di come la qualità culturale di un luogo sia messa in relazione biunivoca con le culture “altre” presenti nell’intero pianeta. Senza un progetto, che riguardi la città ed i suoi media, tutto ciò rischia fattori di esplosione/implosione e di inaridimento, che possono risultare irreversibili per molti territori e sicuramente per larghe parti del nostro Paese. E’ la stessa condizione individuale ad essere troppo esile per reggere un tale urto ed ogni ipotesi di salvezza singola vana.

Senso e mediazione sociale

L’ubiquità applicativa delle tecnologie digitali e la loro capacità di modificare profondamente i diversi livelli di relazione sociale, sembrano in grado di offuscare il vero centro motore della trasformazione. Lo stesso “centro”, infatti, assume caratteristiche complesse e multifocali, emergendo dai nuovi rapporti prodotti dall’interazione tra luogo produttivo, sfera della riproduzione/relazione sociale e cognitiva, e quella del senso di sé individuale generati da questo intreccio, sconosciuto, fino ad oggi, nelle forme attuali. Un centro poliforme che si produce in un’incessante ricontrattazione multidimensionale, che assume un carattere permanente tra le varie parti solo nella forma di incessante ridefinizione. Per comprendere il senso profondo è sufficiente pensare alla qualità di fenomeni emergenti, come l’affermarsi di nuovi modelli di relazione e percezione, nella comunicazione interpersonale, prodotti dalla mediazione del computer, oppure quelli legati alla produzione e distribuzione di contenuti, attraverso i software per la produzione di testi, o alle possibilità aperte dalle nuove e più ampie capacità d’archiviazione e così via. Tutto ciò in un contesto ove l’informazione, il suo contenuto e lo scambio comunicativo in generale, assumono una dimensione economica percepibile socialmente attraverso una capacità definitoria, sia della rappresentazione sociale, sia di quella del sé, mai avuta nella storia umana. È sufficiente un esempio a delineare il quadro. In particolare, possiamo analizzare le nuove strutture comunicazionali che si sviluppano a livello interpersonale attraverso la comunicazione informatizzata e le dinamiche di relazione che ridefiniscono nel loro affermarsi la comunità sociale. Un accurato punto della situazione è stato compiuto in un studio effettuato da Elena Rocco e Massimo Warglien[5] a metà degli anni ’90. I due studiosi cercarono di analizzare l’impatto delle nuove tecnologie sulle modalità nelle quali la comunicazione, in un gruppo che utilizza la posta elettronica, struttura le proprie dinamiche e l’interesse collettivo a cooperare che esso genera. L’analisi sperimentale di laboratorio effettuata, pur lontano dal rappresentare un possibile modello esportabile direttamente nella realtà, ha rappresentato un valido punto di partenza per un campo di studi che sarà sicuramente al centro degli interessi dei prossimi anni. Quello che è importante sottolineare è che i risultati evidenziano come la comunicazione faccia a faccia favorisca la cooperazione, mentre depauperi la capacità dei gruppi a risolvere taluni problemi. All’opposto, la comunicazione attraverso computer induce a comportamenti opportunistici, che mettono in discussione la cooperazione, ma nonostante questo risulta più efficace nella risoluzione di problemi complessi. Questo quadro, oltre ad evidenziare una contraddizione secondo gli schemi classici, segnala un cambiamento profondo sia sotto il profilo relazionale, sia sotto quello che potremo definire utilitaristico. Sul piano dei movimenti d’opinione, in questi ultimi anni, è possibile evidenziare una vera esplosione di piccoli e grandi eventi (dallo sciopero in rete agli appelli elettronici) che spesso non sono rintracciabili nel loro vero punto di partenza. La possibilità di essere un punto di partenza di un appello, di un appuntamento, di una mailinglist, di un sito, di un newsgroup produce una nuova forma di soggettività democratica, ma non produce l’affermazione di una leadership nel senso tradizionale. Nello stesso tempo il bisogno sociale di leadership aumenta, ma stenta ad individuare nuovi luoghi e modalità per la sua formazione. Nascono, così, surrogati sociali affidati a parodie di leadership. La celebrità, derivante dalla notorietà imposta dalle nuove funzioni sociali superiori massmediali, viene scambiata per leadership.

Le strutture di mediazione che sottostanno al fenomeno sono sottoposte costantemente a forme di contrattazione e di ricontrattazione. Una mailinglist o un newsgroup possono rinsecchirsi per mancanza di discussione o per intasamento. Possono essere luoghi di accrescimento o di dialogo tra sordi, esattamente come nella realtà fisica, ma con velocità iperboliche rispetto alle dinamiche classiche di relazione.

La divergenza multimediale: dai mass media al caos media

In questi anni, inoltre, si è sottolineata, da parte di tutti gli esperti, la categoria della cosiddetta “convergenza multimediale”. Il termine, a mio avviso, andrebbe rivisitato. Infatti, se dal punto di vista dell’introduzione dell’elaborazione matematica delle informazioni, siamo in presenza di una tecnologia che punta a convergere – come pure siamo in presenza di un processo di concentrazione economico finanziaria e di controllo senza precedenti – in termini di consumo e di prodotto informativo siamo in presenza di una esplosione di modalità e contenuti che somigliano sempre di più ad una vera e propria diaspora comunicativa. Oggi risulta più difficile e altamente complesso sapere effettivamente come e cosa si consuma dal punto di vista comunicativo. Se non ci si accontenta del sonno dell’Auditel e si aprono gli occhi sulla realtà concreta, si scoprirà un mondo forse sconosciuto. L’esplosione delle offerte radiotelevisive, i mix personalizzati che scaturiscono dal loro incrocio con le fonti scritte e con la comunicazione mediata da computer, costituiscono un universo in espansione sempre più incontrollabile. L’avvento del digitale rende più frammentato il discorso sociale, lo scambio di esperienze al di fuori del gruppo di riferimento. Le tecniche digitali stanno producendo, sul piano sociale, una divergenza comunicativa difficilmente ricostruibile sotto il profilo dell’analisi con i criteri dell’era televisiva. Dal sistema sociale basato sui mass media, stiamo passando ad un sistema sociale che potremmo definire del caos media. La dimensione caotica, come si è accennato, ha le sue leggi che non possono che essere altamente probabilistiche. Una struttura comunicativa largamente insondabile sta avvolgendo la società, sovrapponendosi su quelle esistenti. Lo scenario produttivo e sociale ne rimane stravolto. Fonti, proprietà intellettuale, riservatezza, rottura dello scambio sociale e costituzione di comunità “fredde”, possibilità d’intervento sul codice genetico degli esseri viventi, sono solo alcune delle caratteristiche di questa nuova era. Un territorio nuovo nel quale abbiamo bisogno di una nuova segnaletica sociale e politica che sappia ricostruire un tessuto di relazione.

Convergenza tecnologica delle strumentazione comunicative e concentrazione proprietaria delle aziende che producono macchine e contenuti comunicativi, stanno producendo una struttura sociale che, al tempo stesso, implode come risucchiata verso un centro di spirale nell’impostazione di senso, ed esplode nei luoghi e nelle strumentazioni comunicative, producendo una crisi inflazionistica, autistica e divergente nei microcosmi individuali. Implosione macroscopica che produce esplosioni microscopiche.

Realtà disponibile e ipertestualità

Sono i confini tra ciò che è stato e viene percepito come il naturale e ciò che viene pensato come l’artificiale ad essere oggi così sottili da richiedere nuove strutture etico-cognitive. Il cammino dell’umanità, d’ora in avanti, rischia una biforcazione: da una parte una navigazione a vista per chi è destinato ad avventurarsi nel nuovo territorio “post-umano” o “post-naturale” e, dall’altra, una separazione netta tra chi è destinato ad entrare e chi ne resterà escluso. Per la prima volta nella sua storia, l’uomo si trova nella possibilità non solo di incidere semplicemente nella scala evolutiva – cosa che ha sempre fatto dal momento che si è affacciato sulla terra come specie – ma è nelle condizioni di modificarne gli esiti in laboratorio. Forse, la stessa struttura della vita è oggi nelle mani di esperti di laboratorio che rispondono a leggi e comandi artificiali esterni alla logica dell’evoluzione; in analogo modo viene alla luce, con la drammaticità della percezione collettiva, che la realtà percepita, quella che fino a ieri veniva considerata la realtà concreta, è il frutto di una riproduzione di senso che costruisce la sua stessa percettibilità. Salta – nell’insieme della percezione collettiva delle esperienze in quanto spostato in avanti come se tale affermazione fosse solo una delle possibili condizioni concretizzabili – l’assunto Wittgensteiniano che il mondo sia la totalità dei fatti[6]. La dimensione planetaria percepibile e in tempo reale, l’intreccio inestricabile tra la “realtà” dei fatti e la rappresentazione socialmente distribuita della realtà “accaduta”, la complessità che caratterizza la matrice del reale disponibile, fanno perdere la capacità di ricomposizione di un quadro e spesso, quindi, la possibilità stessa di narrazione, oltre che di comprensione. La possibilità di una sua narrazione diviene evanescente come l’immagine elettronica su di uno schermo catodico.  Il sistema filosofico, costruito dalla nascita delle scritture in poi, salta per la conquista ipertestuale. La filosofia incontra la tridimensionalità della rete e le sue regole (definite egregiamente da Pierre Lévy[7] nei suoi sei principi astratti: metamorfosi, eterogeneità, molteplicità e di inscatolamento delle scale, esteriorità, topologia, mobilità dei centri). Rompe le catene della dimensione unilineare e unidimensionale della scrittura poiché è il linguaggio ad essere sottoposto ad una accelerazione di quantità/qualità degli apparati comunicativi digitali e massmediali e l’uomo ne risulta investito e mutato nel suo apparato percettivo-cognitivo.

Si percepisce come reale il sistema di informazioni disponibile attraverso le forme di mediazione producibili per mezzo delle strutture di transazione comunicazionale concretamente agibili nel determinato contesto storico[8]. L’ampiezza variabile dell’influenza delle strutture di mediazione e il loro stesso numero, determina da un lato una rete relazionale complessa e contraddittoria (in continua contrattazione e ricontrattazione tra i ruoli ricoperti dagli enti esistenti e quelli nascenti, ma anche nella loro capacità di svolgere il loro ruolo di mediazione e, soprattutto, nella difesa delle loro strutture umane concrete) e, dall’altro, la moltiplicazione delle “letture” possibili della realtà. Per legittimarsi, le nuove strutture di mediazione si piegano, in partenza, al “senso” generale (creduto o percepito) nel tentativo di affermare, mantenere ed estendere la loro funzione di produzione di “con-senso”. Si innesca una gara con le vecchie strutture produttrici di senso sull’efficienza e l’efficacia delle strutture, che accende dinamiche relazionali spesso insondabili. Il novecento sembra la storia di questo scontro dovuto all’emersione di una quantità inimmaginabile di nuove funzioni sociali superiori ed enti di mediazione.

La coppia “senso-consenso”, allora, viene investita dalla “spirale del silenzio” verso un centro pensato come unico luogo gravitazionale del sociale. Se la complessità mediazionale a disposizione dell’individuo nega la possibilità di un racconto socialmente condiviso (prima che nei contenuti, direttamente nella scelta del media), ciò che è disponibile come racconto sociale è ciò che viene raccontato/prodotto dal sistema dei mass media e assume le caratteristiche della Realtà “vera”. Questa unica realtà disponibile socialmente è, però, percepita sempre più per ciò che essa realmente è, cioè come una costruzione. La distanza tra i fatti che accadono e la possibilità di agirli (in particolare collettivamente) diviene più ampia e sedimenta da un lato un senso di impotenza di impossibilità del fare e, dall’altro, un bisogno più alto di agire, di esserci e di esserci con convinzione.

La stessa percezione dell’esistenza di un “senso comune”, che promuove l’avvio e il mantenimento della “spirale del silenzio” e dei suoi effetti, si interseca con i meccanismi della “profezia che si autoadempie”[9]. “Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze”. W.I. Thomas nel codificare il suo teorema, anticipato nel suo senso generale da altri personaggi del calibro di Freud o Marx, mette in luce un rapporto diverso e sempre più forte nella relazione bi-direzionale, che si produce tra opinione e realtà. Il pensare una certa cosa di una specifica situazione, mette in atto forze gigantesche che si muovono per produrre il fatto così come lo si crede. La società ereditata dal novecento, con la nascita di nuove forme sociali superiori e nuovi enti di mediazione sembra attraversata da una gigantesca spirale del silenzio che, nella sua articolazione bipolare, produce una sorta incessante di profezie bi-polari che si autoadempiono.

Il mondo, allora si divide in realtà notiziabili e realtà non notiziabili, in fatti che hanno un valore sociale generale e che modificano il contesto interpretativo del tutto, e fatti (che potremo definire silenti o amorfi) che valgono un po’ meno. Il nuovo territorio, il settimo continente, supera le catene dello spazio/tempo annullando ed espandendo le coordinate che fino ad oggi hanno avuto fondamento nelle stesse radici dell’Occidente. Negazione/affermazione assoluta, al tempo stesso, di un pensiero che vuole essere unico, ma che proprio per ciò impedisce ogni dialogo che non sia autistico.

La surmodernità e il rilancio della politica

La politica deve sapersi re-insinuare, riadattare nello spazio tra la singola soggettività e la folla globale, tornando ad essere portatrice di un progetto sociale che non sia quello del semplice governo del mercato. D’altronde fenomeni di connessionismo multistrato e mutante sembrano autodefinirsi nei nuovi spazi sociali.

L’antropologo francese, Marc Augé[10] definì tale condizione come una surmodernità, intendendo con ciò una tendenza nella quale tali fattori determinavano il dominio dell’eccesso. Gli individui, secondo il francese, non solo non sarebbero chiusi ed individuabili solo attraverso il gruppo sociale d’appartenenza, ma sarebbero pervasi proprio dagli scambi culturali tra i gruppi sociali. Una sorta di “slang sociale” mediato e prodotto dall’interazione specifica tra i media disponibili, le “funzioni sociali superiori” e la singola individualità. In tale situazione gli uomini tenderebbero a trasformarsi da attori sociali a spettatori di loro stessi. Le rotture spazio/temporali del vissuto umano, attraverso l’accelerazione introdotta dalle nuove forme di comunicazione elettroniche (dalla radio in poi con una accelerazione logaritmica) definirebbero un universo sociale nel quale la società dei media tende a impoverire, fino a farli decadere, i luoghi della mediazione classica.
Le più importanti istituzioni di mediazione e riproduzione sociale che le società avevano ereditato dalla storia, penso a strutture coma la scuola, i partiti, i sindacati e le stesse istituzioni religiose, entrano in crisi sotto l’urto di tali processi. Occorre distingure, però, tra la crisi dei luoghi di mediazione e la loro necessità ineliminabile. Non entra in crisi, infatti, la necessità della mediazione, bensì le forme conosciute: i vecchi luoghi ove si negoziava con l’altro (in senso sociale) perdono funzione e percezione di senso e, quindi, smarriscono la forza della loro necessità nel rapporto tra individuo e mondo, in una spirale autoalimentante. Ed aumenta il senso di vuoto che lasciano dietro di loro, accanto ad un “nuovo”, esuberante e poco pensato, perché percepito come a-politico o a-culturale.

Ad esempio, la necessità della formazione continua è oggi più diffusa di ieri, ma proprio perciò il luogo scolastico, che è l’ente sociale preposto ereditato, è percepito come arretrato e lontano dalle necessità dell’individuo e della stessa collettività. Crisi di un luogo di mediazione significa un vuoto di relazione sociale che viene riempito attraverso una ricontrattazione degli spazi occupati dagli altri luoghi di mediazione, ma che non può essere ri-occupato con le stesse strutture e con le vecchie relazioni che quel luogo di mediazione aveva nel tessuto sociale e nella relazione con gli altri enti di mediazione. La “freccia del tempo” impedisce di tornare sui propri passi.

Se utilizzassimo uno schema molto stretto, con una semplificazione estrema  utile solo al ragionamento di principio, potremmo tracciare un parallelo tra i luoghi di mediazione delle strutture sociali ottocento-novecentesche e quelle di inizio-fine millennio. In primo luogo, sarebbe opportuno comprendere che diffcilmente, nella storia umana, i luoghi di mediazione subiscono variazioni apprezzabili e percepibili all’interno della vita di un individuo. Il susseguirsi delle generazioni ha prodotto sempre una oscillazione, spesso transitoria, e sedimentazioni di cambiamento omeopatiche. In alcuni lunghi tratti della storia le opportunità individuali di sopravvivenza ed integrazione nel gruppo sociale dipendevano dalla capacità di recepimento delle norme trasmesse e trasmettibili dalle mediazioni sociali delle funzioni sociali superiori. Tali enti assumevano il carattere di immutabilità, anche se erano stati prodotti dalla storia sociale del gruppo di appartenenza. Non è un caso, quindi, che generalmente gli enti di mediazione (e i loro ruoli sociali) sono percepiti e pensati come immutabili dalle persone che vivono in un determinato periodo storico. Le giovani generazioni, almeno nel novecento aperto dalla prima guerra mondiale, hanno cercato di ricontattarne ruolo, funzioni e contenuti (spesso inconsapevolmente), mentre le generazioni più anziane ne utilizzano la conoscenza per mantenere saldo il loro ruolo, rinsaldando il controllo generazionale. Gli enti di mediazione percepiti come “classici” nelle società prodotte dall’avvento della rivoluzione industriale, hanno subito, negli ultimi anni, modificazioni e riallocazioni nel ciclo delle mediazioni sociali. Nuove strutture di mediazione hanno assunto un peso inatteso e ridotto la capacità di vecchi enti che continuano, in ogni caso, a produrre “senso”. Una nuova struttura di mediazione più complessa si è affacciata, con una trama più fitta e con luoghi di comando più articolati. La geografia del diverso grado di importanza delle funzioni sociali superiori risulta sconvolta e la direzione della società più complessa. Se schematicamente, appunto, possiamo immaginare che, nel novecento delle società occidentali, i principali enti di mediazione fossero la famiglia, lo stato, la religione, il partito e il sindacato, la dinamica[11] sembra lavorare per una trasformazione verso nuove forme-strutture che possano essere pensate come parallele. La famiglia, allora si trasforma-torna nell’idea di gruppo allargato, ove il ruolo dei “non familiari” diviene significativo più che in passato; all’idea sovraordinatrice di stampo hegeliano dello stato subentra quella del mercato; ai vincoli etico-morali – prodotti e producibili dalla rete di conoscenza e di feed-back (si pensi alla struttura delle confessioni e al loro diverso peso sociale odierno) – che erano legati al ruolo della religione,  si sostituiscono le norme e i feed-back prodotti dalle strutture mass-mediatiche (e, in particolare, dal mezzo televisivo); al senso di appartenenza alla classe sociale (dal quale tendenzialmente si vorrebbe fuggire) si sostituisce il senso di appartenenza, non tanto al territorio in senso lato, ma ad una struttura territoriale che settimanalmente (o addirittura con cadenze più strette) misura la sua capacità di vittoria e soddisfa la necessità di affermazione, come accade con le società di calcio. Non è un caso, infatti, che una singola sconfitta in una partita, può mettere in discussione un allenatore o scatenare reazioni rabbiose non comprensibili con schemi classici. Il tempo di un campionato è percepito come “troppo lungo” per soddisfare, contemporaneamente, il bisogno di appartenenza e quello di affermazione del proprio sé personale e collettivo del gruppo. Esattamente come capita con la politica, pensata come un “luogo” per addetti ai lavori, e le elezioni, percepite come un grande sondaggio sulle preferenze di un fare sganciato dagli interessi sociali diretti o indiretti. Anche le strutture sindacali annebbiano la loro capacità di mediazione quando, attraverso i meccanismi della concertazione (che relegano a luoghi ristretti e asettici, come le discussioni sui documenti di programmazione economica dei governi, le dinamiche salariali) si trasformano in strutture di semplice “difesa” e di applicazione di norme esistenti. Su questo terreno, infatti, la traslazione avviene verso la difesa legale offerta dagli specialisti: la struttura di un ufficio di un avvocato dimostra una maggiore efficienza percepita. La famiglia verso il gruppo, lo stato verso il mercato, le religioni verso i mass media, l’appartenenza ideologica con quella del tifo e la lotta per le conquiste sociali con la difesa legale, sembrano alcune delle traslazioni degli enti di mediazioni che sono in atto. Tendenze che stratificano nuovi intrecci tra l’individuo e il resto della società, che non cancellano i “vecchi” enti, ma ne ridefiniscono i ruoli, le possibilità di intervento e li obbligano ad un cambiamento interno che accelera la percezione della loro transitorietà e della loro reale debolezza.

L’avvento della televisione, cioè di una nuova tecnica di comunicazione, ad esempio, entra nel ciclo della mediazione sociale con un impatto analogo a quello prodotto dall’avvento della scrittura. L’affermarsi delle tecniche di scrittura, che non solo offrivano la possibilità di sedimentare delle conoscenze, ma le “codificava” in una forma statica e trasmettibile, produsse una individualizzazione del rapporto tra l’individuo e l’idea (meccanismo che sarà alla base del superamento del politeismo e alla nascita del monoteismo). L’avvento della televisione interviene proprio su questa relazione, iniettandosi nel cuore delle relazioni comunicazionali della società. Non è un caso, infatti, che le strutture religiose dell’occidente siano attraversate da laceranti crisi dei loro ordinamenti e dei loro strumenti, e che tali crisi possano alludere ad una loro decadenza istituzionale. D’altronde, non è un caso neanche che il papato di Giovanni Paolo II, dopo un serrato confronto con il comunismo, sia sempre più schierato contro i meccanismi delle strutture mercantili produttrici di senso. L’avvento della televisione fa marciare verso l’emersione di una struttura di mediazione del senso religioso (e degli annessi ruoli di controllo sociale ammessi) del tutto nuovo. Riemergono forme e dinamiche politeiste, perché emerge un senso politeistico con le strutture comunicative massmediali di tipo commerciale. L’avvento dei nuovi media elettronici (resi disponibili dalla digitalizzazione) spingono, invece, ad una nuovissima re-individualizzazione del rapporto con la conoscenza che produrrà, probabilmente, un antidoto monoteistico, ma stavolta di forma autistica e individualizzata. Un dio unico nel senso di personalizzato.

La stessa necessità di una mediazione tra i bisogni non è mai stata così diffusa e contemporanea a livello planetario, ma i luoghi della politica e della partecipazione sono percepiti come impossibilitati a fare. Ed ancora la necessità di un “àncora di senso” religioso è ripresa con vigore, proprio per lo stordimento indotto dalla profondità dei cambiamenti, ma le istituzioni religiose ereditate vivono una crisi profonda, al punto che si assiste ad una esplosione di nuove forme del religioso, forme che consentono una sorta di “autonomia soggettiva” nella definizione di aspetti etnico-morali, con mix personali e personalizzabili, oppure il rifugio verso le ipotesi integralistiche e autistiche.
In altre parole, se le cose che per noi accadono e che orientano la nostra vita sono quelle che i media ci raccontano, allora la distanza con gli eventi o è troppo lontana dalla portata dell’azione, per cui percepiamo di non poter fare niente, o è troppo vicina e, quindi, tanto parziale da essere percepita come a-significante per il cambiamento generale della società e riservata ad un ambito personalistico.

Le stesse cose che apprendiamo e delle quali abbiamo una conoscenza mediata quasi esclusivamente dalle immagini, sfugge alla catalogazione classica ottocento-novecentesca, quella che divideva le cose in “fatti” ed in “storia”. Tutti gli avvenimenti ci sono presentati come se avessero una portata storica, ma immediatamente dopo sono dimenticati e sembrano non dirci più nulla. Il pentimento di Giovanni Paolo II su Galileo Galilei e la vittoria della Ferrari si susseguono nel notiziario serale con un ordine che li dispone sullo stesso piano nella sfera cognitiva e della percezione. Con un’aggravante: che della Ferrari si continua a parlare anche nelle settimane successive, stratificando un senso sociale, e quindi un valore, e del pentimento si parlerà, forse, nei libri di scuola tra qualche decennio. Ci sentiamo testimoni e coinvolti davanti a catastrofi lontanissime, ma allo stesso tempo ci sentiamo impotenti e ci predisponiamo all’attesa dell’evento risolutore messo in atto da “chi può”. È una condizione dominata dalla passività e da un rapporto astratto con l’altro da sé derivante dalle informazioni e dalle modalità di ricezione di esse.

È come se ci spingessero a ritornare nella condizione di appartenenza ad una folla di individui, dopo essere stati una massa, organizzata, di persone. Questo esito è scontato? È proprio vero che la rivoluzione digitale dell’apparato infocomunicativo, a disposizione dell’individuo, rende impossibile la costruzione di luoghi di socializzazione che si pongono obiettivi politici di trasformazione?

Credo che la risposta, nel bene e nel male, sia riassumibile, oggi, nella vicenda della nascita del movimento dei movimenti ed inizi a dimostrare che si possono prendere le misure anche a questo cambiamento, a patto che non lo si ignori ma, anzi, lo si utilizzi. La dimostrazione che sia possibile ripartire con un’azione organizzata e critica delle società avanzate, non è tanto e solo – cosa assolutamente necessaria e obbligata – nella possibilità di produrre un pensiero altro, rispetto a quello unico,  ma nella forma che ha prodotto l’incontro dei pensieri non omologati che venivano prodotti nelle nuove contraddizioni prodotte dallo sviluppo capitalistico di fine millennio. In analogia a quanto accadde con il fordismo (con la strutturazione delle organizzazioni, in primo luogo sindacali, che rispondevano alle forme della divisione del lavoro tayloristica) le nuove caratteristiche del taylorismo digitalizzato di inizio millennio (che portano il nome di Internet,  la struttura dell’organizzazione a rete di reti) stanno producendo una risposta organizzata esattamente all’interno dello schema già conosciuto. In altre parole, le forme dell’antagonismo ripartono dalle forme dell’organizzazione del lavoro, anche quando sono generalizzate e nascono dalle nuove tecniche di linguaggio, come nel caso di Internet.

La città nella sua forma allargata, allora, diviene il luogo privilegiato della nuova sperimentazione, sia sul piano del nuovo mix tra media e funzioni sociali superiori, sia su quello della politica. Gli apologeti della cosiddetta new economy, che svilupperà sicuramente un baricentro multiforme nella produzione immateriale e in quella di senso, con accelerazioni oggi difficilmente percepibili e disincagliate sicuramente dagli andamenti borsistici, ci dicono che avrà come centro la produzione e la commercializzazione di idee e progetti. Su tale terreno, cioè sul terreno della produzione di immaginario, la politica organizzata secondo le nuove forme potrà avere una capacità più alta di progettualità e di influenza dell’intero sistema di aziende disponibili sul mercato. A patto che non si trasformi anch’essa in merce, ma produca un senso “pensato”, che sia in grado di ri-orientare la produzione di contenuti. Di fronte alla ubiquità delle potenzialità dei sensi elettronici, si manifestano reazioni identitarie forti, ma tutte giocate all’interno della dimostrazione dell’alterità dall’altro, delle “singolarità qualunque” al massimo giocate nel gruppo ristretto. I riti, allora si sviluppano in un susseguirsi di inclusioni/esclusioni che tendono ad annullare ancora di più i vecchi luoghi della socializzazione, e il loro annullamento (con il senso di insicurezza che diffonde) spinge ad ulteriori processi di alterità di gruppo.

La politica, invece, deve riuscire a produrre una reazione “identitaria aperta”. Non è impossibile. In settori creativi, come quello musicale, si producono intrecci che anticipano una sorta di meticciato nel quale ogni identità è riconoscibile, autonoma ed influenza le altre, arricchendo se stessa.
La città può essere il luogo della “solitudine tecnologica” o il luogo ove si produce collettivamente la nuova sfera di senso. Qui si concentra la nuova ricchezza della produzione immateriale, ed essa appartiene alle collettività organizzate. La politica deve saperle riconoscere, organizzarne i luoghi di scambio, le finalità di senso, la produzione di consenso.

Lo scontro contro il bisogno del mercato di un’incessante produzione di senso obbliga la politica e il pensiero critico ad un confronto con apparati giganteschi, con risorse economiche incalcolabili e con l’uso di tecniche di comunicazione raffinate e costantemente aggiornate. Ma la politica può farcela. Può salvarsi, infatti, se non pensa di assorbire in sé tutta la sfera umana, ma se si ripensa come la struttura portante, come la matrice di un sistema nervoso di un corpo, come la sua essenza intelligente, orchestrando organi e strumenti che hanno la loro autonomia e la loro vitalità. Una nuova stagione nasce.


[1] Il meccanicismo è stato la matrice concettuale con la quale, a partire dalle scienze fisiche inaugurate dalla rivoluzione newtoniana, interpretare la realtà. Alla meccanica fu riconosciuto uno status privilegiato fra le altre scienze, in quanto forniva a tutte i principi di spiegazione. La forza e la capacità inerziale dell’impostazione meccanicistica, che garantisce la sopravvivenza di un senso comune fortemente egemonizzato dalla sua ispirazione, deriva dalla omologia esistente tra i suoi principi e le modalità dell’esperienza quotidiana che è possibile percepire attraverso i sensi del corpo. Pur se superato da più di un secolo, grazie alle rivoluzioni filosofico-scientifiche di personaggi come Marx o Freud, di Einstein o Poincarré, di Heisenberg o Wittgenstein, la mancata socializzazione delle nuove acquisizioni teoriche dipende dalla forza della saldatura prodotta tra i principi del meccanicismo e i ruoli e i contenuti delle funzioni sociali superiori di quella fase storica.

[2] Per quanto attiene alla teoria dei sistemi adattativi complessi, si fa riferimento alla definizione proposta dall’Istituto di Santa Fé nell’ambito dei lavori sulla complessità. In particolare, le caratteristiche di un sistema complesso adattativo si possono individuare in almeno 6 punti: 1) esistenza di una rete di soggetti che operano simultaneamente; 2) il controllo di un sistema complesso è decentrato; 3) esistenza di numerosi livelli di organizzazione; 4) accumulo di esperienza e riesame, con riordino dei livelli di organizzazione; 5) capacità di prevedere il futuro; 6) non esiste l’equilibrio, esiste lo sviluppo. A tale proposito cfr. Waldrop, M.M., Complexity. The Emergering Science  at the Edge of Order and Chaos, New York, Simon & Schuster, 1992; trad. it., Complessità, Torino, Instar Libri, 1995.

[3] Il teorico Per Bak spiega con l’esempio del mucchietto di sabbia la sua idea di criticità autorganizzata. “Il mucchietto di sabbia continua ad accrescersi fino a raggiungere una dimensione massima: a questo punto se si aggiunge altra sabbia, quella vecchia scivola a valanga lungo i lati del mucchietto, cadendo oltre il bordo

del tavolo. Si potrebbe raggiungere lo stesso identico stato – spiega Bak – iniziando con un mucchio di sabbia molto grande: i granelli scivolerebbero ai lati fino a eliminare la sabbia in eccesso.

In un caso o nell’altro, il mucchietto di sabbia risultante è autorganizzato, nel senso che ha raggiunto la stabilità di per sé, senza che nessuno gli abbia conferito esplicitamente una forma. Esso si trova inoltre in uno stato di

criticità, nel senso che i granelli sulla sua superficie sono appena stabili. In effetti, il mucchietto di sabbia critico è molto simile a una massa critica di plutonio, dove la reazione a catena è in procinto di trasformarsi in una reazione nucleare, ma non lo fa. Le superfici microscopiche e i bordi dei granelli sono interconnessi in ogni combinazione immaginabile, e sono proprio sul punto di cedere.

Perciò, quando il mucchietto di sabbia viene colpito da un granello in caduta, non si può dire cosa potrebbe accadere. Forse niente. Forse un piccolo spostamento di alcuni granelli. O forse, se un minimo scontro conducesse a

un altro proprio nella giusta reazione a catena, potrebbe verificarsi una disastrosa frana su un intero lato del mucchietto. Tutte queste possibilità si verificano, una volta o l’altra. Le valanghe di grandi dimensioni sono rare, mentre quelle piccole frequenti. La caduta costante di granelli di sabbia provoca valanghe di qualunque dimensione; un fatto che si esprime in termini matematici con una “legge di elevamento a potenza”: la frequenza media di una valanga di una certa, dimensione è inversamente proporzionale a una qualche potenza della dimensione stessa”. Pag. 489-490 di “La complessità, op. cit.

A riguardo confronta anche: Per Bak e Kan Chen, Self-organized criticality, Scientific american, New York, Vol. 264, n^1 gennaio 1991, pag. 26-33; trad. it.: La criticità autorganizzata, Le scienze Milano vol. 46 n^ 271 marzo 1991.

[4] Per la teoria della Spirale del silenzio elaborata da Elisabeth Noelle-Neuman confronta “The Spiral of Silente. A Theory od Public Opinion” in Journal of Communication,Sprin pag. 43-52. Una sintesi della teoria è rintracciabile in Mauro Wolfe, Gli effetti sociali dei media, Milano, Bompiani, 1992, pag. 65-78.

[5] Rocco Elena e Warglien Massimo La comunicazione mediata dal computer e l’emergere dell’opportunismo elettronico, in <<Sistemi Intelligenti>>, il Mulino, dicembre 1995, n^3.

[6]Wittgenstein, L., Tractatus logico-philosophicus, Routledge and Kegan Paul, London, 1961; trad. It., Tractatus logico-philosophicus ,Torino, Einauidi, 1964.

[7] Lévy Pierre, Le tecnologie dell’intelligenza, Bologna, Synergon, 1992.

[8] Sarebbe importante, ad esempio, analizzare quali strutture di mediazione comunicazionale, con la società e al proprio interno, sono attive nelle organizzazioni politiche ereditate dal novecento e comprendere se, come io credo, non solo la notiziabilità delle informazioni in entrata nelle organizzazioni sia sottoposta ad un vincolo utile alla salvaguardia del gruppo, ma che le stesse strutture sono selezionate solo in base a ciò che si ritiene ideologicamente corretto o compatibile. Tale impostazione, al posto di consentire una conservazione reale della struttura, produce una inevitabile decadenza e marginalizzazione della struttura rispetto allo stesso corpo sociale di riferimento.

[9] Per la teoria della “Profezia che si autoadempie” è possibile confrontare il testo di Robert Merton, Social Theory and Social Structure, 1949; trad. it. Teoria e struttura sociale, vol. II – studi sulla struttura sociale e culturale, Bologna, Il Mulino, 2000, pag. 765-789.

[10] Marc Augé, Un etnologo nel metrò, Nonluoghi, Ville e tenute, Milano, Eléuthera, 1995.
Nella recensione di Belpoliti, curata per il n. 6 de L’Indice 1994, afferma che “Il termine che Augé usa per definire la nostra condizione è quello di surmodernità, che egli specifica in tre figure dell’eccesso: quella dell’eccesso di tempo, di spazio e di ego. Delle tre, quella che esplora con più ampiezza è la seconda, ed è proprio questo che differenzia “Nonluoghi” dal celeberrimo scritto di Lyotard sulla condizione postmoderna. Cosa sono dunque i nonluoghi? La loro definizione è al negativo, per opposizione a quelli che Pierre Nora ha definito i “luoghi della memoria”, quelli in cui noi apprendiamo l’”immagine di ciò che non siamo più”. I luoghi sono quelli del passato, insediati nel centro delle città, mentre i nonluoghi sono le tangenziali, le autostrade, le linee ad alta velocità che le circoscrivono e le circondano: la stazione ferroviaria, l’autogrill, il motel, la sala d’attesa dell’aeroporto, il metrò. Per rappresentare in modo tangibile il passaggio dal luogo al nonluogo,  Augé ricorre a un testo di Jean Starobinski, che a sua volta legge Baudelaire: la modernità è la città dei campanili e delle ciminiere; la surmodernità è invece lo spazio rappresentato dalle reti, dai nodi, dai punti di scambio della circolazione delle persone, delle merci, dei veicoli. Sono i canali comunicativi che da puri spazi di percorrenza si trasformano in spazi di insediamento: il transito è la vera dimora della surmodernità, si potrebbe dire parafrasando Augé.
Tuttavia, questa distinzione tra luoghi e nonluoghi non è così semplice come sembrerebbe, perché, come scrive l’autore, queste sono “polarità sfuggenti”. È stato Michel de Certau, in quello studio problematico e ricchissimo che è “L’invention du quotidien”, a mostrare come il luogo contenga esso stesso anche un nonluogo, perché il nonluogo non è una semplice negazione, qualcosa che si dà per sottrazione.
Del resto quanti luoghi che posseggono quello che un tempo si sarebbe definito il ‘genius loci’ – celebri monumenti, spazi agresti, giardini e persino montagne – si sono trasformati, a causa del loro uso e abuso, in nonluoghi? Ma è vero anche il contrario, come ha dimostrato il lavoro di uno dei maggiori fotografi contemporanei, Luigi Ghirri: anche i nonluoghi – le stazioni di rifornimento, gli autogrill, i piazzali vuoti, i parcheggi, le vie periferiche, gli stabilimenti dismessi, i paesaggi da cartolina – posseggono un’anima, se solo la si sa vedere. È un problema di sguardo, come scrive giustamente Marc Augé, o meglio di “spostamento dello sguardo”. I nonluoghi sono quelli della solitudine, luoghi disabitati, luoghi di transito, luoghi in cui la sosta non si presenta come un atto di meditazione o di riflessione, ma come una pausa lungo un itinerario, spesso reiterato – quello del metrò, dell’automobile, dell’aeroplano. La ripetizione sembra dominare questi spazi della surmodernità, spazi dove la solitudine si trasforma in monotonia e vi si insedia l’angoscia dell’abbandono. Eppure basta uno sguardo attento, quello di un fotografo, di uno scrittore che appunta sul suo diario una frase, o di un semplice passeggero meditabondo, a rovesciare la negatività dei nonluoghi”.

[11] Il meccanismo al quale alludo non consiste nella meccanica eliminazione dei vecchi enti di mediazione con dei nuovi, ma linee di tendenza, il “senso” di marcia e la velocità, inusitata per la storia umana, di tali trasformazioni. Se prendiamo la generazione che si è affacciata al nuovo millennio con almeno settanta anni alle spalle, possiamo notare che essa ha almeno tre o quattro modelli sociali e relazionali con i quali ha fatto i conti. Una quantità di cambiamenti che, forse, non ha precedenti nella storia. Il nuovo che è avanzato ha poggiato tutto sulla capacità di resistenza e di adattamento di tale generazione. Forse l’essere stati travolti nella adolescenza e nella prima maturità dalla violenza della guerra ha prodotto una relazione con le funzioni sociali superiori diversa anche da quella prodotta dalle rotture del ’68 o dagli anni ottanta (anni più pieni, al tempo stesso, di certezze e di devastazioni del ruolo delle funzioni sociali superiori).